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Le truffe di Mussolini
di
Rinaldo Battaglia *
“…E i cavalli a Salò sono morti di noia
A giocare col nero perdi sempre
Mussolini ha scritto anche poesie
I poeti che brutte creature
Ogni volta che parlano è una truffa.."
È quasi normale ed assodato che i grandi uomini politici, prima o poi, tradiscano i loro elettori o seguaci. Li truffano per bene, a tutti gli effetti.
E tra questi il ‘Benito nazionale’ ne è stato l’esempio principe. Avrà ‘fatto anche cose buone’ come qualche nostalgico ultimamente ama ripetere, ma in tema di truffe e tradimenti avrebbe veramente da insegnare a molti. Truffe e tradimenti a qualsiasi livello e di qualsiasi genere.
Nella sua vita dapprima tradì il padre, Alessandro Mussolini, che lo aveva portato all’idea socialista e modernizzatrice in quel mondo allora così arretrato, anche in tema di diritti. Pochi sanno, ad esempio, che venne chiamato con quel nome, allora raro, in onore di un politico messicano, Benito P. García, che dal 1861 modernizzò fortemente il suo paese, ridimensionando i privilegi dei ricchi, del clero e dell'esercito, riducendo le spese militari, favorendo in maniera decisa l'istruzione pubblica e aprendo grandi università.
Il padre, molto vicino alle posizioni del sindacalismo rivoluzionario e del socialismo, nella sua Predappio dopo il 1902 a seguito di grandi manifestazioni, a cui non partecipò direttamente - cosa invece che talvolta fece il giovane Benito (allora sui 20 anni) - venne arrestato e messo in galera per 6 mesi causa proprio le sue idee politiche, sino a quando la Corte d'Assise di Forlì lo mandò a casa, assolto.
Il carcere lo fiaccò però nel fisico (morirà nel 1910), si ritirò dalla politica lasciando al figlio il testimone ed il compito di proseguire nella fede socialista. Sappiamo cosa poi successe e i primi ad esser traditi furono non solo gli ideali del padre ma anche i compagni di partito, da Giacomo Matteotti a Carlo e Nello Rosselli, a Filippo Turati solo per ricordare i primi nomi degli anni ‘20.
E dopo il padre, tradì moglie (la prima Ida Irene Dalser, di certo, rinchiusa in manicomio) i figli (Benito Albino, di certo, rinchiuso in un istituto psichiatrico a Mombello di Limbiate e morto nel 1942 ‘per consunzione’) amici e parenti. Persino il cardinale Schuster che in quel 25 aprile 1945 lo stava aspettando a Milano in Arcivescovado, dopo che nel primo incontro delle ore 15 gli era stata chiesta la resa incondizionata e l’alto prelato si era fatto garante della sua incolumità. Mussolini aveva preteso una pausa di un’ora per riflettere, promesso il ritorno e invece senza dire nulla salì su un camion verso la Svizzera. Tradendo i suoi fedeli, che lo aspettavano assieme al Cardinale e chi - da italiano - gli aveva posto fiducia per molti anni.
Che fosse portato a tradire chiunque, per sua personale convenienza, era scritto nel suo oroscopo. Eppure, molti traditi e truffati si erano fidati ciecamente e avevano riposto in lui le loro attese e le loro speranze. Andando inevitabilmente delusi e talvolta alla morte.
Uno di questo caso, poco noto al grande pubblico, è quello del generale Guido Liuzzi. Poco noto e per questo meritevole di esser di esser più conosciuto, perchè rappresenta proprio il classico caso di tradimento e di truffa morale e politica subìto dal fascismo del Duce.
Il gen. Liuzzi è stato un grande militare, onorato dai suoi soldati per il suo alto spessore etico e grande eroe delle sue guerre. Credeva fortemente sul valore della bandiera, della patria, del mito dell’Italia unita. Era nato ai tempi della Terza Guerra d’Indipendenza che aveva portato il mio Veneto all’Italia. Fu protagonista nella guerra italo-turca del 1912 che ci permetterà di acquisire Rodi e le altre isole del Dodecaneso e fu pluridecorato con le Croci di Cavaliere e di Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia nel corso della Prima guerra mondiale, ove vi era distinto come Capo di stato maggiore d'Intendenza della 4ª Armata. L’esercito era la sua vita e la Patria il suo ideale primario.
