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GB: inevitabile un terremoto politico
di
Alberto Pantaloni
Ieri sera finivo un articolo (lunghino) sulla situazione politica post-elettorale nel Regno Unito e scrivevo che con ogni probabilità Starmer riuscirà a non dimettersi perché l'opposizione di sinistra è minoritaria e perché i suoi presunti sostituti sono come se non peggio di lui (forse escluso Burnham a Manchester, ma non essendo un parlamentare non può prendere il suo posto).
Al mio risvglio scopro che 70 parlamentari e 4 ministri, fra cui Shabana Mahmood, quella delle restrizioni ai richiedenti asilo, hanno ufficialmente chiesto le dimissioni del Primo ministro.
Stamattina è prevista una riunione che si preannuncia tesa a Downing Street: a questo punto tutte le opzioni sono sul tavolo, anche se la cambiale firmata ai soggetti industriali e finanziari che hanno sostenuto economicamente la campagna elettorale del Labour nel 2024 preveda che si porti a termine il lavoro.
Rimane comunque il dato politico essenziale: il 7 maggio restituisce un quadro politico frammentato in cui una “democrazia multipartitica” viene però amministrata da un sistema storicamente concepito per un duopolio. Diverse amministrazioni locali non hanno maggioranze politiche, e anche in Galles e Scozia si va verso governi "monocolore" di minoranza.
Se Farage ha praticamente ridotto i Conservatori alla marginalità politica e la sua ombra nera si staglia sulle prossime politiche, d'altra parte l'ottimo risultato dei Verdi e la virtuale presenza di tre governi indipendentisti socialisti in Galles (Plaid Cymru), Scozia (SNP) e Irlanda del Nord (Sinn Fèin) danno più che una speranza a quei territori.
Certo, comunque vada, un terremoto politico sarà inevitabile.
 
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