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Primo maggio: non festa dl lavoro ma memoria della sua ribellione
di
Giuseppe Franco Arguto
Se il lavoro è diventato ricatto, precarietà, sfruttamento e sopravvivenza, il Primo Maggio non può essere una liturgia civile: deve tornare a essere coscienza di classe, solidarietà internazionale e contropotere dal basso.
Riconquistare il Primo Maggio significa sottrarlo alla liturgia e restituirlo alla lotta. Significa ricordare che il lavoro non va santificato quando è sfruttamento; va liberato. Significa comprendere che non c’è dignità del lavoro senza dignità della vita, e non c’è dignità della vita dentro una società che considera l’essere umano una funzione produttiva, un costo da comprimere, una merce da selezionare, consumare e scartare.
Il Primo Maggio non dovrebbe essere la commemorazione pacificata del lavoro, ma la memoria inquieta della sua ribellione. Non nasce per celebrare il lavoro in astratto, né per consegnarlo alla retorica istituzionale di chi, negli altri giorni dell’anno, ne accetta lo sfruttamento, la precarizzazione, la svalutazione, la ricattabilità. Nasce come giornata internazionale di lotta, come linguaggio comune degli sfruttati, come globalizzazione dal basso prima che il capitale trasformasse il mondo in una sola officina e l’umanità in una manodopera dispersa.
𝙋𝙚𝙧 𝙩𝙖𝙡𝙞 𝙢𝙤𝙩𝙞𝙫𝙞 𝙧𝙞𝙛𝙞𝙪𝙩𝙤 𝙞𝙡 𝙡𝙚𝙨𝙨𝙞𝙘𝙤 𝙞𝙨𝙩𝙞𝙩𝙪𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙚 𝙘𝙚𝙡𝙚𝙗𝙧𝙖𝙩𝙞𝙫𝙤, 𝙙𝙖 𝙙𝙚𝙨𝙩𝙧𝙖 𝙖 𝙨𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙧𝙖; 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚́ 𝙞𝙡 𝙋𝙧𝙞𝙢𝙤 𝙈𝙖𝙜𝙜𝙞𝙤 𝙣𝙤𝙣 𝙖𝙥𝙥𝙖𝙧𝙩𝙞𝙚𝙣𝙚 𝙖𝙞 𝙥𝙖𝙡𝙘𝙝𝙞, 𝙖𝙞 𝙢𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙧𝙞, 𝙖𝙞 𝙨𝙞𝙣𝙙𝙖𝙘𝙖𝙡𝙞𝙨𝙢𝙞 𝙖𝙙𝙙𝙤𝙢𝙚𝙨𝙩𝙞𝙘𝙖𝙩𝙞, 𝙖𝙡𝙡𝙚 𝙛𝙧𝙖𝙨𝙞 𝙞𝙨𝙩𝙞𝙩𝙪𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙞 𝙥𝙧𝙤𝙣𝙪𝙣𝙘𝙞𝙖𝙩𝙚 𝙨𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙜𝙪𝙚𝙣𝙯𝙚. 𝘼𝙥𝙥𝙖𝙧𝙩𝙞𝙚𝙣𝙚 𝙖 𝙘𝙝𝙞 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙖, 𝙖 𝙘𝙝𝙞 𝙫𝙞𝙚𝙣𝙚 𝙨𝙛𝙧𝙪𝙩𝙩𝙖𝙩𝙤, 𝙖 𝙘𝙝𝙞 𝙧𝙚𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚, 𝙖 𝙘𝙝𝙞 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖, 𝙖 𝙘𝙝𝙞 𝙣𝙤𝙣 𝙖𝙘𝙘𝙚𝙩𝙩𝙖 𝙘𝙝𝙚 𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙥𝙧𝙞𝙖 𝙫𝙞𝙩𝙖 𝙫𝙚𝙣𝙜𝙖 𝙢𝙞𝙨𝙪𝙧𝙖𝙩𝙖 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙞𝙣 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙪𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙩𝙖̀.
