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08 aprile 2026
tutti gli speciali

Il fascismo e i cani di Villa Triste
di Rinaldo Battaglia *

“Una delle menomazioni spirituali dell’umanità del nostro tempo è l’aver smarrito il senso della Storia”. Sono parole di Antonio Scurati che meglio di altri fotografano i nostri anni, dove l’apatia e una buona dose di indifferenza – figlie dell’ignoranza – si esaltano ai massimi livelli.

Per non perdere il senso della Storia ed in vista dell’81° Anniversario del 25 Aprile 1945 mi permetto di ricordare, in queste settimane, alcuni eventi storici. Piccoli o grandi non lo so, noti o poco conosciuti forse, ma che bene identificano cos’è stato il fascismo e che cercano di spiegare, anche a chi ancora oggi lo difende (o lo ha nel proprio DNA), quanto criminale ed infimo sia stato.

Aldo Cazzullo di recente ha usato termini diversi, ma la sostanza non cambia: "La guerra della memoria noi antifascisti l’abbiamo perduta. Non è una sconfitta elettorale. L’abbiamo persa perché tanti italiani non hanno un giudizio in negativo del fascismo. Il problema non è l’ignoranza, è il compiacimento di essere ignoranti."

Oggi vi parlo, quindi, della vita di una ragazza, triestina, di allora 16/17 anni. Poi deciderete voi come giudicare il fascismo e i fascisti. Perché a Trieste non vi sono state solo le foibe slave. Ma anche dell’altro. Ma per quelle vittime non esiste il giorno del Ricordo né una minimale conoscenza. Ma - sapete - siamo italiani… abbiamo smarrito il senso della Storia.

“In carcere mi iscrissero nel registro dei detenuti. […] Eravamo così come le sardelle, testa – piede – testa – piede e di giorno si stava su questi pagliericci arrotolati, si stava sedute, poi son venuti a prendermi e mi hanno torturata. Mi chiudevano non tutte le dita perché sono diverse, ti chiudevano quelle tre tra le porte, dopo quella, questa. Vede che è tutto storto?
C’era un fascista che con altri mi ha legato le dita con delle strisce di stoffa e mi hanno rotto le dita non legate. Ti dicevano: “Parla!” e se non parlavi ti rompevano le dita. Non mi sono neanche guarite poi, e quando svenivo era una manna, perché non sentivo. Poi mi hanno presa, mi hanno portato su in “Villa Triste”.[…] E là poi… Se non sono morta quella volta non so, non morirò mai più.
La cosa più terribile che mi è toccata era la cassetta. Era una cassa: ti mettevano in modo che la testa e i piedi venissero fuori insieme e siccome io ero una ginnasta mi piegavo; dopo però ti infilavano un tubo in gola, aprivano l’acqua e, finché non diventavi blu in viso l’acqua scorreva; allora chiudevano l’acqua, ti giravano e saltavano sulla pancia per espellere l’acqua. Tre volte mi è toccata questa tortura.
Un’altra volta eravamo in quattro in una stanza appese al soffitto e c’era un sistema di carrucole per tirarci su e giù a loro piacimento e c’erano due grandi cani, cani lupo, tedeschi, “Ecco, se non parli ti faccio sbranare dai cani”.
Io ero con le mani legate, mi son presa per le corde ed essendo agile ho alzato su le gambe ma quei cani erano così grandi che mi hanno rosicchiato le ginocchia, anche qui, ho ancora tutti i segni, con i canini mi hanno fatto un buco così! Poi mi scottavano con le sigarette dietro le orecchie e sui capezzoli, non solo a me, però a me è costata più cara perché mi ribellavo”.

È la testimonianza di Sonia Amf Kanziani, classe 1927, che riprendo da Alessandro Fantin in “La cosa giusta. Testimonianze partigiane di donne e uomini resistenti” - Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “Leopoldo Gasparini”, Gradisca 2015, p. 87.)

