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Ruanda: i frutti dell'odio
di Laurent Luboya
Il 7 aprile 1994 si consumò in Africa, in Rwanda, una delle più grandi tragedie della storia contemporanea, dopo la tratta atlantica e la brutale colonizzazione occidentale.
Il giorno prima, un missile abbatté l’aereo su cui viaggiavano i presidenti del Rwanda e del Burundi. Da quel momento si aprirono le porte dell’inferno. Il 7 aprile iniziò il massacro: circa un milione di ruandesi furono sterminati nel giro di poche settimane, con una ferocia primitiva, a colpi di machete.
La maggioranza delle vittime erano tutsi, ma furono uccisi anche migliaia di hutu. Non fu solo follia collettiva: fu il risultato di anni di odio alimentato, manipolato e lasciato esplodere. Responsabilità interne, certo. Ma anche responsabilità esterne enormi. Francia e Stati Uniti sapevano, vedevano, e hanno scelto di non intervenire. Hanno lasciato che il Rwanda bruciasse.
Da quell’orrore è emersa una figura che molti presentano come un salvatore, ma che per altri rappresenta tutt’altro: Paul Kagame. Un uomo formato negli Stati Uniti, diventato l’uomo forte della regione.
E mentre il mondo chiudeva gli occhi sul Rwanda, si preparava un’altra tragedia, ancora più lunga e devastante, nella vicina Repubblica Democratica del Congo, un Paese ricchissimo di risorse strategiche e, proprio per questo, condannato.
Sotto la guida di Kagame, il Rwanda ha partecipato a operazioni militari che hanno portato all’invasione di parte del Congo. Il risultato? Una guerra infinita, silenziosa, ignorata. Oltre 6 milioni di morti. Più di un milione di donne e ragazze stuprate, mutilate, umiliate. Una barbarie che dura ancora oggi nell’indifferenza generale.
E allora viene da chiedersi: per fermare una tragedia se ne può giustificare un’altra? Per salvare un Paese si può contribuire a distruggerne un altro?
C’è chi prova a semplificare la storia, a costruire narrazioni comode, a dividere il mondo tra buoni e cattivi. Ma la realtà è molto più cinica: le grandi potenze intervengono quando conviene, e tacciono quando il silenzio serve ai propri interessi.
La memoria delle vittime merita rispetto, non propaganda. E soprattutto merita verità, anche quando è scomoda.
Non si può commemorare l’olocausto ruandese senza tenere conto della tragedia congolese. Farlo significherebbe avere una memoria selettiva, ipocrita, che piange alcune vittime e ne ignora milioni di altre.
 
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