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Le baracche di Boelcke
di
Rinaldo Battaglia *
Nella notte fra il 3 e il 4 aprile 1945 le baracche di Boelcke (Boelcke-Kaserne) a sud-est della città di Nordhaushen, a tre chilometri dal lager sotterraneo di Dora, furono bombardate dall'aviazione britannica causando la morte di 1300 prigionieri.
Le cosiddette ‘baracche’ costituivano un sottocampo stesso del ‘campo di Mittelbau-Dora’. Vi venivano reclusi i moribondi del campo e a partire dal gennaio del 1945 il loro numero crebbe da qualche centinaio a oltre seimila, con una mortalità che arrivava, solo a Boelcke-Kaserne, a cento persone al giorno.
Ma non solo Boelcke-Kaserne fu distrutta ma anche la stessa città di Nordhausen.
In quella zona, da fine marzo, ogni minuto sembrava l’ultimo. Il gioco per il Terzo Reich era ai tempi finali. Ogni notte, Nordhausen veniva bombardata dalla Royal Air Force. Forse una bomba per ognuno dei 30.000 abitanti della città. Ma non solo. Obbiettivi erano anche i sotto-campi di Dora, vicini o dentro Nordhausen, le altre ‘dependance’ del lager invisibile. Come proprio quello piccolo di Boelcke-Kaserne, dove da mesi erano giunti migliaia di ebrei, inclusi molte donne e bambini. Sembrava che gli aerei alleati cercassero Dora e, non trovandola, allora si sfogassero dove potevano. Perché bombardare anche un piccolo lager? Non si diceva che Churchill ed Eisenhower non sapessero della loro esistenza? Sì, era facile che cercassero proprio il cancello d’entrata di Dora!
Ogni notte a Dora tutti dormivano male e soprattutto gli ‘haftlinge’ (i deportati), svegliati dalla sirena del nuovo giorno alle 4.00 spaccate. Ma peggio di tutte, fu la notte tra martedi 3 e mercoledi 4 aprile, una notte che a Nordhausen tutti – tedeschi e prigionieri, quelli che sopravvissero - non si dimenticheranno in eterno. Fu una notte interminabile di fuoco, di bombe, di contraerea, di incendi nelle case. Già dalle baracche di Dora si vedevano alte le fiamme della cittadina. I tre chilometri di distanza parevano essere solo pochi passi. Scattarono forti gli allarmi in Dora e partirono molti camion in soccorso, appena scomparsi gli aerei inglesi. Come al solito. Tra queste squadre di ‘aiuto-forzato’ anche decine di prigionieri di Dora. Il tutto sempre sotto attento controllo delle guardie, più interessate a stare sul collo degli ‘haftlinge’ che dare una mano ai loro connazionali, vittima delle bombe. Ma quello non era parte degli ordini ‘d’ingaggio’ ricevuti dai loro kommandant.
Si videro scene pietose: case rase al suolo, famiglie distrutte, mamme uccise coi bambini vicino, forse in un ultimo tentativo di metterli in salvo. Uomini e donne che si disperavano, che cercavano di spegnere i fuochi della loro casa,o che cercavano qualche oggetto caro tra le macerie.
‘Erano tedeschi!’ ‘Cosa vuol dire? Erano uomini’. Si risposero tra sè e sé più volte i deportati di Dora chiamati in soccorso ai residenti della città. Anche quelle erano lacrime di Dora.
Più sotto lungo la strada che porta a Lipsia, nel mini-campo di Boelcke-Kaserne, ancora peggio. Le baracche in legno bruciavano da ore. Tutti erano spaventati, persino le S.S. che dovevano aver perso qualcuno dei loro nell’attacco dal cielo. Donne che piangevano, bambini disperati, uomini in tela zebrata senza fiato che cercano non di scappare (poi verso dove?) ma di aiutare, per quanto poco potessero, chi aveva bisogno. Una catastrofe di pianto e di disperazione. Anche quelle erano lacrime di Dora.
