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23 aprile 2026
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Cosa muove i miliardari
di Andrea Zhok *

Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell'interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”.

Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macromeccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.

Questo fatto è da sempre un ostacolo ad una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni.

Se guardiamo ai movimenti nazionali ed internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata.

Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (e per quanto alcuni, come Rosa Luxemburg, li avesse descritti già ai tempi), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.

Non andavano in guerra per far piacere ai Rothschild, ma per ragioni umane del tutto comprensibili.

L’amara saggezza della Cassandra marxiana sta nel fatto che, però, di fatto, stavano proprio facendo un piacere ai Rothschild, ai Krupp, non a sé stessi, non alla patria, non alle loro famiglie, ecc.

Oggi la situazione è simile, con in più una capacità manipolatoria del grande capitale ben più raffinata di un tempo. Anche oggi non bisogna pensare che tutti i “capitalisti” agiscano per “ragioni capitalistiche”. In verità ad agire così sono una minoranza.

Il punto è che il “capitalismo” è tecnicamente una forma di produzione e riproduzione sociale molto semplice: è un sistema (un “algoritmo”) che ha un solo “target”, l’incremento medio progressivo delle capitalizzazioni, e dunque una sola direzione, la crescita infinita, l’espansione infinita.

Non conosce altre finalità, o meglio, le può cavalcare strumentalmente tutte, ma esse non rappresentano il punto di caduta reale. Dunque è un sistema sociale che genera automaticamente consumo illimitato delle risorse, espansionismo, imposizione universalistica dei propri paradigmi ovunque, e per ciò stesso, ciclicamente, crisi, conflitti, grandi distruzioni, che si limitano a ricaricare l’orologio della stessa dinamica cieca.

Il punto che voglio qui sottolineare, tuttavia, è che la struttura capitalistica, nel tempo, ha imparato a costruire anche una propria “ideologia”, che lentamente comincia a prendere una forma sempre più definita (si vedano le “visioni” di personaggi come Peter Thiel).

Questa “ideologia” non è sorretta dalla cruda e astratta prospettiva del “fare sempre più soldi”, prospettiva arida e per lo più incapace di muovere anche gli squali della finanza. Questa ideologia ha alcuni capisaldi fondamentali, legati alle idee che nella tradizione filosofica hanno preso il nome di “nichilismo” e “volontà di potenza”.

L’ideologia del capitale è:

1) NICHILISTA, nel senso della distruzione di ogni riferimento a valori naturali, tradizionali o storici;

2) PROGRESSISTA, nel senso di concepire un “andare avanti” purchessia come coincidente con il “meglio”;

3) TECNOCRATICA, nel senso di immaginare un mondo in cui la saggezza è definita come competenza nell’esercizio del potere tecnologico;

4) TRANSUMANISTA, nel senso di concepire l’umanità come una materia prima liberamente malleabile per fini ulteriori e specificamente in vista di un “incremento di potenza”;

5) MONOPOLISTICAMENTE UNIVERSALISTA, nel senso di supporre che possa e debba esistere soltanto una visione del mondo vera, da estendere a tutto il globo, espellendo ogni altra visione, per essenza “inferiore”.

I Musk, i Thiel, i Gates, i Soros, e molti altri meno famosi, si muovono tutti in questo orizzonte nichilista, progressista, tecnocratico, transumanista e universalista. Sarebbe sbagliato pensare che essi “mirino solo a fare sempre più soldi”.

Ai loro occhi il capitale appare solo come uno strumento necessario, che in quanto necessario, naturalmente, non può venire in alcun modo compromesso. Ma essi si pensano “idealisti”. Ciò che sfugge loro, come a milioni di altri che vorrebbero essere al loro posto, è che quella che ai loro occhi appare come “visione vera” è proprio semplicemente la traduzione in immagine dei funzionamenti del capitale.

1) Il trionfo del capitale (denaro) è la sostituzione dei valori naturali e tradizionali con il valore di scambio (prezzo);

2) Il processo del capitale è idealmente l’andare avanti in un accumulo indefinito (progresso);

3) Il capitale è la più potente metatecnologia della storia: è il mezzo di tutti i mezzi, lo strumento che consente di governare tutti gli altri strumenti e tutti i beni;

4) Il capitale è potenza di trasformazione infinita e illimitata: non ha una forma propria, ma si può trasformare in modo liquido in ogni cosa; e perciò sembra che possa mantenere valore anche se gli esseri umani scomparissero;

5) Il capitale è una forma astratta, intrinsecamente universale. La visione del mondo del capitale sta alle visioni del mondo storiche ed antropologiche come i numeri stanno alle parole delle lingue umane: un linguaggio universale, trasversale, ma al contempo semanticamente vuoto.

Così, quando oggi vediamo il male del mondo concentrato nei Trump, nei Netanyahu, ricordiamoci che essi se ne andranno presto (ok, mai troppo presto), e che se ne andranno presto le loro scuse farlocche, le loro giustificazioni da commedianti a colpi di Bibbia, Olocausto, diritti umani, ecc., ma non se ne andrà la spinta fondamentale che sta dietro a loro (e a molti anche su posizioni politiche opposte).

Non se ne andrà la spinta a pensare

che non ci sono valori obiettivi (né nella natura, né nella storia);

che “andare avanti” verso il progresso (cioè verso un ulteriore “andare avanti”) è in sé il bene;

che i detentori della tecnoscienza sono anche i detentori della sapienza e della saggezza;

che l’umanità è un accidente sacrificabile;

che ogni altra visione, prospettiva, opinione sono solo atavismi, errori o pregiudizi da travolgere e soppiantare.

Questa configurazione ce la troveremo davanti ancora e ancora, in altre aggressioni internazionali, altri bombardamenti umanitari, altri attacchi preventivi, altre “guerre di civiltà”, altri genocidi nel nome del progresso, altre incarcerazioni nel nome del bene, altri assassini nel nome dell’idea che la nostra forma di vita (“way of life”) non è negoziabile.

Fino a quando, o noi la distruggeremo o essa distruggerà noi.

* Professore associato di Filosofia morale presso Università degli Studi di Milano


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