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15 aprile 2026
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Silvia Salis: techno-washing?
di Federica Borlizzi *

C’è qualcosa che non torna in tutta questa narrazione entusiasta attorno a Silvia Salis e al grande evento techno con Charlotte de Witte.

Un’iniziativa raccontata come riappropriazione dello spazio pubblico, come segnale di una città aperta, giovane, inclusiva. Quasi un manifesto politico.

Peccato che, dietro questa estetica, si muova una linea molto più familiare: quella della retorica securitaria.

La sindaca di Genova, da mesi sponsorizzata come volto credibile per guidare il “campo largo” dentro l’ennesima operazione di maquillage politico, rischia di essere semplicemente l’ultima riproposizione dello stesso schema: volti freschi, politiche di sempre.

Facciamo alcuni esempi.

La Salis ha affermato che la “sinistra” ha perso tante occasioni sulla “sicurezza” negli anni, perché è stato tema “trascurato”. La solita storiella sbiadita che ripetono, come litania, i soliti Veltroni e Gentiloni.

Una narrazione che oscura la realtà: quando la sinistra è stata al governo ha finito per forgiare un apparato repressivo e preventivo che la destra ha solo dovuto affilare e capitalizzare.

La cronologia di questa convergenza, solo stando alla storia recente, è impietosa: dall’ampliamento dei poteri d’ordinanza dei sindaci (già previsti nel -mai approvato- pacchetto sicurezza del Governo Prodi II), passando per l’introduzione del Daspo urbano, all’estensione della flagranza differita e al potenziamento dei poteri prefettizi in materia di sgomberi (d.l. n. 14/2017) fino a dare nuovo vigore a quel diritto apertamente razzista in materia di immigrazione che ha contribuito ad avvelenare il senso comune (d.l. n. 13/2017: la previsione di un CPR in “ogni regione”, così cara al Governo meloniano, è stabilita proprio qui. Forse è bene ricordarlo).

E la Salis è completamente immersa in questa dinamica securitaria. La Sindaca è quella che ha sollecitato la prefetta di Genova ad adottare una ordinanza istitutiva di una zona rossa anche nella sua città. Quelle “zone rosse” che, negli altri territori, hanno solo comportato delle retate razziste contro, in particolare, i giovanissimi con background migratorio, soggetti ad ordini di allontanamento per la loro mera presenza nello spazio urbano. Basti pensare che il 72% del totale dei destinatari dei c.d. Daspo prefettizi è di origine straniera e di giovanissima età.

La Salis ha criticato le politiche migratorie del Governo Meloni. Ma mica per i lager in Albania; per il vergognoso “decreto Cutro”; per aver affidato la costruzione di nuovi CPR al genio militare. Mica per la criminalizzazione delle persone migranti e della solidarietà. No, la Salis ha affermato con nonchalance che il problema è un altro, ossia l’impossibilità di effettuare rimpatri: “da sindaca segnalo che quando fermiamo con la polizia locale degli immigrati irregolari, nel 75% dei casi non si può rimpatriare perché non esistono i protocolli e la questura non può fare nulla”.

Non sono dettagli né questioni di lana caprina.

E non basta un evento techno a ripulire posizioni che ripropongono le stesse ricette securitarie.

Non cadiamo nelle solite infatuazioni, vi prego.

* Giurista


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