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26 aprile 2026
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Ero il boia
di Rinaldo Battaglia *

Pochi conoscono il lager, chiamato dagli storici ‘Little Auschwitz’. E forse è meglio e non solo per il suo alto tasso di mortalità e per la violenza inflitta dalle criminali SS.

Sito e nascosto dentro il ghetto di Lodz, venne costruito appositamente per far lavorare e torturare bambini polacchi, anche di pochi anni: solitamente da 6 o 8 anni, ma risultarono anche casi di solo 2 anni.

Erano ebrei, ma non solo ebrei, soprattutto i figli di genitori appartenenti al movimento di resistenza clandestina, soprannominati dai nazisti "banditi pericolosi". Ma anche bambini orfani, sbandati e senza casa, o con disabilità mentali e fisiche.

Per i nazisti era un ‘Kinder-KZ Litzmannstadt’ (campo di prigionia minorile) identificato come il ‘campo di Via Przemysłowa’ e operativo fin dal 1° dicembre 1942.

Testimoni parlano di almeno 2.000 bambini passati per il lager, sebbene il numero non sia stato mai bene accertato, poiché i documenti furono vigliaccamente distrutti dai tedeschi prima dell’arrivo dei Russi. Sono accertati e documentati invece i corpi di bambini seviziati, di bambini costretti a vivere in spazi ristrettissimi, di ripetute violenze gratuite anche da parte dei vari Kommandant delle S.S., che rispondevano direttamente al loro capo, Heinrich Himmler.

Alcuni superstiti, allora bambini, per tutta la vita non riuscirono più a dimenticare le atrocità subite, anche da semplici guardie del campo, tra cui primeggiava il sadico Edward August. Uno loro, il sopravvissuto Jozef Witkowski anni fa disse: "Era costantemente ubriaco e onnipresente. Provava piacere nel sottoporre i bambini prigionieri alla tortura più fantasiosa. Li picchiava e li prendeva a calci, nei punti più sensibili. Li seppelliva in scatole di sabbia o li inzuppava nei barili d'acqua. Li appendeva per le gambe ad una catena e poi abbassava le loro teste in un serbatoio, colmo di lubrificanti per auto usati. Tagliava loro i loro genitali con un temperino, per punizione. Batteva i talloni e spegneva le sigarette sul petto dei bambini prigionieri".

Sono accertate e documentate invece le condizioni di vita che erano durissime, oltre ogni umano limite. Come ad Auschwitz, avevano numeri al posto di nomi, privandoli della loro identità, e costretti a indossare uniformi e zoccoli grigi come i famigerati "pigiami a righe". Erano costretti a turni massacranti di lavoro, conditi da punizioni frequenti e disumane. Dalle 10 alle 12 ore al giorno, sempre sotto lo stretto controllo delle S.S., a cucire vestiti, fabbricare scarpe di paglia, rammendare abiti, produrre cesti di vimini, cinture per maschere antigas o parti di zaini in pelle.

Analogamente per le bambine a cui era riservata una parte distaccata, all’interno di una fattoria nella zona chiamata ‘Dzierzazna’, e dedite a lavori di sartoria, cucina e lavanderia del campo. Di comune tra maschi e femmine erano la violenza nella disciplina, con frustate e botte senza remore, o le pessime condizioni igieniche, che causarono epidemie di tifo, soprattutto nel freddo inverno del ‘42.

È accertato e documentato che i bambini furono costretti a dormire, in uniformi del campo, su assi nude e stipati in blocchi di legno senza protezioni dal gelo durante l'inverno, a differenza delle S.S. alloggiate negli edifici di mattoni. Quando i più piccoli di notte per la paura o il freddo si bagnavano, venivano fatti marciare all’istante, anche per ore.

Fino alla primavera del 1944, non esistevano bagni attivi e quindi dovevano lavarsi al freddo, all’aperto, anche sotto la neve. Senza sapone e sotto una pompa o dentro una bacinella, per ridurre la presenza dei pidocchi che infestavano i loro piccoli corpi, pidocchi che era peraltro espressamente vietato ‘cacciare’. Una inutile assurdità. I bambini pescati a farlo venivano sadicamente frustati dalle guardie naziste e saltavano il pasto del giorno.

L’alimentazione era costantemente scarsa ed insufficiente, con almeno 300 bambini fatti morire ‘sistematicamente’ di fame. Ricevevano solo una fetta di pane e mezzo litro di finto caffè nero per colazione e nient'altro fino a sera, quando per cena vi era solo la classica zuppa di rape o patate con foglie di barbabietola o cavolo e talvolta semplici erbe di campo. Raramente qualche cucchiaio di marmellata.