Quando sentite qualche patriota parlare di fascismo, qualche premier mai fare il nome di Mussolini o qualche giornalista prendere in giro il 25 Aprile, quando un Presidente di Regione scrive che “la Resistenza è stata contro un esercito invasore” (25 aprile 2020), quando un ex-sindaco di Roma 5 giorni dopo il 25 aprile (nel 2023) in tv si vanta nel dire “"Non sono antifascista e il 30% degli italiani la pensa così, secondo i sondaggi“, non fermatevi solo ad ascoltarli. Reagite con la conoscenza ed erudite loro su cos’è stato veramente il fascismo e la Resistenza. Magari ricordando quanto avvenuto a questa ragazza. Ed era – ed è, essendo ancora viva coi suoi 98 anni – italiana. Italiana sì. O forse perché di origine slovena e di madre ebrea vale meno?

Italiana e triestina, col padre sloveno nato a Trieste ben prima che a Trieste arrivasse l’Italia e soprattutto prima che lì arrivasse il fascismo di confine, quello di Francesco Giunta, il precursore della violenza fascista. Suo padre era di Smarje (vicino ad Aidussina verso Gorizia) ed un affermato ingegnere. Solo che non era fascista e pertanto dopo le ‘fascistissime’ leggi di Mussolini del 1926 perse subito l’impiego. Pensate: osava non volersi iscrivere al partito fascista e quindi senza tessera ‘niente lavoro’. Poi la moglie era notoriamente contro il regime e persino, persino scriveva poesie ed articoli contro il Duce in difesa degli sloveni di Trieste e Gorizia. Poteva sopravvivere?

Un giorno, quando Sonia aveva solo 3 anni, nel 1930, il padre commise l’imperdonabile errore di salutare un amico d’infanzia, che non rivedeva da anni, in sloveno. Parlare in sloveno ai tempi di ‘Dio Patria & famiglia?’ Sacrilegio, infamia!

Qualcuno disse ad altri che aveva sentito quelle parole, intervennero i fascisti del posto che chissà da quanto tempo aspettavano un’occasione del genere. Il padre “venne legato a un gelso moro e costretto a ingoiare 3/4 di litro di olio di macchina, perché, come dissero, avevano finito l’olio di ricino, ben distribuito in tutto il Carso. Tornato a casa, mise i suoi piccoli a letto, suonò loro la ninna nanna e poi crollò a terra con lo stomaco perforato. Morì tre giorni dopo, non aveva ancora 30 anni, lasciando nello sconforto la famiglia.”

Credo che le parole di Sonia siano credibili e molto eloquenti.

Ingoiare olio di macchina? Quel padre non fu il primo né l’unico. Il 16 febbraio 1937 succederà anche nella vicina Gorizia al grande compositore Lojze Bratuž.

Furono anni difficili per la madre di Sonia con due bambini piccoli da sfamare. Ma ci riuscì, fino all’estate del 1942. Il fascismo era al culmine, Mussolini oramai incoronato come Cesare Augusto e col socio Hitler padrone dell’Europa. Chi fermava allora il fascismo e i fascisti, anche quelli che, con o senza fascismo, restavano solo dei falliti e dei codardi?

Un pezzo di galera del paese, ma funzionario del fascio, padre di tre figli, un giorno quando Sonia aveva solo 15 anni passato con una scusa – facevano così spesso - per quella casa, entrato in camera, la prese alla sprovvista. Tentò di violentarla ma quando era già mezzo nudo, venne sorpreso dalla madre di Sonia attirata dalle sue grida.
La donna conosceva quell’uomo, conosceva la moglie e minacciò di denunciarlo. Quell’uomo se ne andò al momento, ma poco dopo – facevano così spesso - “denunciò le due donne per avere dato asilo ad alcuni soldati sloveni in fuga”. Che ne non erano altro che 4/5 ragazzi del paese che si erano fermati qualche volta a mangiare qualcosa per l’amicizia di Sonia, di certo molto bella ed attraente coi suoi 15 anni.
Madre e figlia vennero così arrestate, portate a San Daniele del Friuli dai carabinieri - ‘culo e camicia’ con le brigate nere - per essere interrogate. Ha scritto di recente Rossella Reali, una grande giornalista e storica: “Rimasero rinchiuse per giorni, senza la possibilità di vedersi. Dopo 5 giorni, senza cibo e senz’acqua, Sonja venne rilasciata, affamata e malconcia, mentre la madre venne fucilata. Da quel giorno rimase sola, perché suo fratello era stato costretto ad andare a combattere in Russia”.

