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Viviamo tempi mostruosi
di
Raffaele Florio
Col rischio di sembrare il solito nostalgico con i capelli bianchi che rimpiange i tempi andati, io a guardarmi indietro non rammento tanta disumanità nell'osservare le tragedie e le ingiustizie del mondo.
Sì, certo, siamo cresciuti negli anni '90 e nei primi 2000, in pieno boom della TV commerciale, del consumismo pop e dei primi accenni di internet. Inseguivamo lo status symbol del momento: il motorino Booster, le scarpe Silver della Nike, le felpe della Onyx o della Pickwick. Eravamo distratti, forse anche un po' superficiali, bombardati dai videoclip di MTV e convinti che il benessere fosse una certezza perenne.
A quei tempi l'empatia non era "divisiva", ma c'era un limite che non ci sognavamo di superare. Nessuno di noi si sarebbe mai sognato di prendere in giro il Pavarotti & Friends o di sminuire i mega-concerti per la cancellazione del debito nei paesi poveri. Gli artisti si esponevano e noi compravamo i CD compilation per beneficenza, senza che nessuno gridasse al "politicamente corretto" o accusasse quelle iniziative di essere operazioni "divisive" o di facciata. C'era un rispetto di fondo per il dolore altrui.
Quando scoppiò la guerra in Jugoslavia, a due passi da casa nostra, o quando si parlava delle mine antiuomo con la campagna di Lady Diana, l'indignazione era unanime. Amnesty International riempiva le piazze e i festival musicali; firmavamo i loro appelli contro la pena di morte o per i prigionieri politici senza chiederci quale fosse il colore politico della vittima.
Nessuno si sarebbe sognato di dire che difendere i diritti umani fondamentali fosse "propaganda di parte". Cazzo c'entrava la politica? Era semplicemente civiltà.
E quando, all'università o ai primi impieghi nei primi anni 2000, si parlava di precariato, di diritti dei lavoratori o dello spettro della disoccupazione, la solidarietà era spontanea. Il lavoro e la dignità erano questioni che riguardavano il futuro di tutti noi, non bandiere ideologiche dietro cui trincerarsi per insultare chi la pensava diversamente.
Oggi, invece, persino lo sterminio di civili in un conflitto o il dramma di ostaggi sequestrati dall'altra parte del mondo diventano un talk show, una tifoseria da stadio, un algoritmo da cavalcare.
È sufficiente essere umani per provare empatia. Anzi, a dire il vero, persino gli animali la provano.
Quando il mio umore è nero o quando sto male fisicamente, i miei 3 cagnolini vengono a mettersi accanto a me. Cercano di scaldarmi standomi appiccicati alle gambe o alle braccia... vorrebbero calmarmi. Loro, che sono animali, capiscono la sofferenza e offrono una presenza. L'essere umano moderno, invece, davanti al dolore apre lo smartphone per commentare con cinismo.
Abbiamo passato gli anni '90 a sognare il futuro, convinti che la tecnologia, la medicina e la scienza ci avrebbero resi migliori, più vicini, più uniti.
Oggi quel futuro è arrivato: realizziamo cose straordinarie, ma abbiamo perso di vista il motivo per cui abbiamo iniziato a costruirle: gli altri.
 
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