Per sopravvivere impararono, da veri esperti, a cacciare uccelli e topi e ad integrare la loro zuppa acquosa, con mosche morte ed insetti di vario tipo. Per sopravvivere furono costretti a perdere ogni parvenza di infanzia, ogni minimale diritto di vita, parificati nella schiavitù agli uomini adulti, senza aver mai acquisito la struttura fisica oltrechè psicologica o morale di questi.

È accertato e documentato che anche lì, come gli uomini e le donne a Buchenwald, Flossenburg, Zeithain, Dora-Mittelbau e mille altri lager, molti bambini siano stati sottoposti ad orrendi esperimenti e usati come cavie, infettandoli appositamente con virus per studiarne e testarne poi i metodi di trattamento e di guarigione.

È accertato e documentato che alle bambine andò anche peggio. Responsabile della sezione femminile del campo risultava Sydonia Bayer, chiamata "Frau Doctor", una criminale nazista, innamorata fanaticamente del Fuhrer, ex-commessa di negozio e ora nel piccolo lager di Lodz con incarico di ‘capo-medico’. Una bambina polacca sopravvissuta, Maria Jaworska, se la ricordava mentre picchiava a sangue una piccola deportata, di neanche dieci anni, poi morta per le percosse, colpevole di aver urinato di notte a letto (se letto poteva esser definito). E nei documenti stillati da "Frau Doctor" risultò come ‘decesso per tubercolosi’. -

"Le piaceva trascinare i bambini ammalati nella neve e versarvi sopra acqua fredda. Ordinò che fossero frustati, picchiati, presi a calci, privati dei pasti” -.

Nell'estate del 1944, con l'avvicinarsi delle truppe sovietiche di liberazione, dal piccolo lager e dall’adiacente ghetto di Lodz (dov’erano rimasti allora 72.000 ebrei, di cui 20.000 altri bambini) ripresero i tristi convogli verso Auschwitz e Chelmno. Quando l'Armata Rossa giunse a Łódź il 19 gennaio 1945, vi trovò - vivi - soltanto 877 ebrei, tra cui 12 bambini del ghetto e neanche 900 bambini detenuti nel piccolo lager, l'unico a non essere stato liquidato dai nazisti in veloce fuga. Vivi e sopravvissuti sì, ma in condizioni indescrivibili, totalmente denutriti nel corpo e, peggio, distrutti per sempre nell’anima.

- "Molti di loro erano troppo piccoli per conoscere la propria identità e alcuni non sono mai riusciti a scoprire chi fossero" - Questa era la ‘Piccola Auschwitz’. Piccolo lager sconosciuto al mondo, ma immenso nella storia della disumanità, tra l’indifferenza generale, e segnale inequivocabile che forse l’uomo – se questo è un uomo – con la Shoah si sia, per davvero, auto-estinto.

A guerra finita, verso fine aprile del 1945, dopo la liberazione di Łódź, si riuscì a scovare uno degli ufficiali nazisti del campo, uno dei comandanti minori se vogliamo ma di certo un anello della catena del male chiamata Shoah. Prima di essere impiccato quella S.S. - Adolf Wilhelms – venne fotografato mentre teneva un cartello con la scritta "Ero il boia dei polacchi alla Bayer (fabbrica) nel 1939".

Era uno dei comandanti minori di uno dei tanti campi minori di transito verso i lager dello sterminio. Uno dei tanti.

Se fosse stato in Italia, magari al comando di Alatri, Renicci, Visco o nell’Istria e Dalmazia allora italiane come Rab o Melat non sarebbe mai stato giustiziato. Probabilmente oggi sarebbe onorato e - perché no? - magari considerato come una delle vittime delle foibe slave. O premiato con tanto di medaglia di bronzo al valor militare dalla Repubblica Italiana (Gazzetta Ufficiale n° 12 dd. 16/1/54) come Gaetano Collotti il capo della banda fascista che portava il suo nome. Ed in ogni caso poi sarebbe sempre stato salvato dall’amnistia Togliatti del 22 giugno ‘46 o quella successiva del 18 dicembre ‘53 a nome di Antonio Azara.

Di loro non troveremo mai una foto con la scritta “ero il boia”. Sbaglio?

26 aprile 2026 – 81 anni dopo - liberamente tratto dal mio 'Mi chiamo fuori' - Amazon - 2025

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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