La madre fucilata perché antifascista, ebrea e slovena (siamo prima della Carta di Verona del 17 novembre 1943) ma il figlio era ugualmente ‘carne da macello’ per la guerra del Duce. Spedito a Odessa contro l’Armata Rossa.

Sonia si trovò così orfana e sola a 17 anni, in tempo di guerra e in un Paese in preda all’odio fascista. Cercò di resistere, di sopravvivere, sempre con la dignità di chi non vuol confondersi con la bassezza animale del fascismo. Iniziò strada facendo, e ancora prima dell’8 settembre 1943, ad aiutare la resistenza antifascista degli sloveni, spesso soldati sbandati in fuga.

Ma durò poco “fu arrestata altre due volte. L’ultima venne portata in carcere a Trieste, nelle cantine dei gesuiti”. E qui conobbe Villa Triste e la «Banda Collotti». Atroce destino.

Peccato che da noi il 10 febbraio mai nessuno ricordi quel nome. Sarebbe utile ed intellettualmente onesto. Ma siamo italiani. Del resto: "La guerra della memoria noi antifascisti l’abbiamo perduta. Non è una sconfitta elettorale. L’abbiamo persa perché tanti italiani non hanno un giudizio in negativo del fascismo. Il problema non è l’ignoranza, è il compiacimento di essere ignoranti."

Si deve sapere che il 10 marzo 1942 Mussolini in persona istituì uno specifico corpo di repressione contro i partigiani slavi, attivi nella Venezia Giulia e nei ‘territori annessi’ con sede a Trieste. O presunti tali. Fu l’unica struttura dedicata esclusivamente a tale scopo in Italia. Si distinse per l’efferatezza dei metodi di tortura utilizzati negli interrogatori.

A capo ‘dell’Ispettorato Speciale di Pubblica sicurezza di Trieste’ fu nominato Giuseppe Gueli che mise in atto una repressione violentissima, che si estendeva non solo verso chi combatteva, ma anche verso chi organizzava il supporto e il vettovagliamento della resistenza. In un secondo momento la repressione poi non si limitò più al rastrellamento e alla retata, ma cominciò a raccogliere informazioni ricorrendo alla delazione ed alla tortura sistematica. Sul livello dei nazisti, o forse peggio.

All’interno di questa logica le attività dell’Ispettorato comprendevano oltre alla tortura dei prigionieri, soprattutto furti e saccheggi ai danni degli arrestati ed esecuzioni sommarie dei partigiani e civili slavi. O sospettati tali.

E la «Banda Collotti» operava all’interno dell’Ispettorato speciale di Pubblica sicurezza di Trieste, che aveva la sede prima in via Bellosguardo, a chiamata col famigerato nome di «villa Triste» e poi dall’autunno del 1944, fino al 1° maggio del 1945, in via Cologna 6-8, già sede di una caserma dei Carabinieri.

La «Banda» prese il nome dal vicecommissario fascista Gaetano Collotti, ucciso il 28 aprile 1945, mentre scappava da ladro e come un ladro. Stesso destino del suo maestro, tutor e protettore. Chi verso la Svizzera, chi nella marca trevigiana. La Banda si formò come ‘forza autonoma’ di polizia specificatamente con compiti di repressione delle formazioni partigiane già dal 1942, sia sui partigiani che soprattutto sui civili, favorite dal ‘clima’ generato dalla Circolare 3 C del generale Mario Roatta.

L’attività proseguì anche dopo l’8 settembre del 1943, questa volta in collaborazione anche con le truppe naziste (e non solo coi fascisti ora di Salò) e affiancando alle violenze contro i partigiani anche la ricerca ed internamento degli ebrei, soprattutto se ‘patrimonializzati’. Spesso durante queste operazioni gli agenti della «Banda Collotti» si appropriavano dei beni degli arrestati oltre che del ‘premio’ pagato dai nazisti per la loro consegna.

La repressione violentissima, in particolare la tortura dei prigionieri, provocò, nella primavera del 1943, anche le rimostranze del vescovo di Trieste, Antonio Santin - un santo uomo - che scrisse più volte in proposito al sottosegretario agli Interni, Guido Buffarini Guidi, braccio destro allora del Duce.

A partire da una di queste denunce, di cui venne a conoscenza lo stesso Mussolini, fu disposta anche un’inchiesta, che però «pare si sia chiusa concludendo che nulla di grave era avvenuto, che v’erano molte esagerazioni».

