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16 maggio 2026
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Viviamo tempi mostruosi
di Raffaele Florio

Col rischio di sembrare il solito nostalgico con i capelli bianchi che rimpiange i tempi andati, io a guardarmi indietro non rammento tanta disumanità nell'osservare le tragedie e le ingiustizie del mondo.

​Sì, certo, siamo cresciuti negli anni '90 e nei primi 2000, in pieno boom della TV commerciale, del consumismo pop e dei primi accenni di internet. Inseguivamo lo status symbol del momento: il motorino Booster, le scarpe Silver della Nike, le felpe della Onyx o della Pickwick. Eravamo distratti, forse anche un po' superficiali, bombardati dai videoclip di MTV e convinti che il benessere fosse una certezza perenne.

A quei tempi l'empatia non era "divisiva", ma c'era un limite che non ci sognavamo di superare. Nessuno di noi si sarebbe mai sognato di prendere in giro il Pavarotti & Friends o di sminuire i mega-concerti per la cancellazione del debito nei paesi poveri. Gli artisti si esponevano e noi compravamo i CD compilation per beneficenza, senza che nessuno gridasse al "politicamente corretto" o accusasse quelle iniziative di essere operazioni "divisive" o di facciata. C'era un rispetto di fondo per il dolore altrui.

​Quando scoppiò la guerra in Jugoslavia, a due passi da casa nostra, o quando si parlava delle mine antiuomo con la campagna di Lady Diana, l'indignazione era unanime. Amnesty International riempiva le piazze e i festival musicali; firmavamo i loro appelli contro la pena di morte o per i prigionieri politici senza chiederci quale fosse il colore politico della vittima.

Nessuno si sarebbe sognato di dire che difendere i diritti umani fondamentali fosse "propaganda di parte". Cazzo c'entrava la politica? Era semplicemente civiltà.

​E quando, all'università o ai primi impieghi nei primi anni 2000, si parlava di precariato, di diritti dei lavoratori o dello spettro della disoccupazione, la solidarietà era spontanea. Il lavoro e la dignità erano questioni che riguardavano il futuro di tutti noi, non bandiere ideologiche dietro cui trincerarsi per insultare chi la pensava diversamente.

​Oggi, invece, persino lo sterminio di civili in un conflitto o il dramma di ostaggi sequestrati dall'altra parte del mondo diventano un talk show, una tifoseria da stadio, un algoritmo da cavalcare.

È sufficiente essere umani per provare empatia. Anzi, a dire il vero, persino gli animali la provano.

​Quando il mio umore è nero o quando sto male fisicamente, i miei 3 cagnolini vengono a mettersi accanto a me. Cercano di scaldarmi standomi appiccicati alle gambe o alle braccia... vorrebbero calmarmi. Loro, che sono animali, capiscono la sofferenza e offrono una presenza. L'essere umano moderno, invece, davanti al dolore apre lo smartphone per commentare con cinismo.

​Abbiamo passato gli anni '90 a sognare il futuro, convinti che la tecnologia, la medicina e la scienza ci avrebbero resi migliori, più vicini, più uniti.

Oggi quel futuro è arrivato: realizziamo cose straordinarie, ma abbiamo perso di vista il motivo per cui abbiamo iniziato a costruirle: gli altri.


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