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16 maggio 2026
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Stupro come arma di guerra contro i palestinesi
di Emma Buonvino

C’è qualcosa che va oltre la violenza fisica.
Qualcosa che punta a distruggere l’essere umano nella parte più profonda: la dignità, l’identità, la capacità di guardarsi ancora allo specchio senza sentirsi annientati.

Quando lo stupro, la nudità forzata, la tortura sessuale e l’umiliazione dei genitali diventano pratiche ripetute, documentate da testimonianze convergenti, da rapporti ONU, da organizzazioni israeliane per i diritti umani e perfino da inchieste della stampa israeliana e occidentale, non si può più parlare di “mele marce”.

Si entra nel terreno della violenza sistemica.

Negli ultimi due anni sono emerse accuse gravissime riguardo ai centri di detenzione israeliani, in particolare il campo di Sde Teiman. Ex detenuti palestinesi hanno descritto pestaggi ai genitali, violenze sessuali, stupri con oggetti, elettroshock, nudità forzata, aggressioni con cani, minacce di stupro contro familiari, umiliazioni sessuali e torture durante gli interrogatori.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem ha parlato apertamente di una “rete di campi di tortura”. Nel rapporto Welcome to Hell, basato su decine di testimonianze, descrive violenze sessuali e degradazioni sistematiche contro detenuti palestinesi.

Esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno dichiarato che le accuse di torture e violenze sessuali rappresentano “solo la punta dell’iceberg”, denunciando un clima di impunità totale.

L’ufficio ONU per i diritti umani ha confermato di aver raccolto testimonianze di torture, abusi sessuali e trattamenti degradanti contro uomini, donne e minori palestinesi detenuti da Israele dopo il 7 ottobre 2023.

Persino testate mainstream come il The Wall Street Journal hanno riportato il caso di un detenuto palestinese ricoverato con gravi lesioni interne compatibili con violenza sessuale, episodio che portò all’arresto di soldati israeliani sospettati di stupro.

Eppure ciò che sconvolge ancora di più è stata la reazione di parte della società israeliana: manifestazioni di estremisti e politici di destra a sostegno dei soldati accusati, descritti come “eroi”.

Questo è il punto centrale. Lo stupro in guerra non nasce dal desiderio sessuale. Nasce dal potere.

Serve a comunicare:
“Tu non sei umano.”
“Il tuo corpo ci appartiene.”
“Possiamo distruggerti completamente.”
“Non hai protezione.”
“Non hai dignità.”
“Nessuno verrà a salvarti.”

Nella storia coloniale e nelle guerre etniche, la violenza sessuale è stata spesso usata per spezzare psicologicamente intere popolazioni. È accaduto in Guerra di Bosnia, in Genocidio del Ruanda, nelle dittature latinoamericane, nei campi di prigionia e in numerosi sistemi coloniali.

Nel caso palestinese, molti studiosi e attivisti leggono queste pratiche dentro un processo più ampio di disumanizzazione.

Quando per anni un popolo viene rappresentato come “minaccia biologica”, “animali umani”, “terroristi per natura”, diventa più facile per alcuni carnefici convincersi che tutto sia permesso.

La violenza sessuale diventa allora uno strumento di dominio coloniale: non solo controllare la terra, ma violare il corpo stesso del popolo occupato.

E qui bisogna capire una cosa fondamentale.

Per un palestinese, soprattutto in una società profondamente collettiva e familiare, subire violenza sessuale non significa soltanto soffrire fisicamente.

Significa affrontare: vergogna; trauma; silenzio; paura del giudizio; perdita di identità; distruzione della fiducia nel mondo.

Molti sopravvissuti sviluppano insonnia, dissociazione, crisi di panico, incapacità di parlare dell’accaduto, terrore del contatto umano.

Alcuni non riescono più a tornare alla vita normale.
Altri scelgono il silenzio assoluto per proteggere le proprie famiglie.

Eppure, nonostante tutto, molti palestinesi continuano a testimoniare.
Continuano a raccontare ciò che hanno visto nei centri di detenzione, negli interrogatori, nelle prigioni.

Testimoniare, in questi casi, diventa un atto di resistenza umana.

Perché chi usa la tortura sessuale vuole cancellare la persona.
Vuole trasformarla in un oggetto spezzato.

Ma ogni testimonianza che emerge dice invece: “Tu non sei riuscito a cancellarmi.”

● Bibliografia essenziale

~B'Tselem – Welcome to Hell⁠
~OHCHR – UN report on Palestinian detainees⁠
~United Nations experts statement on Sde Teiman⁠
~Amnesty International on torture and sexual violence⁠
~The Guardian – Palestinian detainees abused in Israeli detention⁠
~Reuters – B'Tselem report on systematic abuse⁠
~Le Monde Palestinians describe torture and rape in Israeli prisons⁠

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