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Social che sfruttano la disperazione
di
Andrea Battantier *
C’è chi moltiplica esche digitali e ci costruisce sopra un impero del raggiro. Chi incassa ha un nome preciso: Meta, la società di Mark Zuckerberg. Quella che ogni trimestre presenta conti miliardari e che, nel frattempo, continua a prendere soldi veri da società fantasma per diffondere truffe che rovinano esistenze vere.
Hanno messo in mezzo Milena Gabanelli, nella promessa di investimenti facili. L’ha denunciato lei. Da mesi la sua faccia compare su migliaia di inserzioni che annunciano il metodo segreto per far fruttare i risparmi. Stessa sorte è toccata a Sigfrido Ranucci, a Elisabetta Belloni, a Lucrezia Reichlin, ad Antonio Scurati, perfino alla premier Giorgia Meloni. Tutti rubati, manipolati, trasformati in testimonial a loro insaputa di una colossale messinscena finanziaria. La notizia non è nuova, ma la novità è che continua. Perché qualcuno ci guadagna. Quel qualcuno è seduto in California, a Menlo Park, e fa finta di non vedere.
Il meccanismo è oliato. Un cittadino racconta: «Ho visto sul telefonino l’intervista a Milena Gabanelli a Porta a Porta dove dava consigli d’investimento e mi sono fidato. Ho perso tutto». Ha visto la faccia della Gabanelli, ha letto la testata de “la Repubblica” riprodotta in modo perfetto (un sospetto avrebbe potuto sfiorarlo, viste le frottole raccontate da quella testata), ha creduto che Bruno Vespa ospitasse chissà quale rivelazione. L’intervista non è mai avvenuta. L’articolo è una patacca confezionata con intelligenza artificiale. Dentro c’è una violenta accusa all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, reo -secondo i truffatori- di «nascondere la verità a milioni di italiani».
La verità? Che basterebbe una piattaforma per trasformare pochi spiccioli in criptovalute esentasse. Una favola. Ma lui si è fidato di quegli occhi, di quel tono, di quella firma. La colpa non è sua: è di un sistema che sfrutta la buona fede per azzerare ogni difesa razionale.
Quei post appaiono su Facebook e Instagram. Sono sponsorizzati. Meta li ha presi, li ha valutati, ha incassato i soldi della campagna e li ha messi in circolazione. Mica li ha regalati: li ha venduti a un’organizzazione criminale che cambia nome e piattaforma più volte al giorno. Il 20 febbraio la piattaforma si chiamava Credoravia, il 24 Oxelvian, il 4 marzo Fortunezza, il 5 ImmediateForce, il 19 Vercadix, il 20 Salda Capitòn. Solo il 17 aprile ne sono spuntate due: Valutorre e Valor Guadagivon. Nomi generati da un algoritmo, ma dietro ci sono conti correnti, bonifici, risparmi che partono e non tornano più.
Seguiamo il filo con un esperto. Il link porta, attraverso reindirizzamenti invisibili, su siti come fundexory. La piattaforma Fortunezza si appoggia a servizi creati ad arte. Ti registri, e in pochi minuti ti chiama un call center: il denaro sarà trasformato in criptovalute, niente tasse, puoi ritirare quando vuoi. Arriva una mail professionale, con tanto di foto del referente generata dall’intelligenza artificiale e dominio @swissgroupforex.co. Sembra una banca svizzera, invece è fumo. Il bonifico va su Iban intestati a persone ignare: un autista con conto alla Banca di Piacenza, oppure una banca di Cipro. Versi 250 euro, invii la ricevuta e un documento firmato, e consegni ai malviventi anche la tua identità. Poi entri in una piattaforma fittizia dove ogni giorno vedi il tuo denaro lievitare.
È un gioco psicologico: il cervello vuole crederci, e versi altri soldi. In realtà quei numeri non esistono: i soldi sono già in un wallet e rimbalzano in una girandola di portafogli digitali. Un solo wallet collegato a Fortunezza ha registrato quasi 300 mila dollari in tre mesi. E le piattaforme sono migliaia. Quando il malcapitato chiede di rientrare, gli chiedono altre commissioni. Alla fine non rivede più nulla, si vergogna, non denuncia.
La regia mescola tecnologia e manipolazione emotiva, con un complice involontario di lusso: la credibilità dei giornalisti. Mentana, Ranucci, Gabanelli, prestano la faccia alla menzogna (il primo ci riesce benissimo).
Com’è possibile che Facebook e Instagram non si accorgano di nulla? La risposta è semplice: perché non vogliono. O meglio, gli conviene non volere.
Meta incassa un compenso da ogni campagna pubblicitaria, anche quelle truffaldine. Più annunci girano, più soldi entrano. Le policy parlano di controlli preventivi con intelligenza artificiale. Peccato che quei controlli siano ridicoli.
I post restano online per giorni, settimane. Quando la polizia postale li fa rimuovere, nel giro di poche ore ne compaiono di nuovi. Stessa faccia, stessa testata falsa, piattaforma diversa. È il gioco del gatto e del topo, ma qui il gatto è pagato dal topo. Ogni clic, ogni visualizzazione frutta denaro a Meta. Finché il meccanismo porta profitti, perché dovrebbero fermarlo?