Ogni volta che il Primo Maggio viene ridotto a cerimonia, concerto, ricorrenza civile o generica celebrazione del “lavoro”, qualcosa della sua origine viene disinnescato. Il lavoro, infatti, non è una parola neutra; dentro questa parola abitano corpi, salari, tempo sottratto alla vita, fatica, infortuni, morti, ricatti, solitudini, migrazioni, discriminazioni, subappalti, contratti poveri, donne pagate meno, giovani sospesi in una precarietà permanente, anziani espulsi come scarti da un sistema che consuma e poi abbandona.
Per questo non basta dire “festa dei lavoratori”, se poi si accetta una società fondata sull’umiliazione quotidiana di chi lavora, di chi il lavoro lo cerca, di chi lo perde, di chi lo subisce in forme sempre più intermittenti, informali, invisibili.
Il capitalismo contemporaneo non ha abolito lo sfruttamento; lo ha solo reso più flessibile, più frammentato, più psicologico, più difficile da riconoscere. Lo ha spostato nelle piattaforme digitali, nei magazzini, nei campi agricoli, negli appalti, nelle cooperative finte, nelle vite dei migranti, nei corpi femminili, nelle periferie, nei turni spezzati, nella disponibilità continua, nell’idea oscena secondo cui il lavoratore deve essere sempre grato per il solo fatto di essere sfruttato.
𝙌𝙪𝙚𝙨𝙩𝙤 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙤, 𝙖𝙡𝙡𝙤𝙧𝙖, 𝙙𝙤𝙫𝙧𝙚𝙗𝙗𝙚 𝙧𝙞𝙘𝙤𝙧𝙙𝙖𝙧𝙘𝙞 𝙘𝙝𝙚 𝙞𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖 𝙣𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙨𝙤𝙡𝙩𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙞𝙡 𝙨𝙖𝙡𝙖𝙧𝙞𝙤, 𝙥𝙪𝙧 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙣𝙙𝙤 𝙞𝙡 𝙨𝙖𝙡𝙖𝙧𝙞𝙤 𝙪𝙣𝙖 𝙦𝙪𝙚𝙨𝙩𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙚𝙘𝙞𝙨𝙞𝙫𝙖; 𝙞𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖 𝙚̀ 𝙞𝙡 𝙥𝙤𝙩𝙚𝙧𝙚. 𝘾𝙝𝙞 𝙙𝙚𝙘𝙞𝙙𝙚 𝙞𝙡 𝙩𝙚𝙢𝙥𝙤 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙡𝙩𝙧𝙞? 𝘾𝙝𝙞 𝙨𝙩𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞𝙨𝙘𝙚 𝙞𝙡 𝙫𝙖𝙡𝙤𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙪𝙣𝙖 𝙫𝙞𝙩𝙖? 𝘾𝙝𝙞 𝙩𝙧𝙖𝙨𝙛𝙤𝙧𝙢𝙖 𝙡𝙖 𝙣𝙚𝙘𝙚𝙨𝙨𝙞𝙩𝙖̀ 𝙙𝙞 𝙫𝙞𝙫𝙚𝙧𝙚 𝙞𝙣 𝙤𝙗𝙗𝙚𝙙𝙞𝙚𝙣𝙯𝙖? 𝘾𝙝𝙞 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖 𝙡𝙖 𝙥𝙖𝙪𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙙𝙞𝙨𝙤𝙘𝙘𝙪𝙥𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙙𝙞𝙨𝙘𝙞𝙥𝙡𝙞𝙣𝙖 𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙡𝙚? 𝘾𝙝𝙞 𝙞𝙢𝙥𝙤𝙣𝙚 𝙖 𝙢𝙞𝙡𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙙𝙞 𝙥𝙚𝙧𝙨𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙚𝙩𝙚𝙧𝙚 𝙩𝙧𝙖 𝙡𝙤𝙧𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙨𝙤𝙥𝙧𝙖𝙫𝙫𝙞𝙫𝙚𝙧𝙚, 𝙢𝙚𝙣𝙩𝙧𝙚 𝙥𝙤𝙘𝙝𝙞 𝙖𝙘𝙘𝙪𝙢𝙪𝙡𝙖𝙣𝙤 𝙧𝙞𝙘𝙘𝙝𝙚𝙯𝙯𝙖, 𝙘𝙤𝙢𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙚 𝙞𝙢𝙥𝙪𝙣𝙞𝙩𝙖̀?
