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27 aprile 2026
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I giorni della colomba
di Piero Graglia

Attentato scampato oppure un sistema per aumentare la propria popolarità, prima di un appuntamento elettorale, quando la popolarità è in calo?

Tra qualche anno saranno queste le domande che gli storici si faranno – se se le faranno – sui tre attentati che Donald Trump ha subito, uno da candidato e due da presidente in carica. Un record.

I presidenti americani vittime di un attentato durante il loro mandato sono stati cinque, tutti eletti in un anno con lo zero finale: Abramo Lincoln (eletto nel 1860), James Garfield (eletto nel 1880), William McKinley (eletto nel 1900), John F. Kennedy (eletto nel 1960) e Ronald Reagan (eletto nel 1980); quattro di loro sono rimasti uccisi, tranne Ronald Reagan che, ferito gravemente – una gravità che al momento pochi rilevarono – riuscì a cavarsela grazie a un intervento al polmone sinistro. Si tratta della cosiddetta zero-year curse, la «maledizione dell’anno zero», che però non è scattata nel caso di George Bush e di Joe Biden.

Insomma, Trump entra nella statistica sia per i due attentati subiti da aspirante presidente sia per quello di ieri, sventato, mentre era in carica. Anche se, tecnicamente, quello di ieri sera non è stato un attentato contro di lui poiché l’attentatore non è neppure riuscito ad arrivare nella sala dove era il presidente, fermato da alcuni agenti all’ingresso.

Si tratta di Cole Tomas Allen, un ingegnere, insegnante part-time e progettista di videogiochi, arrivato dalla California in auto con un fucile a canne mozze, una pistola e alcuni coltelli con l’intenzione – secondo i primi riscontri di polizia – di fare la massima confusione possibile.

Si ha come l’impressione che dopo quest’ultima sparatoria, lo stesso Trump abbia compreso che la tecnica di usare le parole per eccitare gli animi di amici e avversari sia un pericoloso boomerang. La sera della sparatoria, poco dopo l’arresto dell’aggressore, Trump ha pronunciato in conferenza stampa parole concilianti nei confronti di amici e avversari, un tono molto diverso rispetto a quello usato dopo l’assassinio di Charlie Kirk, quando disse «Charlie Kirk amava i suoi avversari, e questa è l’unica cosa che ci divide: io odio i miei avversari, non voglio il bene per loro».

Oggi invece il tono è dimesso: «siamo conservatori, democratici, liberali, progressisti, tutti dobbiamo rispettarci e amarci». Ha parlato anche dell’attentatore, definendolo un solitario, una persona malata, anche se nulla per il momento depone a favore della tesi dello squilibrato.

Eccolo qui il nuovo Trump a 360 gradi, il presidente di tutti, il sostegno di chiunque nella terra dei liberi e nella patria dei coraggiosi.

Però, come dice Agatha Christie, tre indizi fanno una prova e se mettiamo insieme il fatto che dal 2015 Trump non ha mai partecipato all’annuale cena dei corrispondenti da Washington (quelli che secondo lui fanno solo «fake news» sul suo conto), decidendo di partecipare solo ieri; che Cole Tomas Allen è piombato in un contesto affollato di telecamere e giornalisti e agenti violando la prima regola di un attentatore che vuole essere efficace: non esporsi; e infine che questo attentato arriva mentre Trump è in grande difficoltà in politica estera e in caduta libera nei sondaggi, e gli permette di fare la parte dell’addolorata vittima di una violenza incomprensibile, ebbene qualche domanda viene da farsela.

Da un presidente che dà spettacolo ci si può aspettare di tutto, anche che occasioni come questa vengano utilizzate in maniera abnorme: sia per motivare la costruzione della Sala da ballo alla Casa Bianca, sia per dare una rinfrescata a una leadership assai in difficoltà.


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