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Contare nel mondo oppure curarlo?
di
Giuseppe Franco Arguto
𝘋𝘰𝘮𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘢 𝘔𝘢𝘶𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘎𝘢𝘴𝘱𝘢𝘳𝘳𝘪, 𝘢𝘶𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘦 (in cui Trump e Xi si stringono la mano con didascalia "L'Europa deve tornar a contare nel mondo", ndr), 𝘦 𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘦 𝘴𝘦𝘨𝘶𝘰𝘯𝘰 𝘭𝘦 𝘮𝘰𝘴𝘴𝘦.
Gasparri afferma che “l’Europa deve tornare a contare nel mondo”: occorre domandarsi quale significato venga attribuito al verbo contare.
Contare per chi? Contare su che cosa? Contare in nome di quale idea di civiltà?
Perché nel linguaggio della destra conservatrice e liberista, contare significa quasi sempre collocarsi favorevolmente dentro i rapporti di forza: avere una quota maggiore nei mercati, nelle alleanze militari, nelle filiere energetiche, nelle rotte commerciali, nelle aree di influenza geopolitica. Significa non essere esclusi dalla grande mensa dei potenti, là dove il mondo viene diviso, misurato, sfruttato, amministrato come riserva di materie prime, manodopera, consenso, basi militari e corridoi strategici.
L’immagine che celebra l’Europa come potenza da rimettere in gioco non parla mai dell’Umanità, parla piuttosto del potere; non parla della vita, ma parla della competizione e non accenna alla Terra come casa comune dei viventi, ma la considera come scacchiera.
Eppure, dopo secoli di filosofia, letteratura, pensiero politico, scienze sociali, antropologia, critica dell’economia ed elevate riflessioni morali, dovremmo avere imparato almeno questo: una civiltà non si misura dalla sua capacità di dominare, ma dalla sua capacità di non distruggere ciò che tocca.
A che cosa sono serviti i tragici apprendimenti della Storia, se continuiamo a ragionare con le stesse categorie imperiali? A che cosa sono serviti i filosofi antichi, i moralisti moderni, i critici del capitalismo, gli scrittori che hanno raccontato la miseria umana, gli scienziati sociali che hanno mostrato i meccanismi del dominio, se poi la politica torna sempre alla sua grammatica più povera: forza, mercato, supremazia, sicurezza, influenza?
𝙄𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖 𝙣𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙘𝙝𝙚 𝙡’𝙀𝙪𝙧𝙤𝙥𝙖 “𝙘𝙤𝙣𝙩𝙞 𝙥𝙤𝙘𝙤”. 𝙄𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖 𝙚̀ 𝙘𝙝𝙚, 𝙦𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙝𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙢𝙤𝙡𝙩𝙤, 𝙩𝙧𝙤𝙥𝙥𝙤 𝙨𝙥𝙚𝙨𝙨𝙤 𝙡𝙤 𝙝𝙖 𝙛𝙖𝙩𝙩𝙤 𝙘𝙤𝙡𝙤𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖𝙣𝙙𝙤, 𝙨𝙛𝙧𝙪𝙩𝙩𝙖𝙣𝙙𝙤, 𝙚𝙫𝙖𝙣𝙜𝙚𝙡𝙞𝙯𝙯𝙖𝙣𝙙𝙤, 𝙖𝙧𝙢𝙖𝙣𝙙𝙤, 𝙙𝙚𝙥𝙧𝙚𝙙𝙖𝙣𝙙𝙤, 𝙞𝙢𝙥𝙤𝙣𝙚𝙣𝙙𝙤 𝙖𝙡 𝙧𝙚𝙨𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡 𝙢𝙤𝙣𝙙𝙤 𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙥𝙧𝙞𝙖 𝙢𝙞𝙨𝙪𝙧𝙖 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙨𝙚 𝙛𝙤𝙨𝙨𝙚 𝙙𝙚𝙨𝙩𝙞𝙣𝙤 𝙪𝙣𝙞𝙫𝙚𝙧𝙨𝙖𝙡𝙚.
Quindi, la domanda dovrebbe essere un’altra: non come tornare a contare, ma come smettere di pesare sulle spalle del mondo?
Esiste una differenza radicale tra contare e curare.
Contare appartiene al lessico dei bilanci, dei mercati, delle potenze, dei generali, dei governi che si pensano in competizione permanente. Curare appartiene a un’altra idea di politica: quella che guarda l’Umanità non come massa da dirigere, non come forza-lavoro da disciplinare, non come elettorato da sedurre, non come civiltà da gerarchizzare, ma come fragile comunità di viventi dentro un pianeta già ferito.
L’Umanità, qui, non va intesa in senso retorico o astrattamente antropologico. Va intesa come famiglia terrestre dei viventi: corpi, popoli, animali, ecosistemi, generazioni presenti e future, relazioni di dipendenza reciproca che nessuna frontiera, nessuna bandiera, nessun trattato commerciale potrà cancellare.
Il buon medico non entra nella stanza del paziente per chiedersi come trarne profitto, come dominarne il corpo, come trasformare la malattia in mercato. Il buon medico osserva, ascolta, comprende, cura. Sa che aggravare la patologia non è esercizio di forza, ma fallimento della coscienza.
