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24 aprile 2026
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Decreto sicurezza: osservazioni dei sindacati di polizia
di Viola Fiore

Anche i sindacati della polizia guardano con una prospettiva critica l'ultimo decreto sicurezza, sottolineando da un lato l'ipertrofia legislativa o il panpenalismo propagandistico e dall'altro le carenze di organico delle FFOO e l'inadeguato riconoscimento economico dei rischi corsi dalla polizia.

Mettono inoltre l'accento sul substrato culturale in cui cresce la delinquenza, che non viene migliorato da pene più severe ma lavorando sul territorio e adottando pragmatismo riguardo alle situazioni dei migranti più deboli (ad es minori).

Il SILP CGIL (Sindacato Italiano Lavoratori Polizia della Cgil) parla di provvedimento che "dietro l’altisonante retorica della fermezza, cela una drammatica vacuità di contenuti strutturali e finanziari".

Dal punto di vista tecnico-giuridico, per il SILP CGIL il decreto appare come l’ennesima operazione di “ipertrofia legislativa”: "si creano nuovi reati e si inaspriscono pene in modo simbolico, senza tuttavia agire sui presupposti materiali che garantiscono l'effettività della norma e l'efficienza degli apparati di pubblica sicurezza".

Nonostante i proclami governativi, infatti, nota il sindacato, "le previsioni sulle assunzioni non compensano affatto il deficit cronico di organico maturato nell'ultimo decennio. La realtà dei fatti racconta di uffici e commissariati ridotti ai minimi termini, dove il turn-over resta un miraggio."

Sul fronte contrattuale, "le risorse stanziate per il rinnovo del comparto sicurezza sono del tutto insufficienti a coprire il tasso di inflazione galoppante, traducendosi di fatto in una perdita del potere d'acquisto per le donne e gli uomini in divisa.

A fronte poi di nuovi compiti e maggiori responsabilità, si registra da quattro anni un taglio costante e certificato alla spesa corrente. "Ciò significa meno fondi per la manutenzione delle strutture, per l'ammodernamento degli equipaggiamenti e per le dotazioni tecnologiche necessarie a contrastare la criminalità moderna. La sicurezza dei cittadini non si garantisce con i commi, ma con mezzi efficienti e divise idonee".

Infine, le disposizioni in materia di minori e immigrazione clandestina appaiono prive di pragmatismo. In particolare, le procedure di espulsione restano una "grida" manzoniana finché mancheranno accordi bilaterali di rimpatrio solidi con i paesi d’origine. La sicurezza degli operatori e la dignità umana continuano ad essere trascurate, le nuove norme restano meri proclami ad uso dell’opinione pubblica.

"Siamo di fronte all'ennesimo 'maquillage' normativo in vista delle scadenze elettorali - afferma Pietro Colapietro, segretario generale del SILP CGIL -. Questo decreto è un colpo di coda che punta alla percezione della sicurezza anziché alla sicurezza reale. Come lavoratrici e lavoratori in divisa ci sentiamo profondamente presi in giro: non si può chiedere efficienza a un corpo di polizia che viene sistematicamente sotto-finanziato e ignorato nelle sue esigenze primarie. Mentre il Governo si spende in retorica securitaria, i poliziotti devono fare i conti con contratti miseri e mezzi obsoleti.

È finito il tempo della 'fuffa' legislativa: servono investimenti strutturali e una visione che non usi la divisa come un paravento per nascondere il peggioramento delle condizioni di vita e di benessere dei cittadini. La sicurezza è un diritto costituzionale che si garantisce con la serietà amministrativa, non con il populismo penale".

Anche Giuseppe Tiani, Presidente SIAP (Sindacato Italiano Appartenenti Polizia) aveva scritto qualche giorno fa su L'Identità che "Dai tavoli del rinnovo contrattuale è emersa una contestazione severa, risorse insufficienti, crescente logoramento del personale, difficoltà di reclutamento, perdita di attrattività, percezione di un riconoscimento inadeguato della specificità professionale in una fase già segnata da pressione operativa e incertezza economica. Un malessere che, con accenti diversi, come emerso dalla discussione per il rinnovo del contratto di lavoro, attraversa Forze Armate, Polizie Militari e Civili."

"Il punto - per Tiani - non è soltanto salariale, è politico e istituzionale. Perché quando si affievolisce il riconoscimento materiale e simbolico di chi è chiamato a garantire sicurezza, legalità e ordine pubblico, si indebolisce un tratto essenziale della tenuta complessiva del Paese".

Infatti "Un Paese non si tiene insieme soltanto irrigidendo l’apparato normativo o alimentando il panpenalismo. Può tenersi insieme solo se le istituzioni sanno programmare per poter intervenire con efficacia, legiferare per riconoscere, sostenere e rafforzare chi quella sicurezza la garantisce ogni giorno e ogni notte. Non con gli slogan, ma con il lavoro. Non con la propaganda, ma con la responsabilità."

"Perché la sicurezza, prima di essere una formula polemica o parola da campagna elettorale permanente, è un bene pubblico. È una infrastruttura del sistema Paese, è la condizione che consente ai cittadini di sentirsi liberi senza sentirsi abbandonati. Ed è precisamente nella qualità e nella responsabilità dei gruppi dirigenti, non nell’enfasi della propaganda, che oggi si misura la qualità delle politiche di Governo".


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