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Uno sparo su Giorgiana
di Santina Sconza
12 maggio 1977 veniva uccisa Giorgiana Masi.
La vittoria per il Referendum sul divorzio, il 12 maggio 1977 doveva essere una giornata di gioia, di canti, indetta dal partito radicale e dal Movimento Liberazione Donna, un sit-in non violento e di pace che si trasforma in un massacro.
Ministro dell'interno Cossiga molto simile al ministro Piantedosi, un uomo democristiano che non amava né le femministe, né il partito radicale, né i movimenti studenteschi e che amava infiltrare nelle manifestazioni poliziotti in borghese pronti a far succedere casini.
Cossiga descritto come un uomo forte e accusato di essere un "ministro di ferro", che ha represso brutalmente le proteste pubbliche, Cossiga che non faceva usare alle forze dell'ordine il colloquio con gli studenti ma la forza brutale.
Quel sit-in del 12 maggio non era autorizzato, ma erano presenti deputati radicali e di democrazia proletaria.
Giogiana Masi frequentava il quinto anno del liceo scientifico Pasteur. A scuola animava un collettivo femminista.
Uscendo di casa aveva detto alla mamma: “Non succederà nulla. È una giornata di festa. Canteremo e festeggeremo."
Ma non fu così, quel giorno di festa si trasformò ben presto in una giornata di violenza, uno scontro fra forze dell'ordine e alcune teste calde di estrema sinistra e poliziotti infiltrati nel corteo.
Giorgiana fu uccisa da un proiettile vagante sparato da un poliziotto infiltrato a Ponte Garibaldi.
Nessuno è stato mai incriminato per quell'omicidio, ancora oggi qualcuno delle forze dell'ordine afferma che Giorgiana Masi fu ucciso dal fuoco amico, ma non è così perché la polizia era sempre solerte e capace ad arrestare i compagni, sarebbe stato un bel trofeo da presentare al popolo.
Ed invece bisogna leggere questa testimonianza del 2005 del fotografo Tano D'Amico presente al sit-in del 12 maggio 1977:
"Mi trovo in piazza della Cancelleria, all’angolo con corso Vittorio Emanuele.
E’ un pomeriggio orrendo di cariche continue, ripetute, molto violente e rimango tagliato fuori posizione rispetto agli altri miei colleghi fotografi.
Il ragazzo con i ricci e la tolfa in primo
piano è un agente in borghese. Scatto una foto, poi un’altra. Lui se ne accorge e dice al superiore al suo fianco: “Guarda che
quello mi ha fotografato”.
E il capo gli risponde: “Ma lascia perdere, non vedi che casino... “.
Devo essere sincero, non mi sembrò
di aver fatto nulla di speciale.
I poliziotti infiltrati nei cortei erano la regola.
Ma quando vidi Cossiga giurare davanti al paese e al Parlamento che quel giorno non c’erano agenti in borghese, capii che c’era qualcosa che non andava. Qualcosa di molto grave.
Mi alzai dal letto e feci il giro dei giornali che conoscevo con quelle foto.
Mi accorsi come un paese intero non volesse la verità e l’evidenza delle cose. Ancora oggi mi spiace dirlo.
Nonostante le denunce circostanziate anche la stampa più vicina a noi non volle raccogliere le ammissioni esplicite di uomini delle forze dello Stato.
Nei corpi armati qualcuno non era d’accordo nell’uccidere delle donne inermi.
Mi capitò che degli esponenti della polizia romana, incontrandomi per la strada, cercassero di farmi riflettere.
Frasi come: “I nostri colleghi che lei ha fotografato erano maschi e la ragazza uccisa era donna”.
Con delle pause insistenti, a sottolineare
le parole.
Battute ripetute una volta, due.
Allora ho cominciato a interrogarmi e tutto mi apparse chiaro: hanno ucciso
una donna per non rischiare di colpire un loro collega.
Poi anche l’incontro con quell’ufficiale... Un giorno, alcuni mesi dopo l’omicidio,
mi trovo in un bar di una centrale piazza di Roma.
Un ufficiale in divisa di un corpo armato dello Stato mi saluta e mi chiede:
“Come va la questione a cui lei è molto interessato, il caso di Giorgiana Masi? “. Risposi che non avevo purtroppo più avuto modo di seguirla.
Sapevo solo che tutto era stato insabbiato, perchè il calibro del proiettile che uccise Giorgiana non era in dotazione alle
forze di polizia.
Ma questo ufficiale, che evidentemente mi aveva abbordato proprio per imbeccarmi, mi rispose:
“Non nelle azioni di ordine pubblico, ma i tiratori scelti del poligono di Nettuno si allenano con carabine di quel calibro”.
Mi salutò e se ne andò.
Lo dissi ai giornali, ma la notizia uscì solo sul quotidiano delle femministe “Donna” e su “Noi Donne”, Sai, erano voci senza prove.
Ma ancora oggi credo che quelle persone avevano l’intenzione sincera di fare sapere la verità a tutto il paese."
Successivamente Cossiga ammise che la sera della manifestazione in cui si ebbe la morte di Giorgiana Masi, fossero presenti agenti provocatori armati della polizia, ma a sua insaputa: per tale motivo avrebbe subito provveduto alla sostituzione del questore di Roma che lo aveva tenuto all'oscuro.
Quella foto maledetta, quella foto di quel ragazzo che impugna la pistola, quella foto che se fosse stato un compagno sarebbe stato subito arrestato.
Chi è quel ragazzo riccioluto con la pistola in mano? È l'agente Giovanni Santone ma lui ha sempre negato di essere l'assassino.
Chissà perché a guardarlo bene ha qualcosa di Giovanni Pantaleone Aiello che è stato un poliziotto e agente segreto italiano, detto faccia da mostro, per via del viso sfigurato da un colpo di fucile.
Quell'Aiello che trasferito a Cosenza e poi presso la Squadra Mobile di Palermo guidata da Bruno Contrada, fu congedato nel 1977 e da allora dichiarò di non aver più messo piede nel capoluogo siciliano.
In realtà non è così, nel 2009 fu indagato dalle procure di Palermo e Caltanissetta che associarono il suo nome ad eventi oscuri della storia siciliana: l'attentato dell'Addura a Giovanni Falcone, la morte di Paolo Borsellino nella strage di via D'Amelio, il delitto del commissario Ninni Cassarà e del suo amico Roberto Antiochia, l'esecuzione del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida. Si è indagato inoltre sui suoi rapporti con la mafia catanese e quella calabrese, con terroristi della destra eversiva tra cui Pierluigi Concutelli.
L’inchiesta sulla sua morte di Giorgiana Masi fu chiusa il 9 maggio 1981. Il giudice istruttore scriverà: “Impossibilità a procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato”.
Ignoti, i responsabili dell'omicidio rimasti ignoti, mentre Cossiga sarà Presidente della Repubblica Italiana.
Se io non fossi così impotente di fronte al tuo assassinio - se la mia penna fosse un’arma vincente - se si sapesse la verità.
Ancora oggi la disperazione di noi donne è forte, si come ieri ci sentiamo impotenti, oggi con i capelli bianchi aspettiamo ancora giustizia.
 
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