In questo senso, il lavoro non può essere separato dall’ecologia, dalla casa, dalla salute, dalla scuola, dalla libertà di associazione, dalla condizione dei migranti, dalla povertà, dal patriarcato, dalla guerra tra poveri alimentata dai padroni e amministrata dagli Stati. Il lavoro è il punto in cui il dominio economico diventa carne, orario, respiro, schiena, ansia, famiglia, futuro negato. È il luogo dove la società mostra la propria verità materiale, molto più di quanto facciano le dichiarazioni solenni dei governi, dei presidenti, dei ministri e dei padroni illuminati da conferenza stampa.
Le soluzioni non stanno in un capitalismo un poco più educato, in un mercato reso più gentile da qualche correttivo morale, in una carità istituzionale distribuita per attenuare gli effetti della stessa macchina che produce miseria. Il capitalismo, anche quando si veste da progresso, continua a fondarsi sulla subordinazione del lavoro vivo alla logica del profitto; gli Stati, anche quando parlano di tutela, intervengono troppo spesso per garantire l’ordine necessario alla riproduzione di questo rapporto. Le leggi, le polizie, i confini, le burocrazie, le riforme del lavoro, le politiche securitarie e le retoriche nazionali non sono elementi esterni al dominio economico: ne sono spesso il braccio amministrativo.
𝙋𝙚𝙧 𝙦𝙪𝙚𝙨𝙩𝙤 𝙞𝙡 𝙋𝙧𝙞𝙢𝙤 𝙈𝙖𝙜𝙜𝙞𝙤 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙧𝙫𝙖 𝙪𝙣 𝙨𝙞𝙜𝙣𝙞𝙛𝙞𝙘𝙖𝙩𝙤 𝙧𝙖𝙙𝙞𝙘𝙖𝙡𝙚 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙨𝙚 𝙩𝙤𝙧𝙣𝙖 𝙖 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙪𝙣𝙖 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙖𝙩𝙖 𝙙𝙞 𝙘𝙤𝙨𝙘𝙞𝙚𝙣𝙯𝙖, 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤𝙥𝙤𝙩𝙚𝙧𝙚 𝙙𝙖𝙡 𝙗𝙖𝙨𝙨𝙤. 𝙉𝙤𝙣 𝙪𝙣 𝙧𝙞𝙩𝙤 𝙨𝙩𝙖𝙣𝙘𝙤, 𝙢𝙖 𝙪𝙣𝙖 𝙥𝙞𝙖𝙩𝙩𝙖𝙛𝙤𝙧𝙢𝙖 𝙘𝙤𝙢𝙪𝙣𝙚; 𝙣𝙤𝙣 𝙪𝙣𝙖 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙖𝙡𝙜𝙞𝙖 𝙤𝙥𝙚𝙧𝙖𝙞𝙖, 𝙢𝙖 𝙪𝙣𝙖 𝙥𝙧𝙖𝙩𝙞𝙘𝙖 𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚𝙣𝙩𝙚; 𝙣𝙤𝙣 𝙡𝙖 𝙘𝙚𝙡𝙚𝙗𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙙𝙞𝙨𝙘𝙞𝙥𝙡𝙞𝙣𝙖𝙩𝙤, 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙪𝙩𝙩𝙞𝙫𝙤, 𝙢𝙖𝙣𝙨𝙪𝙚𝙩𝙤, 𝙢𝙖 𝙞𝙡 𝙧𝙞𝙘𝙝𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙤𝙨𝙨𝙞𝙗𝙞𝙡𝙞𝙩𝙖̀ 𝙙𝙞 𝙪𝙣𝙖 𝙘𝙡𝙖𝙨𝙨𝙚 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙖𝙩𝙧𝙞𝙘𝙚 𝙘𝙖𝙥𝙖𝙘𝙚 𝙙𝙞 𝙧𝙞𝙘𝙤𝙣𝙤𝙨𝙘𝙚𝙧𝙨𝙞 𝙤𝙡𝙩𝙧𝙚 𝙡𝙚 𝙙𝙞𝙫𝙞𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙞𝙢𝙥𝙤𝙨𝙩𝙚 𝙙𝙖𝙡 𝙢𝙚𝙧𝙘𝙖𝙩𝙤, 𝙙𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙣𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙞𝙩𝙖̀, 𝙙𝙖𝙡 𝙜𝙚𝙣𝙚𝙧𝙚, 𝙙𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙫𝙚𝙣𝙞𝙚𝙣𝙯𝙖, 𝙙𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙧𝙚𝙡𝙞𝙜𝙞𝙤𝙣𝙚, 𝙙𝙖𝙡 𝙘𝙤𝙡𝙤𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙚𝙡𝙡𝙚, 𝙙𝙖𝙡 𝙩𝙞𝙥𝙤 𝙙𝙞 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙖𝙩𝙩𝙤 𝙤 𝙙𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙨𝙪𝙖 𝙖𝙨𝙨𝙚𝙣𝙯𝙖.
