Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
30 marzo 2026
tutti gli speciali

Calabria: più posti per la politica, meno rispetto per chi la paga
di Raffaele Florio

C’è una specialità della politica calabrese che meriterebbe il marchio Dop: predicare austerità e praticare arredamento istituzionale. Non governare, non riformare, non risolvere. Arredare. Riempire. Occupare. Sistemare. Aggiungere una scrivania, una targa, un ufficio, una segreteria, un’auto, un collaboratore, una firma in più su una carta che spesso nessuno leggerà. Perché in fondo il potere, da queste parti, non ama tanto fare: ama farsi vedere mentre si sistema.

E così, nella Calabria delle liste d’attesa, delle strade sfinite, dei trasporti da caccia al tesoro, dei giovani che emigrano e dei comuni che arrancano, il problema urgente del centrodestra pare fosse uno solo: creare due nuovi sottosegretari. Come se i cittadini, la mattina, si alzassero angosciati da un pensiero: “Mamma mia, se solo avessimo altri due stipendi pubblici di fascia alta, la regione ripartirebbe”.

Il capolavoro, però, non è nemmeno il costo. Il capolavoro è la faccia tosta amministrativa con cui questa operazione viene confezionata. Perché ogni volta il trucco è lo stesso: non si presenta mai una poltrona come una poltrona. No. Si presenta come “rafforzamento della governance”, “ottimizzazione del coordinamento”, “supporto all’azione dell’esecutivo”, “miglioramento dell’efficienza”.

Il lessico della politica italiana è un gigantesco reparto cosmetici: prendi una spesa discutibile, le metti addosso due parole inglesi e tre locuzioni notarili, e magicamente dovrebbe sembrare una riforma.

In realtà, detta senza cipria, è un’altra cosa: più posti per la politica, meno rispetto per chi la paga.

Il punto non è nemmeno se quei due futuri sottosegretari lavoreranno tanto o poco. È un’obiezione secondaria, quasi ingenua. Il vero punto è perché questa debba essere una priorità in una terra che non riesce a trasformare l’ordinario in normale. Perché quando mancano medici, trasporti, investimenti credibili, manutenzione, servizi, visione, il messaggio che arriva ai cittadini è devastante: per voi i vincoli, per noi i margini.

Ed è qui che la vicenda smette di essere solo irritante e diventa politicamente oscena.

Perché il centrodestra calabrese non sta soltanto facendo una scelta costosa. Sta compiendo un gesto simbolico chiarissimo: la macchina pubblica, prima di servire, deve servire se stessa. Prima si mette in sicurezza il perimetro del potere, poi - se resta tempo, denaro e decenza - si guarda fuori dal palazzo. È la solita piramide rovesciata: in cima, quelli che decidono; sotto, quelli che pagano; in fondo, quelli che aspettano.

E attenzione alla parte più gustosa, cioè la più ipocrita: queste figure, abolite anni fa proprio dal centrodestra, oggi tornano improvvisamente indispensabili. I miracoli della convenienza. Ieri erano sprechi, oggi sono necessità istituzionali. Ieri bisognava asciugare, oggi bisogna ingrassare. Ieri si tagliava per moralizzare, oggi si aggiunge per governare meglio. Domani, se servirà, si ricambierà opinione un’altra volta, con la stessa serietà con cui si cambia cravatta prima di un convegno sulla sobrietà.

Non è contraddizione. È peggio: è cinismo amministrativo.

E infatti gli emendamenti per ridurre l’indennità o eliminare la superstruttura sono stati respinti. Questo dettaglio è fondamentale, perché demolisce la difesa preventiva dei professionisti dell’arrampicata sugli specchi. Non si potrà dire: “Ma in fondo si trattava solo di dare un supporto funzionale”. No. Qui si è scelto consapevolmente di non contenere, non ridurre, non limare. Cioè di rivendicare il privilegio, non di subirlo. E quando il privilegio smette di vergognarsi di se stesso, significa che la politica ha perso anche l’ultimo freno: quello del pudore.

La verità è che questo non è un incidente. È un metodo.

È il metodo di una classe dirigente che spesso confonde il consenso con la licenza, la vittoria elettorale con l’autorizzazione a occupare ogni centimetro disponibile, il governo con il collocamento. E più la realtà sociale si fa povera, più il potere sente il bisogno di imbottirsi. È quasi una legge fisica della partitocrazia: quando il territorio si svuota, il Palazzo si allarga.

Così il cittadino calabrese assiste all’ennesima rappresentazione del teatro regionale: gli dicono che bisogna essere responsabili, che le risorse sono poche, che la situazione è complessa, che servono pazienza e senso delle istituzioni. Poi scopre che, stranamente, quando si tratta di stipendi, apparati, funzioni aggiuntive e geometrie di maggioranza, i soldi compaiono con la puntualità di un miracolo laico. Per il resto, si sa, bisogna attendere i bandi, i decreti attuativi, le conferenze di servizi, l’allineamento dei pianeti e forse anche l’umore dell’assessore.

E allora no, questa non è “normale amministrazione”. Questa è la normalizzazione dello scandalo.

La tragedia non è solo che accada. La tragedia è che molti, dentro e fuori i palazzi, lo considerino ormai fisiologico. Due sottosegretari in più? Una struttura in più? Un altro costo fisso? Un altro pezzo di macchina pubblica usato per lubrificare la politica? “E che sarà mai”. Appunto. È proprio quel “che sarà mai” che ha ridotto la questione pubblica a una mangiatoia educata, dove nessuno ruba il tavolo, ma tutti pretendono almeno la sedia.

Il problema, in Calabria come altrove, non è solo la casta quando eccede. È la casta quando si autoassolve. Quando non sente più il bisogno di spiegare. Quando considera naturale che i cittadini debbano stringere la cinghia mentre lei si allarga il colletto.

Ecco perché questa vicenda merita di essere chiamata col suo nome: non riorganizzazione, ma privilegio. Non efficienza, ma espansione del potere. Non governo, ma autoconservazione con soldi pubblici.

Il resto è tappezzeria lessicale per anime deboli e comunicati stampa per chi scambia la propaganda con l’amministrazione.

In una regione normale, la politica si allargherebbe solo dopo aver fatto funzionare l’essenziale. In Calabria, troppo spesso, si allarga al posto dell’essenziale.

Ed è questo, più dei 14mila euro, più delle strutture, più delle sigle e delle formule, il vero scandalo: qui non si governa la crisi. La si usa come sfondo per giustificare il privilegio.


per approfondire...

Dossier diritti

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale