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Disumanizzazione normalizzata
di
Emma Buonvino
In questi giorni basta aprire i commenti sotto i post dei giornali per capire che qualcosa si è rotto. Non si tratta più soltanto di odio politico è polarizzazione.
È qualcosa di più profondo: una trasformazione culturale e morale che sta rendendo dicibile l’indicibile.
Un tempo certe frasi restavano confinate nei margini peggiori della società. Oggi vengono applaudite. Condivise. Normalizzate.
A Taranto un bracciante straniero viene ucciso da minorenni italiani e il dibattito pubblico scivola via quasi senza lasciare traccia.
A Siena emergono gruppi di ragazzini tra
apologia di nazismo, armi e materiale pedopornografico, eppure non si apre nessuna riflessione collettiva sulla radicalizzazione dell’estrema destra.
Quando invece il colpevole ha un nome arabo o musulmano, anche senza appartenenze organizzate,
senza pratica religiosa, senza alcuna rete jihadista, la sentenza arriva immediata: “terrorismo islamico”.
È un meccanismo ormai automatico.
E soprattutto selettivo.
Perché quando la violenza arriva dall’estrema destra suprematista, improvvisamente il linguaggio cambia. Si cercano le attenuanti psicologiche, il disagio sociale, la solitudine, i problemi familiari.
Quando invece il colpevole è percepito come musulmano o migrante, la colpa diventa collettiva, ereditaria, biologica.
Ed è qui che il discorso pubblico diventa mostruoso.
Perché oggi ci sono persone che riescono perfino a commentare l’uccisione di musulmani innocenti con frasi come “se la sono cercata” o “chi la fa l’aspetti”, come se degli esseri umani qualunque dovessero pagare col sangue crimini commessi da altri dall’altra parte del mondo.
Questo non è più solo razzismo.
È disumanizzazione.
Ed è impossibile separare questa deriva dal clima politico e culturale costruito in questi anni attorno a Gaza e alla Palestina.
Da mesi ministri israeliani, parlamentari, commentatori e figure pubbliche parlano dei palestinesi con un linguaggio apertamente disumanizzante. Alcune dichiarazioni di membri del governo israeliano — come il riferimento ai palestinesi definiti “animali umani” pronunciato dal ministro della Difesa Yoav Gallant nell’ottobre 2023 — hanno contribuito a rendere normale una retorica che in qualsiasi altro contesto sarebbe stata considerata inaccettabile.
Quando un potere statale legittima l’idea che un intero popolo sia una minaccia biologica, morale o subumana, quell’idea non resta confinata alla guerra.
Filtra ovunque.
Nei media. Nei social. Nella
mentalità collettiva.
E così si arriva al punto in cui vedere civili palestinesi morire di fame, di epidemie o sotto le bombe non produce più scandalo, ma fastidio verso chi osa ancora indignarsi.
Le aggressioni ai civili in Cisgiordania, le violenze dei coloni, le spedizioni punitive, le case incendiate, le umiliazioni quotidiane vengono raccontate come dettagli inevitabili, quasi naturali. Come se esistessero vite che contano meno. Persino il linguaggio umanitario è diventato selettivo.
C’è chi si mobilita — giustamente — contro l’antisemitismo, ma resta in silenzio davanti alla disumanizzazione sistematica dei palestinesi.
Come se l’empatia avesse una gerarchia etnica.
E il punto più inquietante è proprio questo: la normalizzazione.
Perché le società non precipitano nella barbarie all’improvviso.
Ci arrivano lentamente.
Attraverso milioni di piccole concessioni morali.
Attraverso l’abitudine alla crudeltà.
Attraverso il momento in cui si smette di vedere l’altro come essere umano.
Il problema non è solo Israele come Stato o il governo Netanyahu.
Il problema è l’effetto culturale globale prodotto da mesi di bombardamenti, impunità e retorica suprematista trasmessi in diretta mondiale senza conseguenze reali. Quando la violenza diventa normale, anche la pietà smette di esserlo. E allora ci si ritrova in un mondo in cui un bambino palestinese dilaniato non scuote più le coscienze, mentre a scandalizzare è chi rifiuta di restare in silenzio.
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