Lavorarono tutto il giorno senza pausa, cercando in quell’atto di solidarietà, le energie per proseguire. Venne buio in fretta, ma il responsabile delle guardie - probabilmente autorizzato dal Kommandant Baer – dette ordine di non fermarsi. Arrivarono lampade e luci in soccorso. Agli ‘haftlinge’ furono portati pezzi di pane, della margarina e dell’acqua per mangiare qualcosa. Più del solito, forse il doppio di quanto che si riceveva al mattino, anche se essendo sera era d’abitudine la zuppa. Ma ultimamente era più simile all’acqua, che ricevettero.
Non si fermarono neanche la notte e la cosa spaventava per il possibile ritorno degli aerei. Chi poteva sapere se avevano finito il loro lavoro? A qualcuno fu solo permesso di accantonarsi con qualche coperta in un angolo e dormire qualche ora, non di più. A turno. Sapranno la mattina dopo che tra le case bruciate e le famiglie distrutte vi era anche quella di un ufficiale del Kommandnati Baer, un suo caro uomo di fiducia, forse suo fratello.
Il giorno dopo si proseguì, lo stesso giovedi 6 e venerdi 7 i deportati di Dora ritornarono finiti e sfiniti nel lager solo quella sera, per la zuppa (saltata tre sere) e l’immancabile conta (non saltata neanche in quelle tre sere, ma trasformata dato il contesto in un semplice appello e verifica). Arrivarono stanchissimi, fecero tutto in fretta, quasi da soli ‘appartati’ e andarono in baracca. Il clima era però particolare, diverso dal solito, molto diverso. Meno rumore, meno caos, meno soldati, meno truppe e soprattutto pochi, pochissimi prigionieri.
Dov’erano gli altri ‘haftlinge’? Non videro neanche gli ‘amici’ di baracca. Saranno andati, come loro, in qualche ‘soccorso’, in qualche altro maledetto incendio della città e avranno anche loro ‘pernottato’ fuori. La stanchezza era tale che, appena toccate le brande, presero sonno.
Ma la realtà per molti prigionieri di Dora era ben diversa e i ‘superstiti’ lo capirono solo alla ritiro del pane e alla conta del mattino. Erano veramente in pochi, in ‘superficie’ neanche la metà.
Non servirono molte parole. Qualcuna in tedesco, altre in italiano. Ma era il risultato che preoccupava.
La mattina del 6, il venerdi, il grande S.S. Sturmbannerfuhrer Richard Baer si ricordò di aver fatto come mestiere il criminale ad Auschwitz e che non aveva regolato tutti i conti. Alcuni gli erano rimasti in sospeso. Era giunto il momento di sistemare le pendenze, prima – forse – che la guerra finisse. All’alba dette ordine di procedere col piano ‘evacuazione’, in parte attivato anche nell’altro lager prima del 27 gennaio, quando i carri armati sovietici arrivarono senza esser stati richiesti e sicuramente in anticipo sui programmi nazisti.
Al suono della sveglia delle 4.00 fu bloccato il lavoro. Ben 25.000 prigionieri, di ogni nazionalità ed incarico, età o anzianità di servizio a Dora, ricevettero l’ordine di presentarsi subito alla piazza centrale, quella della conta della domenica pomeriggio. Mai successo prima.
Senza spiegazioni. Fu detto a tutti di mettersi in fila indiana – immensa, infinita, gigantesca come erano gigantesche le viscere di Dora – passar davanti alla cucina per ricevere viveri, in quanto destinati ad un lungo viaggio. I viveri erano solo un piccolo pezzo di pane, forse 200 grammi. Nulla di più. Cosa stava succedendo? Dora stava smobilitando?