Che non fossero esagerazioni lo scoprì anche Sonia, imprigionata a Villa Triste nella tarda primavera del 1943, quando aveva solo 16 anni. Solo 16 anni vi rendente conto, cosa vuol dire?

“In quel luogo nascosto stavano in otto in uno spazio di circa quattro metri quadrati. A pranzo ricevevano una zuppa maleodorante, che brulicava di vermi. Le condizioni igieniche erano inesistenti. Ammassate come bestie, attendevano il loro turno di torture. Sonja veniva condotta ogni giorno Villa Triste, dove finì nelle mani della banda Collotti.
Il loro capo era Gaetano Collotti, un uomo distinto che andava a messa ogni mattina prima di iniziare il “lavoro”. Per non far sentire le urla di quelli che finivano nelle sue mani, in gran parte sloveni del Carso e altri antifascisti, faceva mettere intorno alla casa musica ad alto volume.
In quella villa, lontano da occhi indiscreti, rimase per giorni.


Le ruppero i piedi, le strapparono le unghie, le ruppero le dita delle mani chiudendole nelle porte. Subì una lesione permanente alle vertebre, le ustionarono la nuca e i capezzoli con le sigarette. Per interrogarla la appendevano legata mani e piedi a una fune, la issavano e poi la lasciavano andare.
La picchiarono con tale forza da renderla quasi cieca da un occhio. Un giorno mentre era in cella in attesa di essere portata nella sala interrogatori, fu morsa dal cane di uno dei suoi aguzzini, che le lascò addosso cicatrici indelebili.“

Sono sempre testimonianze di Sonia Amf Kanziani qui raccolte da Rossella Reali.

Sonia il 25 luglio 1943, approfittando della confusione per l’arresto del Duce e aiutata di nascosto da un uomo di Collotti, riuscì comunque a fuggire. Quel carceriere – forse stanco di quel che vedeva e che forse sperava che caduto Mussolini le cose davvero cambiassero – le aprì la cella e le indicò di scappare. Senza niente, affamata e senza meta. Ma trovò una famiglia contadina che ne ebbe pietà – c’era ancora vita sul pianeta Italia a quel tempo - e - scriveva Rossella Reali – “la aiutò a superare quelle prime ore drammatiche e poi si rifugiò da una parente, portando con sé tutto il dolore delle torture subite da lei e dai suoi compagni di prigionia”.

Sonia è diventata adulta, ha visto la fine (apparente) del fascismo a Trieste, ha saputo della fine del fratello salvatosi dalla Russia e morto come partigiano tra le pietre del Carso, morto per eliminare dall’Italia ogni sorta di fascismo e le sue pesanti eredità. Sonia è diventata donna ma non ha mai dimenticato i crimini subiti, le sigarette dietro le orecchie e sui capezzoli, i cani di Villa Triste.

Ma quei cani non erano i veri animali, le bestie erano gli uomini di Mussolini e l’odio verso gli altri che il regime aveva generato.

Quando sentite qualche politico bearsi di fascismo, un Presidente di Senato dichiararsi ‘erede di Mussolini’, qualche opinionista del ‘retequattrismo’ offendere il 25 Aprile, ministri ricordare a reti unificate solo i crimini subiti dagli italiani - foibe comprese – rispondiamo con la forza della conoscenza. Con la fermezza del sapere.

Diceva Tiziano Terzani che ”le menzogne scritte con l’inchiostro non potranno mai cancellare i fatti scritti col sangue”. Sta a noi non tacere e farli conoscere. Lo dobbiamo a Sonia e a tutte le vittime del fascismo e del Duce. Non meritano il silenzio a cui da oltre 80 anni sono state tutte condannate. Sarebbe diseducativo, storicamente sbagliato, intellettualmente disonesto.

Ma non meravigliamoci. Siamo italiani e una delle menomazioni del nostro tempo è l’aver smarrito il senso della Storia e mantenuto in vita, malgrado il male commesso, il falso mito del fascismo.

Il fascismo è una droga: solo se la conosci la eviti. Facciamolo conoscere.

8 Aprile 2026 - 81 anni dopo - 17 giorni alla Festa della Liberazione dal nazifascismo (così mi hanno detto a scuola, ma io non ci ho mai creduto) -

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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