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Israele si infiltra nel tessuto sociale palestinese
di Emma Buonvino
Non si intende solo lo spionaggio classico. Si parla di un insieme di pratiche che hanno l’obiettivo di frammentare la società palestinese dall’interno, renderla più controllabile, più sospettosa, più ricattabile.
1) Non è solo controllo militare: è penetrazione sociale.
L’occupazione non si limita a blocchi, raid e arresti. Funziona anche attraverso:
reclutamento di informatori/collaboratori
ricatti personali
sorveglianza capillare
controllo burocratico della vita quotidiana
frammentazione familiare e territoriale
uso della dipendenza economica e sanitaria come leva.
In altre parole: non ti controllo solo da fuori. Ti entro dentro la comunità.
Ed è questo che distrugge un popolo in profondità.
2) Il reclutamento dei collaboratori: una delle ferite più devastanti
Uno degli strumenti storicamente più pesanti è stato il reclutamento di collaboratori palestinesi da parte dei servizi israeliani, in particolare dello Shin Bet (servizio di sicurezza interna).
Secondo un rapporto di B'Tselem, molte delle modalità di reclutamento sono passate per pressioni, minacce, estorsione, concessione o negazione di permessi e servizi, ricatti legati a vulnerabilità personali
Questo significa una cosa terribile:
la sopravvivenza quotidiana può essere trasformata in arma di intelligence.
Esempi concreti:
“Vuoi il permesso per lavorare?”
“Vuoi passare il checkpoint?”
“Vuoi uscire per cure mediche?”
“Vuoi evitare problemi a tuo figlio/fratello/marito?”.
In un sistema del genere, la collaborazione non nasce sempre da adesione ideologica.
Spesso nasce da coercizione, disperazione o paura.
E questo lacera il tessuto sociale perché genera una domanda velenosa dentro ogni comunità:
Di chi ci si può fidare?
3) Il vero bersaglio non è il singolo: è la fiducia collettiva
Questa è forse la parte più importante.
Un’occupazione non ha bisogno di conoscere tutto.
Le basta far sì che ognuno sospetti dell’altro.
Quando in una società si diffonde l’idea che:
il vicino possa riferire,
il cugino possa essere sotto pressione,
il detenuto appena uscito possa essere stato “girato”,
il telefono possa essere controllato,
il checkpoint possa essere anche un luogo di reclutamento,
allora si produce un effetto devastante:
la comunità si sfibra da sola.
Non serve solo reprimere.
Basta rompere la fiducia.
E una società privata della fiducia diventa:
più sola,
più paranoica,
più fragile,
più facile da dominare.
Questa è una delle forme più profonde di violenza coloniale.
4) Il controllo dei permessi: il dominio amministrativo come arma sociale
Uno dei modi più potenti con cui Israele penetra la vita palestinese è il regime dei permessi.
Israele controlla da decenni spostamenti, lavoro, cure mediche, ricongiungimenti familiari, residenza, costruzione di case, accesso alla terra,
ingresso a Gerusalemme,
accesso tra Gaza e Cisgiordania.
Human Rights Watch e B'Tselem hanno documentato come il sistema dei permessi e delle restrizioni venga usato per separare i palestinesi, comprimere la loro vita e renderli dipendenti da un apparato di autorizzazione quasi totale.
Questo non è solo “controllo della sicurezza”.
È ingegneria sociale.
Perché quando ogni aspetto della tua esistenza dipende da chi ti occupa, il potere entra anche nelle relazioni più intime:
chi può sposarsi e vivere insieme
chi può curarsi
chi può studiare
chi può lavorare
chi può visitare un familiare
chi può seppellire un morto con dignità.
A quel punto l’occupazione non è più solo al confine.
È dentro casa.
5) La sorveglianza come colonizzazione dell’intimità
Negli ultimi anni si è parlato molto anche di sorveglianza digitale e biometrica nei confronti dei palestinesi.
Questo include:
banche dati
riconoscimento facciale
checkpoint intelligenti
monitoraggio dei social<
raccolta di informazioni su famiglie, abitudini, reti sociali.
Il punto non è solo “sapere chi sei”.
Il punto è costruire una mappa sociale del popolo palestinese:
chi conosce chi
chi si muove con chi
chi frequenta chi
chi è vulnerabile
chi può essere piegato.
Questa è una forma di colonialismo dei dati:
non occupi solo la terra, occupi anche le relazioni umane.
6) Le infiltrazioni non sono solo nei servizi: sono anche nella frammentazione politica
Un altro livello fondamentale riguarda la frammentazione del corpo politico palestinese.
L’occupazione ha storicamente beneficiato — e in vari casi alimentato — divisioni tra:
Gaza e Cisgiordania
città e campi profughi
élite e classi popolari
autorità amministrative e resistenza sociale
famiglie, clan, reti locali.
Questo non significa ridurre ogni crisi interna palestinese a un “complotto esterno”.
Le società hanno anche contraddizioni proprie.
Ma è importante capire che il potere coloniale lavora sempre sulle fratture esistenti per allargarle.
È una logica classica:
dividere, isolare, frammentare, governare.
E quando una popolazione è già sotto assedio, povertà, detenzione e trauma, diventa ancora più esposta a questo tipo di manipolazione.
7) Anche i coloni fanno parte di questa infiltrazione.
Spesso si pensa all’infiltrazione come solo “intelligence”.
Ma anche il colonialismo dei coloni è una forma di penetrazione nel tessuto sociale palestinese.
Perché i coloni non rubano solo terra.
Impongono una presenza costante che modifica la vita collettiva:
attaccano pastori e contadini
interrompono percorsi quotidiani
rendono insicuri i villaggi
costringono comunità a spostarsi
rompono la continuità territoriale e sociale.
B'Tselem ha documentato come la violenza dei coloni, sostenuta o tollerata dallo Stato, contribuisca a creare un ambiente coercitivo che spinge intere comunità palestinesi a lasciare le proprie terre.
Anche questo è “infiltrazione”:
non solo entro nella tua terra, ma entro nella tua normalità, fino a renderla invivibile.
L’effetto più crudele: trasformare il trauma in disgregazione sociale.
La cosa più feroce di tutto questo è che il danno non finisce quando il raid termina.
Resta:
nella diffidenza,
nel silenzio,
nelle famiglie spezzate,
nella vergogna dei ricatti subiti,
nella paura di parlare,
nell’isolamento reciproco.
Questa è una forma di violenza lenta, ma potentissima.
Perché un popolo non viene distrutto solo con le bombe.
Può essere distrutto anche:
rendendolo sospettoso di sé stesso,
facendolo vivere sotto ricatto permanente,
colonizzando il legame sociale.
Ed è qui che il dominio diventa davvero profondo:
quando il controllo non sta più solo nei soldati, ma nelle relazioni umane deformate dalla paura.
IN SINTESI:
Le infiltrazioni israeliane nel tessuto sociale palestinese funzionano su più livelli:
livello umano:
ricatto, reclutamento, paura, collaborazione forzata
livello amministrativo:
permessi, residenza, mobilità, lavoro, salute
livello territoriale:
colonie, checkpoint, separazione spaziale
livello tecnologico:
sorveglianza, dati, profiling
livello psicologico e comunitario:
sfiducia, frammentazione, trauma, isolamento.
Per questo non si può parlare di occupazione come se fosse solo un fatto militare.
È anche un progetto di disarticolazione sociale.
E forse la sua forma più perversa è proprio questa:
far sì che un popolo occupato debba difendersi non solo dal nemico esterno, ma anche dall’erosione interna della fiducia.
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