L'intelligenza artificiale che Meta usa per proporvi la foto del gatto o per ricordarvi il compleanno degli amici, quella stessa intelligenza artificiale riconosce con precisione chirurgica un capezzolo femminile o-soprattutto- una frase politicamente scorretta. Bannano in pochi secondi la foto scomoda di un cocomero ritenuta offensiva, ma non riescono a intercettare una pagina falsa che usa la testata de “la Repubblica” e la faccia di Draghi per chiedere bonifici? (a proposito, la faccia di Draghi è usatissima anche per la pubblicità dei condizionatori). È tecnicamente impossibile? No. È conveniente non farlo.
Facebook e Instagram sono diventati il più grande ricettacolo di pubblicità fraudolenta del pianeta. I truffatori affittano spazi come espositori di una fiera, pagano regolare tariffa e ringraziano. Il padrone della fiera, Meta, incassa e tace.
Lo scorso giugno il procuratore generale della Pennsylvania ha chiesto a Meta di rivedere le pratiche di revisione degli annunci finanziari, altrimenti di smettere del tutto di pubblicarli. Parole che aprono la strada alle class action di risparmiatori rovinati. Negli Stati Uniti, nel 2024, le frodi sugli investimenti hanno causato perdite per 6,57 miliardi di dollari.
In Italia la Polizia Postale stima 180 milioni di euro persi, solo in base alle denunce. Il sommerso è dieci volte tanto.
Eppure Meta non arretra. Intasca i compensi e usa la sua potenza tecnologica per massimizzare gli utili, non per proteggere gli utenti. Nel frattempo siti come doveinvestire.com pubblicano inserzioni camuffate da articoli, con una minuscola avvertenza in fondo: «Contenuto sponsorizzato, la redazione non verifica». Un paracadute messo dopo il link, quando il lettore ha già cliccato e già perso. Come mettere il cartello “attenti al colono” dopo che il cane ti ha già ammazzato.
Ma la responsabilità più grande resta di Meta. Non è un editore qualunque: è il più grande sistema di distribuzione di informazioni del mondo, con oltre tre miliardi di utenti. Dichiara di voler costruire comunità sicure, di combattere la disinformazione. Peccato che quando si tratta di soldi, le barriere cadano.
Le piattaforme truffaldine cambiano nomi a getto continuo, i domini sono mascherati, i proprietari sono coperti da servizi come Withheld for Privacy. Se per caso i dati sono in chiaro, appartengono a un’attrice ceca ignara o a nomi inventati. È il regno del nulla, governato dal profitto.
Quanti devono ancora piangere i propri risparmi prima che qualcuno obblighi Meta a ripulire la propria cloaca? Il letamaio pubblicitario dove chiunque può comprare la fiducia della gente usando la faccia di un giornalista onesto. I truffatori creano un finto articolo in pochi secondi. E Meta si lava le mani: loro sono solo un intermediario, la colpa è di chi carica i contenuti. Ma non è così. Quando prendi soldi per diffondere un contenuto, ne diventi complice.
Questo scempio è maledettamente redditizio. Ogni clic su un’inserzione-truffa fa guadagnare Meta. È un modello di business fondato sulla disperazione della gente. Immorale.
Non sono un esperto di diritto, ma so che esiste la responsabilità oggettiva: se il tuo cane morde il postino, paghi anche se non l’hai aizzato. Se il tuo social network diffonde una truffa con la tua infrastruttura e tu ci guadagni, devi risarcire i truffati. Oggi le piattaforme si trincerano dietro il principio del “safe harbor”, che le equipara a un corriere postale. Ma il corriere postale non guadagna in base a quante lettere-truffa consegna. Meta sì. Quella protezione va rivista.
Cosa possiamo fare? Consapevolezza: non fidatevi di chi promette guadagni facili, qualunque volto abbia. I giornalisti veri non danno consigli di investimento. Se vedete la faccia di Draghi o della Meloni su un link sospetto, segnalatelo (anzi, diffidate, anche se non è sospetto).
Non cliccate, non regalate attenzione: ogni clic è un euro nelle tasche di chi vi truffa e di chi glielo permette. E poi pressione: i governi devono imporre verifiche obbligatorie per ogni annuncio finanziario, responsabilità in solido per le piattaforme, multe pesantissime.
Milioni di euro di sanzione per ogni finto articolo, per ogni vita rovinata. Vedreste come sparirebbero in un lampo. Ma finché il costo di fare la cosa giusta sarà più alto di quello di guardare dall’altra parte, Meta continuerà il suo commercio basato su di un algoritmo censorio ma affamato di soldi. Soldi veri, per truffe vere, in un mondo finto.
Basta fidarsi. Basta regalare dati e risparmi a chi vi sorride da uno schermo. Basta permettere a una multinazionale di arricchirsi sulle spalle dei più deboli. La responsabilità è di Meta. E le responsabilità, prima o poi, vanno pagate.
* Psicologo, Componente del Comitato Tecnico-Giuridico dell'Osservatorio
 
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