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Giornalisti testimoni scomodi che Israele elimina in Libano come a Gaza
di
Emma Buonvino
Non chiamateli “effetti collaterali”.
Non chiamateli “tragici errori”.
Non chiamateli “incidenti di guerra”.
Quando si uccidono sistematicamente i giornalisti, si sta compiendo una precisa operazione di bonifica morale del crimine.
Israele non uccide i giornalisti per sbaglio. Li uccide perché raccontano.
Li uccide perché fotografano. Li uccide perché arrivano prima della propaganda.
Li uccide perché trasformano il sangue in prova.
Li uccide perché impediscono ai carnefici di riscrivere la scena del delitto.
E questo vale in Palestina, in Libano, e perfino dentro lo stesso spazio politico e militare in cui Israele pretende di chiamarsi “democrazia”.
Perché ogni potere coloniale ha bisogno di una cosa sopra ogni altra: il silenzio.
E i giornalisti sono il contrario del silenzio.
NON STANNO SOLO ELIMINANDO PERSONE. STANNO ELIMINANDO TESTIMONI.
Questo è il punto che molti fingono di non capire.
Un giornalista a Gaza, nel sud del Libano o in Cisgiordania non è soltanto un cronista.
È un testimone oculare del crimine.
È colui che documenta:
i bambini strappati dalle macerie,
gli ospedali sventrati,
i corpi carbonizzati,
le fosse improvvisate,
le famiglie annientate,
i campi profughi trasformati in bersagli, la fame usata come arma,
l’umiliazione metodica di un popolo intero.
E allora cosa fa Israele? Elimina chi guarda. Così diventa più facile negare ciò che ha fatto.
È un meccanismo sporco, brutale e ormai riconoscibile:
1. colpiscono il giornalista
2. negano
3. insinuano che “non fosse davvero un civile”
4. sporcano la sua reputazione dopo averne distrutto il corpo È la firma morale del colonialismo armato.
I NUMERI SONO OSCENI. E SMASCHERANO TUTTO.
Secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ), quella in corso è la guerra più letale mai registrata per i giornalisti.
Al 25 febbraio 2026, il CPJ documentava almeno 252 giornalisti e operatori dei media uccisi nel contesto della guerra, di cui 249 uccisi da Israele. Tra questi:
209 palestinesi a Gaza
6 libanesi in Libano
31 yemeniti
3 iraniani.
Il CPJ afferma inoltre una cosa devastante:
Israele ha ucciso più giornalisti di qualsiasi altro governo o esercito da quando il CPJ raccoglie dati, cioè dal 1992.
E ancora peggio:
il CPJ ha stabilito che almeno 64 giornalisti e operatori dei media sono stati direttamente presi di mira e uccisi in rappresaglia per il loro lavoro.
Questa non è guerra.
Questa è soppressione sistematica della testimonianza.
GAZA: DOVE IL GIORNALISMO È DIVENTATO UNA CONDANNA A MORTE
A Gaza il giornalista palestinese è stato trasformato in una figura intollerabile per Israele. Perché il giornalista palestinese non racconta il crimine da lontano. Lo racconta da dentro.
Con la casa distrutta.
Con la famiglia sotto le bombe.
Con i figli sfollati.
Con la fame addosso.
Con la morte che dorme nella tenda accanto.
Eppure continua a filmare.
Ed è proprio per questo che viene colpito.
Il CPJ denuncia che i giornalisti palestinesi sono stati:
minacciati,
direttamente presi di mira,
arrestati arbitrariamente,
torturati,
e che Israele ha distrutto sistematicamente le infrastrutture mediatiche a Gaza.
Vogliono distruggere anche
le redazioni,
le telecamere,
i server,
i materiali,
i punti di trasmissione,
la memoria stessa del massacro.
Perché un genocidio ha sempre bisogno di una seconda operazione:
far sparire le prove.
SHIREEN ABU AKLEH: NON UN “CASO”, MA UN MESSAGGIO
Il nome di Shireen Abu Akleh dovrebbe bastare, da solo, a far crollare tutta la retorica occidentale sulla “democrazia israeliana”.
Shireen fu uccisa mentre stava lavorando, con il giubbotto PRESS addosso. Le indagini indipendenti hanno concluso che fu colpita da un membro delle forze israeliane.