Abbiamo bisogno di un movimento del lavoro che sia insieme operaio, precario, femminista, ecologista, antirazzista, internazionalista; capace di unire lavoratori dipendenti, disoccupati, poveri, migranti, piccoli produttori, braccianti, studenti, pensionati, comunità urbane e rurali. Un movimento che sappia privilegiare la ragione alla superstizione, la giustizia alla gerarchia, l’autogestione alla delega passiva, la solidarietà internazionale al nazionalismo, la cooperazione alla concorrenza distruttiva.
Non si tratta di invocare un’utopia vaga, buona per consolare le sconfitte; si tratta di recuperare il senso concreto di una società organizzata attorno alla dignità materiale delle persone, alla socializzazione dei bisogni fondamentali, alla decisione collettiva, alla comunità umana intesa non come massa obbediente, ma come rete viva di responsabilità reciproche. Uguaglianza, libertà, fraternità non sono parole da museo repubblicano: diventano reali solo quando scendono nel lavoro, nella distribuzione della ricchezza, nel tempo di vita, nell’accesso alla casa, alla cura, alla conoscenza, alla possibilità di non essere schiacciati dalla necessità.
Il Primo Maggio è nato come esempio di globalizzazione dal basso. Prima che il capitale rendesse globale lo sfruttamento, i lavoratori avevano già intuito che nessuna emancipazione può restare chiusa dentro i confini nazionali. Un padrone può avere molte lingue, molti passaporti, molte bandiere; la logica del dominio, però, resta riconoscibile. Per questo anche la risposta deve essere internazionale, multiculturale, solidale, non patriottica né corporativa.
𝙇𝙖 𝙘𝙡𝙖𝙨𝙨𝙚 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙖𝙩𝙧𝙞𝙘𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙝𝙖 𝙗𝙞𝙨𝙤𝙜𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙛𝙧𝙤𝙣𝙩𝙞𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙙𝙪𝙧𝙚, 𝙢𝙖 𝙙𝙞 𝙡𝙚𝙜𝙖𝙢𝙞 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙛𝙤𝙧𝙩𝙞; 𝙣𝙤𝙣 𝙝𝙖 𝙗𝙞𝙨𝙤𝙜𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙣𝙚𝙢𝙞𝙘𝙞 𝙘𝙤𝙨𝙩𝙧𝙪𝙞𝙩𝙞 𝙩𝙧𝙖 𝙜𝙡𝙞 𝙪𝙡𝙩𝙞𝙢𝙞, 𝙢𝙖 𝙙𝙞 𝙘𝙤𝙨𝙘𝙞𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤 𝙘𝙝𝙞 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖 𝙡𝙖 𝙡𝙤𝙧𝙤 𝙙𝙞𝙫𝙞𝙨𝙞𝙤𝙣𝙚.
Per questo oggi non basta celebrare. Occorre disobbedire alla narrazione che trasforma lo sfruttamento in merito, la povertà in colpa, la precarietà in flessibilità, la sottomissione in responsabilità individuale. Occorre ricostruire cultura di classe, solidarietà, organizzazione, mutualismo, autogestione, conflitto sociale consapevole. Occorre tornare a pensare il Primo Maggio non come una pausa nel calendario del capitale, ma come il giorno in cui il lavoro ricorda a se stesso di poter diventare forza storica, comunità insorgente, intelligenza collettiva.
Questo giorno è un giorno di profonda riflessione e deve appartiene, soprattutto, a chi sa che libertà, uguaglianza e unità non sono parole da commemorare, ma rapporti sociali da costruire.
 
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