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15 maggio 2026
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Il valore di una vita
di Elisa Fontana

Eccolo qui, l’ennesimo bullo omicida che dopo aver massacrato a coltellate Bakari Sako senza nessun motivo, confessa l’omicidio dicendosi “profondamente dispiaciuto”, come se bastasse questa formuletta di rito, suggerita sicuramente dal proprio legale, per far rialzare da terra Bakari e restituirlo ai suoi cinque figli.

Profondamente dispiaciuto come dopo aver dato sbadatamente una gomitata a qualcuno o pestato involontariamente il piede a qualcun altro. E sono i titoli dei giornali, uno dopo l’altro, a riportare le immancabili parole di scusa dei colpevoli dopo ogni omicidio, come se si fosse pestata la coda al gatto e avanti un altro.

Perché so bene che la legge farà comunque il suo corso, scuse o non scuse, magari prenderanno al volo una qualche attenuante, poi la giovane età, ma non è su questo che appunto il mio piccolo riflettore.

E’ sulla banalizzazione dell’atto, sul valore nullo di una vita umana, sulla insignificanza delle conseguenze devastanti che il proprio gesto porterà a chi la vita l’ha persa e a chi ha perso chi dava un senso alla loro vita: la moglie e i suoi figli.

Attenzione, lungi da me qualunque discorso forcaiolo, quelli li lascio volentieri a chi è campione in questo campo, tutto il parterre di destra Legge&Ordine del nostro governo e del nostro Parlamento. Sono profondamente convinta che si possa sbagliare, che si possa persino arrivare a togliere una vita e non per questo non avere possibilità di riscatto e di vero pentimento. Ma qui siamo ancora all’antefatto, il pentimento e il reinserimento, se ci saranno, sono ancora di là da venire.

No, qui mi voglio fermare su questo andazzo inquietante, per cui uccidi, quasi sempre per futili motivi o per motivi abietti, ma anche senza motivo e poi appena beccato chiedi scusa trovando magari motivazioni fantasiose o risibili. E’ proprio la mancanza di valore generalizzata che si dà alla vita umana che mi sconvolge e mi sconvolge ancor più quando questa leggerezza, questa mancanza di qualunque senso umano pervade dei giovanissimi.

Perché evidentemente la società che li circonda ha inculcato loro l’idea che sia normale uscire di casa portandosi dietro un coltello, come Tarzan nella giungla, e adocchiare magari qualcuno che non ti piace per qualunque motivo e spiegargli a colpi di fendenti qual è la tua visione del mondo. Dopodichè, sbrigare la pratica dicendoti dispiaciuto e amen.

Non hanno davanti un essere umano cui hanno tolto la vita senza nessun motivo, un essere umano inserito in una rete di relazioni sociali, lavorative, non hanno sconvolto l’equilibrio di una famiglia, di altre persone, di altri affetti, no, avevano davanti solo un fantoccio immobile da abbattere per dimostrare la loro valentìa, la loro forza. E se abbatti un fantoccio che fai? Chiedi scusa e ti mostri dispiaciuto.

L’atto abominevole di uccidere, il mondo crollato per altre persone non ti riguarda, non ti tocca. E i giornali sottolineeranno questo tuo dispiacere, ma pochi si chiederanno come mai avviene sempre a valle dell’uccisione, mai a monte, mai un attimo prima di spegnere una vita.

E’ lo stesso meccanismo, credo, che ci fa assistere inermi e inerti a genocidi, guerre, torture, come fosse tutto un film, come se quei cadaveri, quei morti non fossero fino ad un attimo prima carne e sangue pulsanti, padri o madri, o figli.

Assistiamo come se tutto fosse una finzione, e se hai 15 anni l’avvocato ti consiglia di chiedere scusa, ma se sei a capo di uno Stato sei esentato anche da quello.

Siamo davvero sicuri che la banalizzazione e lo svilimento della vita umana siano faccende che tocchino solo gli altri? Io non ne sarei tanto sicura, sia nella strada di una qualunque città, sia in qualunque parte del mondo considerata civile.

Quando si abbattono certe barriere morali ed etiche nessuno è più al sicuro.


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