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25 aprile 2026
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Uomini e no
di Rinaldo Battaglia *

Talvolta, e lo dico apertamente, mi considero un uomo fortunato perchè sono nato in un’epoca che onorava, con forza e convinzione, la Resistenza e dove potevi leggere libri che raccontavano la Liberazione, libri scritti da chi aveva vissuto quegli anni tremendi. Messaggi veri, diretti, senza propaganda, senza retorica di partito.

Talvolta mi chiedo cosa ne sanno di certe vicende e di certi libri coloro che oggi parlano della X Mas, dell’uomo della Provvidenza, che fanno la processione a Predappio, che esaltano Salò come il Presidente La Russa o non riescono ad unire le parole ‘Duce e criminale’ come la Premier Giorgia Meloni.

Forse sarebbe opportuno ricordarlo loro e ricordare a noi cos’è stato il 25 Aprile.

In quel 25 aprile 1945, infatti il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò a Milano l'insurrezione generale, ordinando ai partigiani di attaccare i presidi tedeschi e fascisti. Ovunque, dovunque, chiunque fosse nazista o fascista.

Il Duce si trovò costretto ad ascoltare le chiare parole dell'Arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster prima di scappare come un ladro. Lì aveva capito che Milano, tempo un paio di ore, sarebbe stata liberata dai partigiani e solo dopo - solo dopo - dagli Alleati. Per qualcuno sarebbero allora state ore non piacevoli.

Ma perché proprio Milano? Perché qui il Duce si sentiva ancora protetto.

Qui contava ancora nelle sue bande fasciste che aveva creato, esaltato, allevato. Parlo per primo della banda di Pietro Koch, già operante in Roma nella pensione Oltremare e in quella Jaccarino.

A Milano aveva raggiunto però il vertice, partendo dalla zona di San Siro a villa Fossati, dove dai fascisti spesso venivano in visita anche attori di prim’ordine, quali Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. E mentre questi parlavano e recitavano, i fascisti di Koch sequestravano, seviziavano tra interrogatori e torture allucinanti persone civili, uomini e donne, con bastoni chiodati e catene. Lo stupro era quasi un rito.

Talvolta erano partigiani o antifascisti e talvolta solo semplici cittadini non appartenenti a nessuna organizzazione di Resistenza. Nella banda Koch emergeva persino un monaco benedettino, don Ildefonso Troya Epaminonda. Amava la musica e solitamente mischiava le urla di dolore dei torturati con le note di Schubert. Così gente come Armando Tela, Francesco Argentino, Francesco Belluomini si sfogavano meglio sulle vittime a ritmo di musica.

A Roma, dopo l’8 settembre 1943, la banda Koch faceva questo sporco lavoro per Kappler e Priebke, a Milano invece per il gen. Theodor Saevecke, che occupava l’hotel Regina di via S. Margherita, quartier generale milanese della Gestapo, la non famosa SIPO-SD. Ma non solo: anche per ‘Cane Nero’. Era Franco Colombo, ex sergente della Milizia, che aveva creato la criminale Legione Ettore Muti con caserma in via Rovello. Tutti pezzi di galera, tutti assassini, affamati di sangue con licenza di uccidere, rubare e terrorizzare la città.

Il gen. Theo Saevecke poteva contare su Walter Rauff, che sovrintendeva i vari uffici e comandi e su Walter Gradsack “il macellaio” che si occupava delle torture da infliggere ai prigionieri, coadiuvato da un certo Karl Otto Koch.

Karl Otto Koch, per capirsi, in precedenza era stato inizialmente comandante dei lager di Columbia-Haus, Lichtenburg, Esterwegen e Sachsenburg; poi fece carriera diventando prima Kommandant di Buchenwald dal 1937 al 1941 e di Majdanek dal 1941 al 1942. Sua moglie era Ilse Koch, sposata già nel 1936, meglio passata alla Storia come "La cagna di Buchenwald" ("Die Buchenwälder Hündin"). Come non bastasse a Milano operava anche Franz Staltmayer, detto 'la belva', armato di nerbo e soprattutto feroci cani lupo.

E tutto questo con la assoluta convivenza, forte collaborazione e totale attività dei fascisti di Salò. Talvolta per convinzione, ideologia, talvolta per denaro. Perchè in quel tempo, nella Milano del 1944 i repubblichini di Salò venivano pagati anche 3.000 lire al mese, quando il salario di un operaio (dato Istat) era di 4.238 lire all’anno.

Chi ha letto ‘Uomini e no’ di Elio Vittorini (Mondadori, Milano, 1972) sa di cosa parlo.