A guerra finita proseguì nella carriera a marce veloci: prima come comandante della Scuola di guerra dell'esercito di Civitavecchia, poi promosso generale di divisione nel 1923. Tra il 1925 e il 1926 comandò le Divisioni militari di Trento e poi di Padova, poi promosso generale di corpo d'armata nel 1928, e comandante del 1° Corpo d'armata a Udine, nel 1932.
Era un militare convinto e sin dalle prime mosse di Mussolini già nel 1919 fu attratto dall’idea fascista e dalle parole del Duce, voglioso di portare gloria e rispetto per l’Italia. Ci credette fortemente e fedelmente. Senza perplessità. Pur senza fare mai politica attiva, perché si riteneva un soldato, destinato quindi ad eseguire gli ordini non a deciderli. Quello spettava alla politica.
Nel 1932 a 66 anni andò in pensione e insignito dell'onorificenza di Grande ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Non solo: nel 1934 fu eletto presidente della comunità ebraica di Torino e da nazionalista, monarchico e fascista convinto, in quell'anno fondò, con altri, il settimanale ’ La Nostra Bandiera’. La rivista aveva lo scopo di rafforzare ed affermare, con vigore, la validità del pensiero fascista anche tra gli ebrei italiani. A dire il vero qualcosa cominciava a muoversi nell’ambiente ebraico, in particolare dopo il regio decreto del 27 agosto 1931 quando affermati professori universitari ebrei si rifiutarono di firmare la fedeltà assoluta al credo fascista e vennero ignobilmente cacciati dal loro lavoro.
Il gen. Liuzzi, da ebreo e rivolto ad altri ebrei, cercò ancora una volta di difendere l’operato del regime, convinto della validità del fascismo e della sua personale fiducia riposta nel Duce. E le parole del gen. in pensione Liuzzi - uomo tutto d’un pezzo - era ascoltate, tra gli ebrei e non solo.
Il mondo gli crollò addosso, all’alba dei suoi 72 anni e in una sera di metà settembre del 1938, quando a Trieste Mussolini annunciò il via all'approvazione delle leggi razziali. In quel 18 settembre si sentì colpito a morte, tradito nella sua anima e truffato nei suoi ideali di vita. La ‘coltellata nella schiena’ che in confronto prenderanno i francesi il 10 giugno 1940 non sarà nulla, non sarà in confronto che una carezza sulla testa di un bambino. Non poteva crederci. Mussolini non poteva far questo.
Il gen. Liuzzi chiese quindi una visita al Duce, ma il Duce mai rispose. Dopo aver inutilmente cercato ancora di farsi ricevere, stanco, il 3 ottobre ’38 gli scrisse un'accorata lettera di disappunto. Le ultime parole prima della sua firma dicevano: ‘Ma non menomateci del bene supremo e unico, cui aspiriamo: la Patria!’.
Parlava da ebreo, da militare, da italiano e da ‘uomo’.
Pochi mesi dopo venne espulso dall’esercito in quanto ebreo, come tutti gli altri ebrei, ufficiali o meno che fossero.
Fu il colpo di grazia.
Tre anni dopo, il 16 maggio 1942 – 82 anni fa, come oggi – morì nella sua Torino. E forse per il grande ‘uomo tutto d’un pezzo’, l’eroe di Vittorio Veneto, il pluridecorato gen. Guido Liuzzi fu una fortuna. Se fosse sopravvissuto l’anno seguente, dopo il 17 novembre ‘ 43 con la Carta di Verona in cui al punto 7 Mussolini sanciva che come ebreo ‘in questa guerra era nemico’, sarebbe stato arrestato e spedito sul primo treno dal binario 21. E arrivato ad Auschwitz, data l’età, considerato ‘inutile e non degno di vivere’ e portato in una camera a gas.
A volte mi chiedo come si possa, in questi anni, in piena coscienza e conoscenza, organizzare viaggi a Predappio in pellegrinaggio, onoralo con busti sul comodino o in ufficio, narrare cose non vere o esaltando con esagerazione quelle poche cose oneste che anche Mussolini avrà pure fatto.
16 maggio 2026 – 84 anni dopo – Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Seconda Parte” - Amazon – 2024
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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