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Gli operai di Arzignano
di
Rinaldo Battaglia *
'ECCIDIO DEGLI OPERAI DELLE OFFICINE PELLIZZARI DI ARZIGNANO
Dopo la caduta del Duce, anche alle Officine Pellizzari – come in tutte le grandi fabbriche del vicentino – era spontaneamente nato un Comitato clandestino, voglioso di migliorare le condizioni degli operai. Una paga meno da fame, un aumento delle razioni alimentari per la famiglia. Cose importantissime in quel momento quando si tirava avanti tra beni razionati e distribuzione con la tessera annonaria. Ma anche totale cessazione delle violenze contro gli operai. Tutte cose che anche Mazzola (cfr. il giovane protagonista del libro) respirò per bene e toccò con mano. Inevitabilmente.
Aveva iniziato a lavorare lì già nell’estate del 1940, quando le Officine avevano perso gran parte degli operai chiamati dal Duce alle armi, chi in Grecia, chi in Africa. Con la guerra poi il lavoro non mancava. Ora si costruivano non solo pompe e motori, ma anche parti di mitragliatrici e di altro materiale bellico. Essere operaio delle Officine Pellizzari nei primi anni di guerra era stato un “salvacondotto” per il regime. Anche tu contribuivi al successo del Duce e alla gloriosa macchina da guerra fascista. E quindi nessuno ti toccava. Poi, poco prima dell’8 settembre, qualcosa cambiò.
Persino il figlio del titolare, allora ventenne, fece “fuoco e fiamme” per non andare in guerra. Alla fine riuscì a restare a casa, ma in zona qualcuno cominciò a dubitare della fedeltà al Duce della famiglia. E dopo l’8 settembre qualche alto gerarca del fascio se lo ricordò. C’era un clima di diffidenza reciproca, di paura. Tutto era incerto e non sapevi sempre con chi davvero tu stessi parlando. Fu anche questo che indusse Mazzola ad approfondire, a capire cos’era quel terrore, quella continua diffidenza.
A gennaio si sparse la voce che i tedeschi, d’accordo coi gerarchi fascisti locali, volevano trasferire parte della produzione delle Officine Pellizzari in Germania. Non potevano permettere che restasse in Italia, le pompe e i motori erano importanti per la vittoria del Terzo Reich. Meglio averli sotto casa. E ovviamente almeno quattrocento o cinquecento operai sarebbero dovuti andare in Germania assieme agli impianti. Facile capire la situazione.
Chi andava a lavorare da quelle parti non sempre aveva il biglietto di ritorno. Si era ancora alleati qui, non stupidi.
Fu così che nel reparto di Mazzola si alimentò, come un fuoco lento, uno spirito antifascista o meglio antinazista. Ammesso che ci fossero differenze.
E fu proprio lì che Mazzola cominciò seriamente a comprendere che era arrivato il momento, malgrado i suoi diciotto anni, di rispondere all’assassinio del cugino Ottenio.
Ne parlò più volte col padre. Ma questi lo consigliò di stare calmo, non era detto che tutta la produzione fosse spedita in Germania, non era detto che proprio loro fossero destinati ad andare in Germania. Non era contro i “capi” più forti, come Luigi o Cesare, ma non voleva che suo figlio rischiasse la vita. Ma oramai il germe in Mazzola era nato e si stava sviluppando. Decise di non coinvolgere troppo il padre e una sera anziché andare al calcio, com’erano convinti a casa, andò a salutare Umberto, il suo caporeparto.
Fu in quel momento che capì di essere, nel profondo, antifascista e italiano. Fu in quel momento che cominciò a conoscere anche altri che la pensavano diversamente. Perché i gerarchi del fascio non facevano niente? A scuola, nelle sfilate, nelle marce ti avevano sempre parlato di Italia, di Patria e ora non facevano assolutamente nulla. Erano come i nazisti, come gli odiati nazisti. Anzi peggio, perché almeno i nazisti lavoravano per il loro paese.
I nostri fascisti per chi lavoravano? Per Hitler?
Alla sera iniziarono piccoli raduni, quasi carbonari, a casa di qualche operaio, con la scusa di mangiare qualche fetta di salame assieme o giocare a briscola. Non erano comunisti o socialisti, non avevano e non volevano etichette, erano solo operai e padri di famiglia che temevano per la loro vita e quella dei loro cari. Mazzola non era ancora “dei loro”, era poco più di un ragazzo e quindi non venne invitato, ma cominciò a venire a conoscenza di alternative partigiane, di ragazzi che scappavano in collina verso Durlo o verso Valdagno.
