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29 marzo 2026
tutti gli speciali

Meloni fa marameo agli imprenditori
di Elisa Fontana

L’ultima immaginifica impresa di questo governo sembra presa da un film di Totò, anche se le conseguenze non fanno affatto ridere. Nell’ultimo consiglio dei ministri si è consumata una beffa che rischia di fare danni assai seri a molte imprese.

Moltissime imprese avevano presentato l’anno scorso i propri progetti per poter accedere al piano di transizione 5.0 ed avere crediti d’imposta da usare nell’innovazione aziendale. I termini dovevano scadere il 31 dicembre 2025, ma furono inopinatamente chiusi il 7 novembre e i fondi del PNRR trasferiti ad altre misure, poi riaperti e a coloro che presentarono i propri progetti dopo la riapertura dei termini fu assicurata l’erogazione totale dei crediti di imposta.

Nello scorso Consiglio dei ministri del 27 marzo l’amara sorpresa: le imprese in lista d’attesa riceveranno solo il 35% del credito di imposta spettante. La notizia è deflagrata come una bomba nel mondo imprenditoriale certamente per il danno economico sicuramente enorme, ma soprattutto per la rottura del legame di fiducia con lo Stato che prima promette, fa investire le imprese e poi rinnega il patto.

Confindustria è furibonda e non nasconde che, se non si corre subito ai ripari, potrebbe arrivare ad aprire contenziosi legali su questi che sono crediti esigibili e che riguardano investimenti già attuati, non sulla carta, macchinari comprati o mutui accesi.

Nella legge di bilancio erano stati accantonati 1,3 miliardi per questa operazione, dopo il consiglio dei ministri del 27 marzo si parla di 537 milioni a disposizione, senza ulteriori spiegazioni.

All’interno del governo c’è battaglia fra il ministro Giorgetti, inflessibile sui conti, e il ministro Urso che gli ricorda le promesse fatte agli industriali, ma la sproporzione delle forze è evidente a tutti.

E l’inflessibilità mostrata da Giorgetti serve solo ed esclusivamente a raggiungere la soglia del 3% di deficit che ci farebbe uscire dalla procedura di infrazione e, soprattutto, permetterebbe a Meloni di avere quelle risorse da dilapidare allegramente nell’anno che precede le elezioni, sotto forma di mance e mancette. Insomma, al momento la situazione è questa e le parti si incontreranno mercoledì, ma Confindustria ha già fatto sapere che non andrà all’incontro né remissiva, né disarmata.

E Giorgina in tutto questo marasma cosa fa? Giorgina lavora alacremente e nulla la distoglie dai suoi gravosi compiti e dai suoi impegni istituzionali. Non ci credete? Male. Sappiate che l’altra notte, sì, proprio di notte, ha trovato il tempo e soprattutto la postura istituzionale di mandare un WhatsApp a Ismaele La Vardera, deputato regionale siciliano di opposizione che si era lamentato della impugnazione fatta dal governo della legge regionale siciliana sui ristori dopo il ciclone Harry, impugnazione che di fatto ha bloccato tutto in tema di ricostruzione.

La Vardera sosteneva nel suo video che questa era stata la vendetta meloniana al fatto che la Sicilia aveva votato compatta per il NO al referendum. E’ una critica politica condivisibile o meno, come mille e mille ne vengono fatte ogni giorno, ma al momento lo stato dei nervi di Meloni deve essere davvero precario, se non ha trovato niente di meglio da fare che rispondere a La Vardera con un WhatsApp privato dopo mezzanotte, dai toni oltremodo stizziti: “E ora che faccio quindi? Mi metto a impugnare le leggi di quasi tutte le regioni italiane? Che modo vergognoso di fare politica. Il cambiamento…”.

Invece promettere agli imprenditori dei crediti di imposta, farli indebitare per poi dir loro “marameo” è un modo onorevole di fare politica, vero?


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