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Festival delle culture di Ravenna: oggi più soldi ma meno comunità
di Tahar Lamri
C'è un paradosso al centro del Festival delle Culture di Ravenna che merita di essere detto ad alta voce: negli anni in cui il festival è diventato più ricco - più finanziato, più dispendioso, più esteso - è diventato anche più inutile.
Non inutile nel senso vago dell'inefficienza culturale: inutile nel senso preciso che ha smesso di produrre quello per cui era stato costruito. E quando il denaro pubblico finanzia qualcosa che non produce più il risultato dichiarato, non siamo davanti a un problema estetico. Siamo davanti a un problema politico.
Ho ideato questo festival nel 2004 e l'ho diretto fino al 2012. Allora si faceva con risorse limitate, costruendo ogni edizione attraverso mesi di lavoro relazionale con circa 92 associazioni di comunità straniere presenti sul territorio. Il risultato era tre giorni - venerdì, sabato, domenica - in cui Ravenna diventava concretamente un'altra città: le comunità straniere in piazza come protagoniste, i ravennati che aspettavano quell'appuntamento, i giovani di seconda generazione che programmavano autonomamente l'intera giornata del venerdì. Con pochi soldi si produceva coesione reale, protagonismo comunitario, infrastruttura sociale.
Ho taciuto per anni su quello che è successo dopo la mia uscita nel 2012. Non mi sembrava corretto intervenire pubblicamente su qualcosa che avevo creato per rivendicare un prima migliore di un dopo. Ma c'è un punto in cui il silenzio smette di essere discrezione e diventa corresponsabilità verso le comunità che un'istituzione pubblica ha abbandonato. Sono arrivato a quel punto.
Il festival è stato progressivamente occupato da alcuni funzionari dell'ufficio immigrazione del Comune, che hanno trasformato uno strumento di protagonismo comunitario in un prodotto istituzionale autoreferenziale. Il budget è cresciuto. I risultati - misurati su ciò che un festival delle culture dovrebbe produrre: reti tra associazioni, protagonismo delle comunità, formazione delle seconde generazioni, coesione civica - sono crollati. Questo scarto tra investimento pubblico e impatto reale non è una disattenzione: è una scelta, e come tale va giudicata politicamente.
Il programma 2026 lo dimostra. Quattro mesi di eventi - dal 13 marzo al 20 giugno - dispersi in una quindicina di sedi. Un catalogo di proposte che prese singolarmente possono avere un senso: un film di Ken Loach, uno spettacolo di Wajdi Mouawad, una mostra del World Press Photo, incontri con fotoreporter internazionali. Ma un catalogo non è un festival. E soprattutto: non ha nulla a che fare con le comunità straniere che vivono a Ravenna. Queste comunità nel programma 2026 non esistono come soggetti.
Esistono come tema, oggetto di sensibilizzazione per un pubblico ravennate interpellato come spettatore empatico di un problema lontano. La differenza tra sensibilizzare qualcuno sulla condizione dei migranti e costruire uno spazio in cui chi vive insieme nella stessa città si riconosce come comunità civica è la differenza tra fare cultura e fare comunicazione istituzionale.
Le 92 associazioni sono scomparse. I giovani di seconda generazione sono stati tagliati fuori: non sostituiti, eliminati dalla logica stessa dell'evento. L'unica traccia visibile delle comunità straniere è relegata agli ultimi due giorni su quattro mesi di programma. Con più soldi pubblici si è ottenuto meno protagonismo, meno reti, meno coesione, meno città.
Questo è il danno che chiedo di valutare politicamente: non un festival che ha cambiato identità artistica, ma un investimento pubblico crescente che ha prodotto la distruzione sistematica di un capitale sociale costruito in anni. Le reti tra associazioni non si ricostruiscono con un comunicato stampa. La fiducia delle comunità in un'istituzione che le ha escluse non si recupera con una giornata di festa appesa in fondo a un programma di quattro mesi. Una generazione di ragazzi di seconda generazione che aveva imparato a sentirsi parte attiva di questa città non tornerà a chiedere il permesso.
Chi amministra la città ha il dovere di chiedere conto di questo scarto. Più soldi, meno comunità: non è un risultato accettabile per un investimento pubblico che porta il nome di "Festival delle Culture".
Ho taciuto per rispetto. Ora parlo per lo stesso motivo.
 
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