𝙌𝙪𝙚𝙨𝙩𝙞 𝙥𝙤𝙡𝙞𝙩𝙞𝙘𝙞 𝙙𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙘𝙖𝙧𝙧𝙞𝙚𝙧𝙖 𝙞𝙢𝙗𝙖𝙧𝙖𝙯𝙯𝙖𝙣𝙩𝙚, 𝙨𝙚𝙢𝙗𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙞𝙣𝙫𝙚𝙘𝙚 𝙛𝙖𝙧𝙚 𝙡’𝙤𝙥𝙥𝙤𝙨𝙩𝙤: 𝙙𝙖𝙫𝙖𝙣𝙩𝙞 𝙖 𝙪𝙣 𝙢𝙤𝙣𝙙𝙤 𝙢𝙖𝙡𝙖𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙜𝙪𝙚𝙧𝙧𝙚, 𝙙𝙞𝙨𝙪𝙜𝙪𝙖𝙜𝙡𝙞𝙖𝙣𝙯𝙚, 𝙘𝙧𝙞𝙨𝙞 𝙚𝙘𝙤𝙡𝙤𝙜𝙞𝙘𝙖, 𝙥𝙤𝙫𝙚𝙧𝙩𝙖̀, 𝙢𝙞𝙜𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙛𝙤𝙧𝙯𝙖𝙩𝙚 𝙚 𝙨𝙤𝙡𝙞𝙩𝙪𝙙𝙞𝙣𝙞 𝙘𝙤𝙡𝙡𝙚𝙩𝙩𝙞𝙫𝙚, 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙞𝙣𝙪𝙖 𝙖 𝙨𝙤𝙢𝙢𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙧𝙖𝙧𝙚 𝙡𝙚 𝙨𝙩𝙚𝙨𝙨𝙚 𝙢𝙚𝙙𝙞𝙘𝙞𝙣𝙚 𝙖𝙫𝙫𝙚𝙡𝙚𝙣𝙖𝙩𝙚 𝙘𝙝𝙚 𝙝𝙖𝙣𝙣𝙤 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙤𝙩𝙩𝙤 𝙡𝙖 𝙢𝙖𝙡𝙖𝙩𝙩𝙞𝙖: 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙚𝙩𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚, 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙢𝙞𝙡𝙞𝙩𝙖𝙧𝙞𝙯𝙯𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚, 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙚𝙨𝙩𝙧𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙢𝙤, 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙘𝙧𝙚𝙨𝙘𝙞𝙩𝙖 𝙘𝙞𝙚𝙘𝙖, 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙙𝙤𝙢𝙞𝙣𝙞𝙤 𝙚𝙘𝙤𝙣𝙤𝙢𝙞𝙘𝙤-𝙞𝙣𝙙𝙪𝙨𝙩𝙧𝙞𝙖𝙡𝙚.
Per questo la formula “tornare a contare nel mondo” è rivelatrice. Dice più di quanto vorrebbe dire. Mostra una politica incapace di immaginare la cooperazione se non come alleanza tra interessi; incapace di pensare la pace se non come equilibrio armato; incapace di concepire l’Europa se non come soggetto di potenza dentro un ordine globale fondato sulla sopraffazione. Un’Europa degna di esistere non dovrebbe aspirare a contare tra i dominatori, dovrebbe invece contribuire a disinnescare la logica stessa del dominio. Dovrebbe smettere di domandarsi quale posto occupare nella gerarchia delle potenze, e cominciare a chiedersi quale responsabilità assumere davanti alla vita.
Perché il mondo non ha bisogno di un’altra potenza che pretende di “contare”; ha bisogno di comunità politiche capaci di sottrarsi alla religione del profitto, alla liturgia dei mercati, alla venerazione dell’industria bellica, all’idolatria della crescita e alla superstizione geopolitica secondo cui ogni popolo deve vivere sotto l’ombra di qualche impero.
𝙇𝙖 𝙫𝙚𝙧𝙖 𝙦𝙪𝙚𝙨𝙩𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙛𝙖𝙧 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙖𝙧𝙚 𝙡’𝙀𝙪𝙧𝙤𝙥𝙖.
𝙇𝙖 𝙫𝙚𝙧𝙖 𝙦𝙪𝙚𝙨𝙩𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙚̀ 𝙞𝙢𝙥𝙚𝙙𝙞𝙧𝙚 𝙘𝙝𝙚 𝙞𝙡 𝙢𝙤𝙣𝙙𝙤 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙞𝙣𝙪𝙞 𝙖 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙖𝙩𝙤: 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙞𝙣 𝙗𝙖𝙧𝙞𝙡𝙞, 𝙞𝙣 𝙢𝙚𝙩𝙧𝙞 𝙘𝙪𝙗𝙞 𝙙𝙞 𝙜𝙖𝙨, 𝙞𝙣 𝙩𝙚𝙧𝙧𝙚 𝙧𝙖𝙧𝙚, 𝙞𝙣 𝙥𝙪𝙣𝙩𝙞 𝙙𝙞 𝙋𝙄𝙇, 𝙞𝙣 𝙦𝙪𝙤𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝙢𝙚𝙧𝙘𝙖𝙩𝙤, 𝙞𝙣 𝙧𝙤𝙩𝙩𝙚 𝙢𝙞𝙡𝙞𝙩𝙖𝙧𝙞, 𝙞𝙣 𝙫𝙞𝙩𝙚 𝙨𝙖𝙘𝙧𝙞𝙛𝙞𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞.
Finché questi rappresentanti parlamentari, messi lì per garantire gli interessi capitalisti, useranno il verbo contare nel linguaggio della potenza, continueranno a non comprendere ciò che davvero conta: la vita, la dignità, la cooperazione, la giustizia, la possibilità di abitare la Terra senza trasformarla in un campo di battaglia economico e militare.
E allora sì, l’Europa dovrebbe tornare a contare, ma solo in un senso completamente diverso: contare le ferite che ha prodotto, contare le responsabilità che ha rimosso, contare le vite che il suo modello economico considera «carichi residui», contare le possibilità ancora aperte di una politica non fondata sulla supremazia.
Tutto il resto è vecchio dominio con una grafica aggiornata.
 
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