I deportati non lo sapevano, ma gli Alleati erano in arrivo da Colonia a ritmi vertiginosi, bisognava andare verso Berlino ad est. Molti furono caricati su treni bestiame, come al solito, altri partirono a piedi. Chi si bloccava o protestava veniva ucciso sul posto. I treni partirono per Bergen-Belsen (200 km di distanza), o Ravensbruck (400 km) o il campo di Sachsenhausen (25 km da Berlino, oltre 300 km). Quelli a piedi, forse i più giovani e idonei, attraversarono le colline di Harz verso nord-est per oltre 250 km. Senza mangiare quasi nulla, se non le erbe e le radici che riuscirono a mettere in bocca nella lunga ‘marcia della morte’. A ritmi veloci, chi restava indietro veniva ucciso sul posto dalle S.S, o dai soldati della Wehrmacht o peggio dai fanatici della Volkssturm (la milizia popolare nazista) oramai in preda ad odi di vendette per la sconfitta all’orizzonte. Nessuno, nessuno mai quantificò quanti morirono lungo la marcia e quanti arrivarono nei tre lager, pronti lì a morire.
Non migliore fortuna ebbero i viaggiatori in treno. Erano in troppi, erano stati favoriti rispetto a chi doveva morire tramite la ‘marcia della morte’. Erano troppi ancora vivi e troppi che, così, sarebbero arrivati a destinazione. Non è che a Bergen-Belsen, Sachsenhausen o Ravensbruck ci fossero dei posti a vendere. Era già da mesi tutto ‘over budget’. E ad alcuni lager, peraltro, i Russi non erano molto distanti. La criminalità nazista trovò la sua soluzione, a Mieste, dopo Gardelegen, in Alta Sassonia. Vennero fermati alcuni treni, fatti scendere i prigionieri (con la scusa di un atteso riposo), accompagnati in un fienile sulla strada e chiusi dentro l’edificio.
Le S.S., e alcuni giovani della Hitlerjugend al seguito, bloccarono tutte le porte o le vie di uscita e dettero fuoco alla paglia e al fieno, con taniche di benzina. Coloro che riuscirono ad uscire, alcuni scavando con le unghie sotto le parete del fienile, furono subito mitragliati. Il giorno dopo, in ogni caso le S.S. tornarono sul luogo per uccidere eventuali sopravvissuti, non ancora morti. Non ci dovevano essere testimoni.
Furono 1.016 quel giorno a morire a Mieste, quasi tutti bruciati vivi.
Domenica 8 aprile, fu una domenica particolare e non solo per il fatto che la ‘conta’ del pomeriggio fosse stata più blanda del solito, quasi svogliata da parte delle S.S. C’era un clima di paura, davvero di tensione. L’evacuazione era finita? Anche le guardie si percepiva bene che erano preoccupate. Chissà cosa succederebbe loro se arrivassero gli Americani? O peggio i Russi? Si diceva che già qualche Sturmbannfuhrer, piccolo o grande non si precisava, se la fosse svignata, anticipando le ferie estive. Anche la zuppa serale, sebbene con meno clienti, era più liquida del solito e con meno patate e più erbe di campo. In effetti c’era un clima da ‘si salvi chi può’, di smobilitazione totale. Quanto poteva durare?
Parlandone tra di loro, i deportati si sentirono ancora più soli e non è escluso che alcuni si siano abbracciati, facendosi forza l’un con l’altro. Facendosi forza e cercando nell’altro la voglia di andar avanti. Si dissero: ‘Sarebbe un peccato farci fregare proprio ora’.
Ma era un impegno, non una certezza.
La notte tra domenica e lunedì fu ancora peggio. Ripresero gli attacchi aerei, le bombe, la contraerea. Ancora una volta Nordhausen era l’obbiettivo. Ancora una volta le bombe erano indirizzate sulla città, su tutto attorno, meno che su Dora. Eppure gli Alleati dovevano aver capito con esattezza dove fosse. Centravano ancora Boelcke-Kaserne con le baracche degli ebrei con precisione millimetrica, dall’alto oramai conoscevano la piazza, il Duomo della Santa Croce, le vie principali e dimenticavano Dora?
Anche gli abitanti di Nordhausen lo capirono. E in massa quella notte si diressero verso i portoni del lager. Volevano entrare in massa e cercare riparo magari nel tunnel del lager stesso. Avevano compreso che gli Alleati non volevano bombardare Dora, le interessava ‘viva’ ed intatta.
La conoscevano, la avevano studiata. Nulla era casuale. E non certo per salvare i deportati, le migliaia di ‘haftlinge’ che strisciavano nelle viscere. Per quanto ridotti nel numero, dopo l’evacuazione del giorno 6.