Cominciò a vedere con occhi diversi amici e altri operai che a febbraio non si presentarono al lavoro e nemmeno alla leva militare del generale Graziani. Avevano disertato quella del 18 febbraio e ora erano ricercati come criminali e traditori della patria. A marzo si parlò di sabotare la produzione. Era il momento di reagire. Non si poteva restare a guardare. Già tra la metà di settembre e l’11 ottobre dell’anno prima c’erano stati dei blocchi momentanei e simultanei della produzione. Ma quelli erano piccoli segnali. Ora serviva molto di più.
Il 19 marzo 1944 arrivò in fabbrica il primo ordine tedesco di trasferire subito il 10% della produzione – sia operai che macchinari – del reparto pompe e di quello motori, i principali. Il giorno 24 l’ordine venne ribadito dagli ufficiali delle SS di Arzignano e ben spiegato anche al commissario prefettizio fascista. Questi, forte come l’erba pallida nata in cantina, decise di riunire alle Officine sia gli ufficiali nazisti che i rappresentanti degli operai, scelti a suo tempo dai gerarchi fascisti e quindi di loro totale assoluta “fedeltà”.
Il risultato della riunione fu offensivo: sarebbero partiti subito per la Germania “solo” trentasette operai, scelti a sorteggio tra le maestranze dei reparti interessati. Ognuno poteva essere sorteggiato: i giovani, gli esperti con una famiglia a casa da mantenere, gli anziani che magari avevano i loro figli in guerra chissà dove. E quindi anche Mazzola. Non suo padre che per ora non era interessato, essendo di un altro reparto. Ma tutti sapevano che era solo questione di tempo. E il tempo aveva il fiato corto.
La sera di lunedì 27 marzo, a lavoro finito, il grande genio del commissario fascista Ottorino Caniato, circondato da mille soldati tedeschi e da qualche immancabile camicia nera, iniziò il gioco dell’estrazione. Ma nessuno degli operai di tutte le maestranze, di nessun reparto, tanto meno di quelli destinati alla Germania, nessuno si fermò ad assistere. Nessuno.
Per il commissario del fascio, la sua combriccola dal saluto romano e per gli ufficiali nazisti fu uno smacco semplice ma deciso. Non erano comunisti, antinazionalisti, socialisti. Erano solo uomini che avevano fame e tanta paura, “uomini”, un concetto fino a quel momento non considerato da nessuno. Tanto meno dal Duce e dalle sue chiacchiere al balcone, poi riportate, parola per parola, da quattro suoi gerarchi locali, che pendevano dalle sue labbra, senza peraltro mai capirle.
Oltre alle panzane del Duce, c’erano altre parole ora, c’era molto di più. Mazzola non ha mai saputo se per diventare partigiani fosse questa la strada giusta. Ma aver aperto gli occhi, avere ora una visione diversa da prima, il guardare gli altri con occhi nuovi, voleva dire – di certo – essere su quella strada.
Il giorno dopo, all’inizio del lavoro, al suono della sirena nessun operaio entrò in fabbrica. Tutti fuori nel piazzale. E dopo un po’, ognuno se ne tornò a casa. Altro smacco terribile per i fascisti locali. Voleva dire che di fronte ai nazisti non contavano nulla. Come in effetti era. Si saprà dopo che il comitato clandestino della fabbrica, che aveva studiato questa soluzione, nemmeno sognava una partecipazione così totale.
Ovviamente, tra quelli non entrati figuravano sia Mazzola che il padre. Il primo con la spregiudicatezza dei suoi pochi anni, il secondo con il timore per quello che sarebbe potuto accadere a breve. Il blocco di martedì 28 era solo l’inizio.
Il 31 marzo, venerdì, ultimo giorno della settimana, ultimo giorno del mese, sarebbero dovuti iniziare i primi trasferimenti di macchinari e maestranze verso i padroni tedeschi, una volta completati gli ordini delle commesse ricevute. Mazzola verrà a sapere, settimane dopo, che anche molte altre maestranze di grosse fabbriche della zona scioperarono, per motivi quasi analoghi se non gli stessi. Gli operai delle Smalterie di Bassano, del Lanificio Rossi di Schio, della Marzotto di Valdagno o della Sava di Vicenza e di molti altri stabilimenti della provincia.
Qualcosa stava cambiando.
