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La mafia non ammazza i bambini: la famiglia Asta
di Pino Maniaci
Era una splendida giornata di sole. Il 2 aprile 1985, Barbara Rizzo, stava accompagnando i suoi gemellini Giuseppe e Salvatore Asta a scuola. Avevano sei anni e dei sorrisi bellissimi.
Ogni giorno la stessa strada, quella che collega Valderice a Trapani costeggiando il lungomare.
Solita routine, la vista mozzafiato di sempre ma quella non era una giornata come tutte le altre: all'altezza di Pizzolungo, parcheggiata, c'era un'auto carica di tritolo pronta ad uccidere Carlo Palermo, un magistrato arrivato cinquanta giorni prima in Sicilia che come tutte le mattine stava raggiungendo il Palazzo di Giustizia di Trapani a bordo di una Fiat 132 blindata, seguita da una Fiat Ritmo di scorta.
Il suo non era un lavoro facile, men che meno in quel territorio segnato ancora dall'omicidio del magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto: in passato le loro indagini su un ampio traffico di droga si erano incrociate e Palermo aveva chiesto il trasferimento alla procura trapanese proprio per continuare quel lavoro.
In prossimità di una curva, l'autista della 132 blindata incrociò la Volkswagen Scirocco con a bordo Barbara e i suoi figli. Erano le 8:35. Stava per sorpassarla ma non fece in tempo, l'autobomba venne fatta esplodere e colpì in pieno la giovane madre e i piccoli Giuseppe e Salvatore.
Dei loro corpi non restò niente. Solo brandelli e una macchia rossa sul muro, a duecento metri di distanza: il simbolo di una strage terribile, architettata da Cosa nostra per fare saltare in aria Carlo Palermo, che con le sue indagini sarebbe potuto arrivare ad una raffineria di eroina nei pressi di Alcamo (poi scoperta dalla polizia ventidue giorni dopo l'attentato).
Il giudice invece restò vivo per miracolo, rimase ferito insieme ai suoi agenti di scorta, la coupé fece da scudo alla sua auto.
Arrivarono i primi soccorritori, tra loro c'era anche Nunzio Asta, il marito di Barbara: non sapeva che quella bomba aveva sterminato la sua famiglia, la polizia doveva ancora identificare le vittime. Poche ore dopo, un agente lo chiamò al telefono per chiedergli il numero di targa della Volkswagen, senza aggiungere altro, e Nunzio scoprì che una sua impiegata aveva già verificato che i suoi figli non erano mai arrivati a scuola.
Nel 1993, il suo cuore, già fragile per via di un intervento di by-pass, smise di battere. Morì anche lui, a soli quarantasei anni.
Della famiglia Asta è rimasta solo la figlia maggiore Margherita, undici anni al momento dell'attentato.
Per la strage di Pizzolungo sono stati condannati all'ergastolo i boss Totò Riina, Vincenzo Virga e Baldassare Di Maggio, ritenuti i mandanti.
Per favore, non dimentichiamo questi nomi. Giuseppe e Salvatore, sei anni. Barbara, trent'anni. Vittime di una ferocia inaudita, quella mafiosa, che non guarda in faccia nessuno: uomini, donne, bambini.
 
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