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Donna al potere = maggiori diritti alle donne?
di
Giuseppe Franco Arguto
𝘐 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘪 𝘧𝘦𝘮𝘮𝘪𝘯𝘪𝘭𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘷𝘢𝘯𝘻𝘢𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘦 𝘳𝘢𝘱𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘪𝘮𝘣𝘰𝘭𝘪𝘤𝘢, 𝘮𝘢 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘭𝘪𝘵𝘵𝘰, 𝘤𝘰𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘦 𝘳𝘪𝘷𝘦𝘯𝘥𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘢.
C’è un equivoco che in questi anni è stato venduto con grande abilità mediatica: l’idea che basti vedere una donna presiedere un governo a Palazzo Chigi per poter dire che sia stata completata l’emancipazione femminile.
È una storiella istituzionale, adattata bene per i conservatori e conservatrici di ogni espressione. La storia, però, non cambia perché al vertice siede un corpo femminile; cambia quando mutano i rapporti sociali, i diritti materiali, i tempi di vita, le condizioni del lavoro, l’autonomia economica, la libertà di scelta, e su questo terreno la destra meloniana, al netto della simbologia, continua a parlare una lingua profondamente conservatrice.
Il caso della misura cd. "Opzione Donna" è rivelatore. La misura non è stata abolita nel 2025, come qualcuno ha scritto troppo in fretta; nel 2025 è stata ancora accessibile, ma in forma già fortemente ristretta, solo per lavoratrici con 35 anni di contributi, almeno 61 anni di età, e appartenenti a categorie limitate: caregiver, invalide civili almeno al 74%, oppure lavoratrici licenziate o dipendenti di aziende in crisi.
L’INPS conferma che il vero giro di vite era già arrivato con la legge di bilancio 2023, che aveva alzato il requisito anagrafico e ristretto drasticamente la platea rispetto al vecchio impianto, quando bastavano 58 anni per le dipendenti, 59 per le autonome, oltre ai 35 anni di contributi. Nel 2026, poi, la proroga non è arrivata: la stessa INPS ha scritto che la legge di bilancio 2026 non ha previsto la proroga di Opzione Donna.
Svelata quindi la retorica istituzionale, perché Opzione Donna, pur con tutti i suoi limiti e con il sacrificio del calcolo contributivo, nasceva dal riconoscimento di una verità elementare: il lavoro femminile non coincide mai soltanto con il lavoro salariato. Attorno alle donne gravano ancora in modo sproporzionato cura familiare, assistenza, carichi domestici, interruzioni di carriera, part time involontario, precarietà.
In un Paese che nel 2024 registrava il più alto divario tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile nell’Unione europea, 19,4 punti percentuali, togliere o restringere gli strumenti di uscita e compensazione non significa neutralità tecnica, piuttosto significa scaricare sulle donne il costo sociale dell’asimmetria.
Non è l’unico segnale. Nel 2024 il governo ha trasformato in legge la norma che consente alle Regioni, nell’organizzazione dei consultori, di avvalersi anche di soggetti del Terzo settore “con qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”.
Formalmente la formula è solo in apparenza innocua; politicamente, però, ha aperto un varco ulteriore all’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori, cioè proprio nei luoghi dove la donna dovrebbe trovare ascolto, tutela sanitaria, autodeterminazione e non pressione morale. La norma esiste, è scritta nero su bianco nella legge n. 56 del 2024, art. 44-quinquies. E non è un dettaglio: è un indizio preciso di quale idea di donna attraversi questo governo, una figura da accompagnare alla maternità più che da garantire nella libertà di scegliere.
Un altro punto riguarda il lavoro. È vero che nel 2025 sono stati resi operativi incentivi per l’assunzione di donne svantaggiate, e che esistono misure specifiche per le donne vittime di violenza, come il rafforzamento del Reddito di Libertà. Sarebbe quindi scorretto dire che il governo non abbia mosso nulla sul terreno del sostegno economico.
Ma proprio questa parziale correzione rende ancora più visibile la contraddizione: da un lato qualche intervento mirato su emergenze specifiche, dall’altro nessuna svolta strutturale capace di incidere davvero sul divario di occupazione, sul peso della cura, sulla qualità del lavoro femminile e sulla libertà riproduttiva. In sostanza, si soccorrono alcuni elementi del problema senza intaccarne l’ossatura patriarcale.
C’è poi un dato che la propaganda sovranista prova sempre a occultare: il conservatorismo femminile non è una contraddizione, è una funzione storica. Il patriarcato non si riproduce soltanto attraverso i maschi; si riproduce anche attraverso donne che ne interiorizzano i codici, ne adottano il linguaggio, ne custodiscono i simboli e ne governano la continuità. Meloni non smentisce questa verità, la conferma.
La sua presenza al vertice non ha incrinato l’ordine patriarcale: gli ha semplicemente offerto un volto nuovo, più spendibile, più moderno in apparenza, ma perfettamente compatibile con la famiglia gerarchica, con la maternità come destino morale, con la disciplina del corpo femminile, con l’idea che i diritti delle donne siano concessioni selettive e non terreno di trasformazione generale. Le scelte su Opzione Donna, sui consultori e sulle politiche sociali parlano tutte nella stessa direzione.
Per questo la questione non è mai stata “donna o uomo al governo”. Questa è la superficie, il trucco di scena, il fondale di cartone. La vera domanda è un’altra: quale idea di società viene incarnata da chi governa? Se una presidente del Consiglio continua a muoversi dentro la grammatica più tradizionale del comando, della famiglia normativa, della maternità sorvegliata e dei diritti femminili subordinati alla morale conservatrice, allora il suo essere donna non rappresenta una liberazione. Rappresenta, semmai, la prova che il potere può indossare anche un volto femminile restando ugualmente ostile alla libertà delle donne.
La destra ama esibire Meloni come trofeo polemico contro il femminismo: “vedete?”, suggerisce, “la prova vivente del merito, dell’ascesa, dell’uguaglianza già realizzata”. Ma una singola donna al vertice non redime la condizione materiale di milioni di altre donne. Anzi, qualche volta serve proprio a coprire meglio la continuità dell’ingiustizia.
È il vecchio trucco del potere: prendere l’eccezione e usarla come alibi contro la regola. Solo che la regola, in Italia, resta dura come il ferro: minore occupazione, maggiore lavoro di cura, pensioni più basse, maggiore esposizione alla dipendenza economica, più ostacoli nell’accesso pieno ai diritti sociali e riproduttivi.
Perciò no, non basta che al posto del presidente ci sia una presidente. Non basta la grammatica del simbolo. Non basta la fotografia del vertice. La libertà femminile non si misura con il sesso di chi comanda, ma con la qualità concreta dei diritti, del welfare, del lavoro, del tempo, della salute, della cura e dell’autodeterminazione.
E quando questi terreni arretrano o restano inchiodati, la celebrazione identitaria di una donna al potere non è emancipazione: è marketing del comando.
 
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