Le genti di Nordhausen non conoscevano l’esistenza di Dora, si voltavano dall’altra parte, schifati, quando vedevano per sbaglio un ‘haftling’, un inferiore, uno schiavo, un indegno di vivere. Ma gli offrivano anche una mela quando li bruciavano la casa o lo cercavano quando serviva per salvare il loro figlio, sotto le macerie. E ora che la città bruciava ancora una volta, volevano entrare dentro Dora per salvarsi.
Spinsero talmente tanto, con forza e disperazione, che riuscirono ad entrare all’interno del campo. Le guardie aprirono inevitabilmente i portoni. Che strano: per 20 mesi avevano visto solo entrare camion, treni, migliaia di disperati. Ora i disperati erano gli abitanti di Nordhausen. E la disperazione solitamente è pericolosa, non ha freni.
Li lasciarono entrare. Non Baer, il grande S.S. Sturmbannfuhrer, che già aveva fatto le valigie diretto forse verso Berlino, dove - si diceva – ci fosse un bunker a prova di russi . Non il genio Von Braun, che da mesi progettava e disegnava razzi supersonici, come Ufo-Robot, da altri uffici, più tranquilli e dove la concentrazione era più idonea alle sue necessità intellettive. Doveva, inoltre, ancora scegliere il nuovo datore di lavoro.
Spinsero talmente tanto che il lunedi mattino furono necessari lavori di pulizia e di sistemazione di carattere straordinario. I prigionieri italiani ‘in superficie’ furono dedicati a questo e poi in paese a sistemare, con altri, i danni provocati dalle bombe alleate, dalle bombe ‘amiche’. E restare fuori da Dora, con la pazzia delle guardie in preda al terrore dei nemici in arrivo da ovest e da sud, per molti fu una fortuna inattesa. Che per i tedeschi le cose andassero male, ne ebbe una ulteriore conferma martedi 10 aprile, quando al ritorno alla sera, nessun camion delle guardie andò a prendere gli ‘haftlinge’.
Le guardie erano sparite, diventate anche loro ‘fantasma’. Molti deportati dovettero prendere a piedi la strada di Dora. Anche loro pensarono che fosse la più sicura, nel caso in cui fossero arrivati di nuovo gli aerei della Royal Air Force. Tanto non avrebbero bombardato il lager. Magari avrebbero più facilmente colpito le baracche dei poveri ebrei di Boelche-Kaserne, per quanto pochi ne fossero rimasti ancora vivi.
Arrivarono tardi al cancello del lager, si fecero riconoscere, nessuno chiese il perché del viaggio a piedi (strano vero?), andarono a prender la zuppa. Ma era finita o meglio in cucina non erano arrivate quel giorno le scorte alimentari. Ricevettero del pane secco, della margarina, del formaggio vecchio che di solito era di pura spettanza dei soldati delle S.S. Anche la ‘conta’ di fatto era saltata. Mai successo prima. Verso sera, quasi del tutto sparirono le guardie. Fantasmi anche loro? Cosa stava succedendo a Dora?
Andarono in branda più per stanchezza che altro, ma la preoccupazione sul giorno dopo esisteva. Eccome. Alle 4.00 non suonò la sirena, o meglio nessuno se ne accorse. Qualche minuto prima, delle jeep e dietro i camion della 3a Divisione Corazzata Americana del gen. Doyle Overton Hickey erano giunti al cancello di Dora, trovato peraltro aperto ed incustodito.
Qualche ora dopo, dentro i reticolati, parcheggiarono i loro carri armati.
E i deportati li guardarono arrivare come fossero ad una festa o ad una parata militare. Era l’11 di aprile, mercoledì, più tardi accompagnato da un pallido sole primaverile.
L’11 aprile 1945, mercoledì, solo tre giorni dopo la domenica.
3 aprile 2026 – 81 anni dopo – Rinaldo Battaglia
Liberamente tratto da ‘Alla sera mangiavamo la neve’ – ed. AliRibelli 2021
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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