Ma quel “qualcosa” non piaceva ai tedeschi, sebbene inizialmente, il martedì, non sembrasse così. Dapprima i “crucchi”, con gli altoparlanti addirittura, informarono tutti che era stato uno scherzo: non si sarebbe più andati in Germania se la produzione fosse subito ripresa e mantenuta su standard validi. Non ci sarebbero state rappresaglie o punizioni. Troppo bello per esser vero. Era una trappola, una delle tante che Mazzola imparerà a conoscere strada facendo. Mai fidarsi dei nazisti, mai fidarsi dei fascisti. Sarebbe come fidarsi del demonio o metter la testa in bocca ad un lupo o ad un leone affamato e dirgli con cortesia: «Mangiami».
E infatti già mercoledì 29, quando il lavoro riprese, vennero subito arrestati sei operai e capireparto. Tra questi anche il capo di Mazzola, Umberto Carlotto. Accusato assieme agli altri cinque (Guido Celadon, Cesare Erminelli, Aldo Marzotto e Vittorio Sartori del reparto “meccanica fina” e Luigi Cocco del reparto “motori a scoppio”) di aver pronunciato frasi contro il fascismo e contro il Führer. Quali frasi e quali parole non fu mai precisato. Giorni dopo si verrà a sapere che i sei capri espiatori vennero portati al Comando delle SS di Arzignano, (che si erano insediate al Palazzo Mattarello) e interrogati a fondo.
Solo Sartori verrà dopo tre giorni liberato. Sempre mercoledì vennero chiamati nella Direzione delle Officine altri venticinque dipendenti, tra cui una donna. Le SS li accuseranno di essere arrivati in ritardo al lavoro e pertanto furono subito portati sempre al Mattarello e lì rinchiusi nelle baracche che fungevano da prigione. Dopo vari interrogatori, presenti anche i capi fascisti del paese – il grande commissario Caniato in prima fila – solo la donna e un operaio verranno rilasciati.
Gli altri ventitré disgraziati, a cui verrà aggiunto Guido Celadon, si dirà molto più tardi, vennero mandati in carcere alla caserma Sasso di Vicenza e, alcuni giorni dopo, al campo di concentramento di Fossoli, vicino a Modena e da qui spediti al lager di Mauthausen. Pochi torneranno vivi per raccontare la loro tragedia. Ma forse Mazzola questo non lo saprà mai.
Il destino del caporeparto di Mazzola, Umberto Carlotto e degli altri tre (Luigi Cocco, Cesare Erminelli e Aldo Marzotto) fu subito noto. La sera di giovedì 30 vennero portati dalle SS di Arzignano verso i vicini Castelli di Giulietta e Romeo a Montecchio Maggiore. Arrivati al primo castello – quello chiamato già allora Castello della Villa – vennero fatti scendere uno alla volta e subito uccisi con un colpo alla nuca.
Come fossero criminali, come fossero banditi, peggio come fossero bestie da carne. I loro corpi furono messi in sacchi chiusi, come immondizia, e portati al custode del cimitero di Arzignano, poco lontano dalle Officine Pellizzari, affinché li seppellisse senza tanto clamore.
Già venerdì mattina, il 31 del mese, il maggiore delle SS informò tutti gli operai delle Officine – parlando dall’alto della terrazza della Direzione – che giustizia era stata fatta. E onde evitare confusioni o false aspettative, un po’ in italiano e un po’ in tedesco vennero sillabati con precisione i nomi dei quattro ammazzati.
Questa era la giustizia per il nazismo di Hitler e di Berlino, queste erano la libertà e l’onore per il fascismo del Duce e di Salò. Fu così che le famiglie di Umberto, Luigi, Aldo e Cesare persero i loro cari, i loro mariti, i loro padri. Avevano solo lottato senza armi per il loro salario, per non finire schiavi nei campi di lavoro in Germania.
Se questo era il fascismo, beh… Mazzola era contro. Avrà avuto ancora diciotto anni, ma ora aveva le idee chiare. Se questa era la libertà che il Duce e il Führer volevano concedere a noi italiani, beh... Mazzola era contro. Era così anche prima, per almeno venti anni era stato così, ma ora la gente – malgrado la paura e il terrore – cominciava davvero a ragionare. Mazzola non era l’unico. Un pallido arcobaleno dopo un temporale con grandine, durato un’eternità. Fu quasi impossibile lavorare dopo quei giorni. Impossibile.
30 marzo 2026 - 82 anni dopo - dal mio ‘Alla sera mangiavamo la neve’ – editore AliRibelli 2021
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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