Shireen non è stata solo uccisa. È stata usata come avvertimento.
Il messaggio era chiarissimo:
“Possiamo uccidere perfino il volto più noto del giornalismo palestinese.
E non pagheremo nulla.”
E infatti non hanno pagato nulla. Perché l’impunità israeliana non consiste solo nel commettere il crimine.
Consiste nel commetterlo sapendo già che l’Occidente troverà un modo per assolverlo.
IL LIBANO: STESSO SCHEMA, STESSA FEROCIA, STESSO DISPREZZO
Ora il copione si ripete in Libano.
Il 28 marzo 2026, un attacco israeliano nel sud del Libano ha ucciso tre giornalisti libanesi: Ali Shaib, Fatima Ftouni, Mohammed Ftouni, cameraman.
E come sempre, subito dopo l’omicidio, arriva la sceneggiatura di copertura: Israele ha sostenuto di aver preso di mira uno di loro accusandolo di essere un operatore di Hezbollah, senza produrre prove pubbliche verificabili, e senza spiegare in modo credibile l’uccisione degli altri due.
Quindi prima li ammazzano, poi cercano di sporcarne il nome.
È il loro schema ricorrente:
colpire,
delegittimare,
confondere,
e poi affidarsi alla stanchezza morale del pubblico.
Ma il punto resta uno solo: se colpisci una troupe, una postazione media o un’auto stampa, stai colpendo il diritto del mondo a sapere.
IL CASO ISSAM ABDALLAH AVEVA GIÀ SMASCHERATO TUTTO
E non venissero a dire che “non sapevano”. Il caso di Issam Abdallah ha già demolito questa menzogna.
Una ricostruzione Reuters e una successiva indagine ONU hanno concluso che il reporter Reuters fu ucciso in Libano da un colpo di carro armato israeliano mentre si trovava con un gruppo di giornalisti chiaramente identificabili.
Reuters Quindi la domanda non è:
“Israele sa che quelli sono giornalisti?”
La vera domanda è:
“Perché continua a colpirli anche quando lo sa?”.
E la risposta è una sola:
perché chi documenta i crimini israeliani diventa esso stesso un bersaglio militare e narrativo.
E QUANDO NON LI UCCIDONO, LI ARRESTANO, LI TORTURANO, LI ZITTISCONO
Il meccanismo non si limita all’assassinio fisico. Quando non possono eliminarli subito, li:
arrestano,
picchiano,
umiliano,
intimidiscono,
censurano,
rendono “inaffidabili” agli occhi del pubblico.
Secondo il CPJ, nel contesto di questa guerra risultano anche 97 giornalisti arrestati e 174 feriti, mentre continuano le segnalazioni di assalti, minacce, cyberattacchi, censura e violenze contro i familiari.
Questo non è un eccesso.
Non è un’eccezione.
È architettura del silenzio.
CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME
No, non basta dire che “la stampa è sotto attacco”.
Bisogna dire la verità intera: Israele pratica una politica di eliminazione dei testimoni.
Perché chi testimonia:
ostacola la propaganda,
rompe la manipolazione,
impedisce la pulizia morale del massacro
e consegna alla storia ciò che i carnefici vorrebbero cancellare.
Ed è per questo che i sionisti colpiscono i giornalisti.
Non perché “capiti”.
Non perché “sia difficile distinguere”.
Non perché “la guerra è caotica”.
Li colpiscono perché la verità li incrimina.
CONCLUSIONE
Israele non teme i giornalisti perché siano armati.
Li teme perché sono testimoni. Teme la telecamera più della coscienza.
Teme una foto più di una condanna morale.
Teme un reporter sul posto più di mille conferenze stampa.
Perché una volta che il mondo vede davvero, la menzogna sionista comincia a crollare.
Ed è per questo che li uccidono. Perché ogni giornalista che sopravvive è una crepa nell’impunità israeliana.
E ogni giornalista assassinato è un tentativo di seppellire la verità sotto le macerie.
Ma c’è una cosa che né i droni, né i carri armati, né la propaganda riusciranno a cancellare:
i testimoni cadono, ma la prova resta.
E un giorno resterà anche il nome dei colpevoli.
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