Talvolta per denaro, ma talvolta perchè costretti dai bandi di reclutamento militare obbligatorio, destinati ai giovani italiani nati fino al 1° semestre del 1926, emanati dal Ministro della Difesa e ‘numero due’ dopo Mussolini, Rodolfo Graziani, per la costituzione del nuovo esercito della RSI. L’ultimo bando fu quello datato 18 febbraio 1944, tramite un decreto a firma del Duce, dove si sanciva la pena di morte mediante fucilazione per i renitenti e i disertori. Erano ragazzi di 18 anni, colpevoli solo di vivere sotto Mussolini e di esser nati sotto il segno del fascio.

Moltissimi di loro, allora, preferirono scappare in montagna e diventare partigiani, piuttosto che andare a combattere e massacrare loro connazionali nel nome del Duce e del Fuhrer.

Scappavano in montagna, perché se non si fossero arruolati sarebbero finiti nel lager nazisti. Scappavano assumendo nomi di fantasia, strani nomi di battaglia, perché altrimenti i loro familiari venivano puniti, rastrellati, torturati. Uccisi, anche se solo fossero bambini.

Eppure già nel primo ‘bando Graziani’ - quello del 9 novembre 1943 che riguardava i giovani delle classi 1923, 1924 e 1925 - dei 180 mila richiamati alla leva obbligatoria solo 87 mila si presentarono. Neanche la metà. Poi sarà per l'esercito del Duce ancora peggio.

Alcuni di loro poi cercheranno di fuggire ancora, anche dopo l'arrivo nelle caserme del Duce, ma molti resteranno, saranno e diventeranno uomini di Salò. Repubblichini. Fascisti. E resteranno tali per loro scelta.

Mi piace ricordare - a tal proposito - una frase del partigiano, classe 1925, Dante Di Nanni, prima di essere ucciso a Torino il 18 maggio 1944, che sintetizza la scelta di quei giovani: o di qua o di là, o col fascismo o contro il fascismo: “In questa guerra ognuno ha fatto la sua scelta. Né a lui né all’altro hanno messo in mano un fucile senza spiegare perché. Ciascuno ha scelto in piena coscienza la parte dove stare e paga i debiti che ha contratto”. Parole che così ci avrebbe trasmesso il suo comandante gappista Giovanni Pesce.

“In questa guerra ognuno ha fatto la sua scelta”. Ubbidendo ai nazisti, per conto e nell’interesse del Fuhrer. Talvolta addirittura diventando SS italiane. Furono ben 20.000 i volontari italiani che, dopo l'8 settembre 1943, giurarono fedeltà a Hitler e alla Germania nazista, inquadrati nelle Waffen-SS.

Talvolta - altri - sporcando il nome degli Alpini. Come i 20.000 fascisti della 4ª Divisione alpina "Monterosa" una delle più assassine, in particolare sotto il comando del seniore Mario Carloni, divisione inviata a scuola in Germania per 6 mesi, e addestrata da istruttori nazisti per uccidere e massacrare.

E’ vero, talvolta mi considero un uomo fortunato perché sono nato in un’epoca che onorava, con forza e convinzione, la Resistenza e dove potevi leggere libri che raccontavano la Liberazione, libri scritti da chi aveva vissuto quegli anni. Così ho capito presto che durante il fascismo c’erano uomini e non-uomini, non persone.

Appena conquistato il potere il fascismo escluse nei diritti gli slavi e tirolesi che non volevano sentirsi italiani, dopo la Grande Guerra e l’assegnazione all’Italia di terre di fatto straniere. Vennero chiamati apolidi. Nel ’38 arrivarono leggi raziali e altre vite vennero considerate non-uomini, non-persone e cancellate nei loro diritti assoluti, di lavoro, proprietà, dignità. Vennero chiamati 'razza inferiore'.

Ho così capito - per contrasto - che invece dopo l’8 settembre ’43 ci furono uomini e non-uomini. I primi formarono la Resistenza, i secondi no, ma per loro libera scelta. Scelsero di combattere altri italiani in nome del Duce e del Fuhrer, del Terzo Reich e del prosieguo in Italia di un regime liberticida e illiberale.

Davanti al cimitero di Crespadoro, dalle mie parti, esiste un monumento con una dedica sublime e precisa: "Per onorare quanti sacrificarono la loro vita per farcene vivere una migliore". Erano uomini, donne, partigiani e non, che lottarono contro i nazisti invasori e i fascisti italiani, loro soci nell’ideologia e nei crimini.

I primi di certo erano uomini, gli altri no. Grazie ai primi sono stati sconfitti i secondi. Anche se, oggi in Italia, non ce ne rendiamo conto.

I primi di certo erano uomini, gli altri no, rubando le parole a Elio Vittorini.

Uomini e no.

25 Aprile 2026 - 81 anni dopo

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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