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20 maggio 2026
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Lerner e diritto all’esistenza dei palestinesi
di Alessandro Ferretti

Stato ebraico? Non chiamatelo più così. Israele calpesta e disonora i valori millenari dell'ebraismo. Il nostro dissenso, all'interno della società israeliana e fra gli ebrei della diaspora, mira a preservare l'insegnamento della liberazione dalla schiavitù e della convivenza fra i popoli, denunciando l'operato degli apparati statali e dei fanatici che abusano della Bibbia per giustificare le loro azioni criminali.

L’ineffabile Lerner perde il pelo, ma non il vizio.

Oggi si scaglia con fierezza contro Israele per le sue azioni contro la Global Sumud Flotilla, e raccoglie come al solito grandi consensi tra i benpensanti innamorati delle sue false equivalenze.

Ma qual è il problema, direte voi? Non è forse cosa buona e giusta criticare Israele? Perché fare le pulci a chi critica Netanyahu? Il nemico del mio nemico non è forse mio amico?

Il punto è molto semplice: Lerner, così vocale contro Netanyahu, continua a difendere orgogliosamente il sionismo, ovvero il movimento che ha costruito con la forza uno Stato ebraico in un territorio abitato scacciandone la popolazione originaria con il terrore e la violenza.

L’elemento dell’occupazione e della pulizia etnica è costitutivo del sionismo: non è un fatto accidentale, o una indesiderata perversione di un progetto ispirato alla “convivenza tra i popoli”, ma è la condizione stessa di realizzazione del progetto sionista. L’operazione di chi condanna le politiche dello Stato di Israele ma si professa sionista è analoga a quella di chi dice “condanno l’Italia del Ventennio ma difendo il fascismo e la marcia su Roma”. In entrambi i casi si postula un’essenza astratta e benigna dell’ideologia e si scarica la responsabilità delle nefaste conseguenze reali su fattori contingenti e non correlati.

Si ignora deliberatamente che senza la Nakba del 1948 il progetto sionista non sarebbe stato realizzabile, proprio come non lo sarebbe stato il fascismo senza violenza squadrista, dittatura e razzismo.

La realtà dei fatti è davanti agli occhi di chiunque voglia vederla: il sionismo non è riformabile, perché il presunto “diritto al ritorno” ebraico si scontra frontalmente con il diritto all’esistenza dei palestinesi.

Entrambe le operazioni retoriche (difendere il fascismo in astratto, difendere il sionismo in astratto) si reggono sulla rimozione dell’atto di forza originario indispensabile a concretizzare tali ideologie.. e in entrambi i casi si finisce per legittimare la violenza costitutiva che è origine e causa diretta di ciò che è venuto dopo: occupazione, apartheid, pulizia etnica, genocidio.

Chi critica Netanyahu professandosi sionista non si sta adoperando per costruire uno stato rispettoso dei diritti umani in cui tutti abbiano pari dignità e diritti, ma semplicemente segue il precetto di Tancredi nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

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