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10 maggio 2026
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Il Re di maggio
di Roberto Neri

Ottant’anni fa, il 9 maggio 1946, quando mancano una ventina di giorni al referendum “monarchia o repubblica”, e al voto per designare l’Assemblea costituente, si insedia l’ultimo re d’Italia; assume il nome ufficiale di Umberto II di Savoia.

Suo padre, re Vittorio Emanuele III, ha appena abdicato in favore del suddetto figlio che ha quarantuno anni, e subito dopo salperà da Napoli a bordo di un incrociatore della regia marina che farà rotta per l’Egitto, dove si ritirerà in esilio volontario fino alla morte. L’ex monarca, ormai settantottenne, si spegnerà l’anno seguente.

In realtà Umberto II detiene già il potere che spetta al capo dello Stato, da circa due anni, da quando cioè suo padre lo aveva nominato “Luogotenente generale del regno”; il passaggio di consegne avveniva il 5 giugno 1944, cioè il giorno dopo la liberazione della capitale italiana, Roma, dai nazifascisti.

La monarchia restava comunque tale, con tutte le sue prerogative; il titolo di re lo manteneva sempre Vittorio Emanuele III che però cessava di occuparsi della cosa pubblica.

Dopo la nomina Umberto aveva via via emanato una serie di “decreti luogotenenziali” predisposti dai governi che si succedevano nel frattempo. Tutti erano consapevoli che si trattava di una fase transitoria, nella quale l’azione politica di Umberto, la sua potestà insomma, era inferiore a quella del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) formato dai rappresentanti di tutti i partiti, tranne quello fascista. Su entrambi, re e CLN, in ogni caso vigilavano gli Alleati.

La disposizione più importante firmata dal luogotenente Umberto in qualità di capo provvisorio dello Stato, durante quel complicato biennio, è la numero 141 del 1944; vincolava lui e il governo a lasciare che gli elettori -incluse per la prima volta le donne- decidessero quale forma di governo avrebbe avuto il Paese una volta liberato.

L’immagine della casa reale, già compromessa col fascismo, non godeva più dell’ampia popolarità necessaria a giustificarne l’esistenza. In particolare per molti abitanti del centro nord l’erede al trono era ormai soltanto uno dei Savoia, membro della famiglia che aveva abbandonato la capitale per riparare al sud la notte dopo il drammatico annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943.

L’abdicazione del 9 maggio 1946 a favore di Umberto II rappresenta il tentativo della monarchia di presentarsi come forma di governo ancora accettabile per gli italiani. Un punto a favore di essa in teoria sarebbe proprio la persona di Umberto II; correva voce infatti che avesse sempre mal sopportato Mussolini, il regime fascista e i suoi alleati, ma la rigida formazione ricevuta dal Savoia non gli avrebbe permesso di esprimere critiche.

Una carta vincente per il nuovo re potrebbe essere sua moglie, la ben più brillante Maria Josè del Belgio, che il 9 maggio 1946 assume il titolo di regina. Della nuova sovrana si sa che durante il regime incontrava talvolta alcuni oppositori, e lo aveva fatto anche nel 1943 sondando la disponibilità dei democratici verso suo suocero il re nel caso questi avesse estromesso il Duce.

Non per niente il primo capo del governo nominato nel giugno 1944 dal luogotenente Umberto al posto del maresciallo Badoglio, uomo di fiducia di suo padre il re, era stato proprio il liberale ex socialista Ivanoe Bonomi, cioè uno degli antifascisti coi quali Maria Josè aveva avuto dei contatti l’anno prima.

Ma è la nomina stessa a re, il 9 maggio 1946, e non lui in quanto persona, a irrigidire molti rappresentanti dell’ex CLN; costoro, e anche gli Alleati, avrebbero preferito che Umberto II restasse luogotenente fino all’imminente referendum, già fissato per 2 giugno seguente. Durante la cerimonia di insediamento Umberto II in qualità di nuovo sovrano comunque ribadisce che rispetterà la volontà dei votanti.

Alcuni politici durante la campagna elettorale per il referendum non si faranno scrupolo di evocare vecchi sospetti di “pederastia” che gravavano sul nuovo re per screditarlo. Visto il risultato del voto, forse non era necessario scendere così in basso. Difatti la monarchia non otterrà comunque la maggioranza delle preferenze calcolate su "tutti" i votanti. Quel “tutti” virgolettato servirà da potenziale cavillo a Umberto per cercare di ritardare la validazione finale del risultato.

Con l'autorevolezza che le compete la Corte costituzionale il 10 giugno 1946 proclamerà la Repubblica vincitrice sulla Monarchia grazie a due milioni di voti in più. Lo farà pur se ci sono ancora dei controlli sulle schede da completare nel breve giro di qualche giorno, che però non possono inficiare la palese e larga vittoria.

La notte del 12 giugno 1946 il governo De Gasperi, preso atto della volontà popolare, attribuirà i poteri di capo dello Stato al presidente del consiglio, cioè a De Gasperi stesso, ma in via transitoria. Si tratta di una accelerazione dell’inevitabile trasmissione dei poteri alla nuova forma statuale che si è data l’Italia.

La mattina del 13 giugno però Umberto II in un famoso “proclama agli italiani” dichiarerà quell’atto del governo “rivoluzionario, arbitrario, unilaterale”. Se ciò può apparire verosimile nella forma, va detto che la mossa del governo semplicemente anticipava ciò che avverrà comunque il 18 giugno al termine dei controlli sui voti.

Nello stesso proclama il re dirà di essere stato “posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue” riferendosi a recenti violente proteste di monarchici a Napoli e in altre località meridionali, o di “subire violenza”. Poche ore dopo volerà in Portogallo, ospite di una dittatura saldamente in sella da due decenni.

L’esilio di Umberto II, che forse pensava di rientrare in Italia una volta terminate le inutili rimostranze dei monarchici, e pacificata la situazione del Paese in generale, sarà invece definitivo. Lo sancirà la nostra futura Costituzione repubblicana.

L’ex “re di Maggio”, così soprannominato in seguito poiché avrà regnato dal 9 maggio 1946 per i successivi quaranta giorni, si stabilirà a vivere nella località balneare portoghese di Cascais, in una residenza affacciata sull’oceano Atlantico che chiamerà “Villa Italia”; qui riceverà le visite anche degli ex nobili italiani e dispenserà nuovi titoli.

Umberto II non abdicherà mai dal titolo di re. Nel 1983 all’età di settantotto anni morirà in una clinica di Ginevra dove era degente da alcuni mesi. Villa Italia, con lo stesso nome ma riadattata, attualmente funziona come una elegante struttura alberghiera con annessa spa.


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