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26 marzo 2026
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ONU: risoluzione sulla schiavitù. Italia si astiene
di Emma Buonvino

Mercoledì l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che dichiara la tratta di africani ridotti in schiavitù "il più grave crimine contro l'umanità" e chiede risarcimenti come "un passo concreto per porre rimedio ai torti storici". ✧ Non si sono astenuti sulla storia. Si sono astenuti sulla verità. ✧ L’ONU ha definito la tratta transatlantica degli schiavi africani il più grave crimine contro l’umanità.

Una verità così enorme da sembrare perfino ovvia.

Eppure no: Stati Uniti, Israele e Argentina hanno votato contro. L’Unione Europea si è astenuta. Anche l’Italia.

E già qui c’è tutto. Perché quando si tratta di riconoscere fino in fondo il crimine che ha riempito di ricchezza l’Occidente, i grandi custodi della “civiltà”, dei “diritti umani” e della “democrazia” improvvisamente diventano prudenti, ambigui, evasivi.

Ma la verità è semplice: la schiavitù africana non fu una deviazione della storia. Fu uno dei pilastri su cui è stato costruito il mondo moderno.

Non fu un incidente.
Non fu una parentesi.
Non fu un “errore del passato”.

Fu un sistema economico, politico, razziale e spirituale di predazione totale.

Milioni di africani furono strappati alla loro terra, incatenati, stipati come bestiame, venduti, violati, torturati, sfruttati fino alla morte per alimentare piantagioni, commerci, banche, imperi, industrie, dinastie e capitali che ancora oggi fanno da ossatura al privilegio occidentale.

In altre parole: molta della ricchezza del Nord del mondo nasce da un crimine di massa. E questo è esattamente il motivo per cui tanti Stati ancora oggi hanno paura delle parole.

Perché se chiami quel sistema con il suo nome: crimine contro l’umanità — allora non puoi più raccontare la favola del progresso innocente.

Devi ammettere che il benessere di alcuni popoli è stato costruito sopra la schiena spezzata di altri. Devi ammettere che il sottosviluppo imposto a interi continenti non è stato una fatalità, ma una strategia di arricchimento.

Devi ammettere che il razzismo non è nato da un pregiudizio casuale, ma da un preciso bisogno economico: trasformare esseri umani in merce senza sentirsi assassini.

E qui entra in scena una delle pagine più sporche di tutta questa storia: la religione usata come alibi del male.

I proprietari di schiavi si proclamavano cristiani.

Pregavano.
Andavano in chiesa.
Leggevano la Bibbia.

E poi tornavano a casa a possedere corpi neri come si possiede un campo, un cavallo o una sedia.

Non bastava sfruttare. Bisognava anche giustificare. E allora presero la Bibbia e la trasformarono in uno strumento di dominio. Piegarono versetti, manipolarono parole, fabbricarono una teologia della sottomissione.

Non contenti di ridurre esseri umani in schiavitù, arrivarono persino a sostenere che fosse una sorta di bene spirituale: che la deportazione degli africani fosse “provvidenziale” perché così avrebbero conosciuto il cristianesimo.

Questa è una delle forme più oscene di violenza morale mai concepite.

Ti rubano la libertà, il nome, i figli, la lingua, il corpo, la terra, la dignità — e poi pretendono pure di averti “salvato l’anima”.

No. Questa non è fede. È sadismo travestito da religione.

Ed è bene ricordarlo anche oggi: ogni volta che il potere usa Dio per giustificare la gerarchia tra esseri umani, ogni volta che la religione viene piegata per legittimare dominio, occupazione, apartheid, colonialismo o disuguaglianza, siamo davanti allo stesso schema: prima disumanizzi, poi ti assolvi.

Per questo il voto all’ONU non è solo simbolico. È uno specchio.

E nello specchio si vede chi ha ancora paura della verità. Si vede chi non vuole che la memoria si trasformi in giustizia. Chi teme la parola "riparazione" più di quanto abbia mai temuto il crimine. Chi è disposto a commemorare il dolore solo finché quel dolore non presenta il conto.

E l’Italia? L’Italia non ha avuto neppure il coraggio di stare dalla parte giusta in modo limpido. Si è astenuta.

Come spesso fa chi vuole sembrare civile senza disturbare davvero i rapporti di potere. Ma davanti a un crimine di questa portata, astenersi è già una scelta.

E quasi mai è la scelta della coscienza.

La verità è che l’Occidente continua a voler parlare della schiavitù come di un reperto museale, mentre i suoi effetti sono ancora vivi: nel razzismo strutturale, nelle frontiere selettive, nelle vite che valgono meno, nelle geografie della fame, nelle economie del saccheggio, nella distribuzione coloniale del dolore.

La schiavitù non è finita. Ha cambiato forma. E chi oggi si rifiuta di riconoscerne fino in fondo la mostruosità storica non sta difendendo il passato.

Sta difendendo i privilegi presenti.

Per questo il punto non è soltanto ricordare. Il punto è restituire.

Restituire verità.
Restituire giustizia.
Restituire dignità.

Perché non si costruisce un mondo umano sopra una fossa comune e poi si pretende silenzio da chi ancora ne porta il sangue addosso.

La tratta degli schiavi africani non è una macchia nella civiltà occidentale. È una delle sue fondamenta.

E chi ancora oggi trema davanti a questa verità, non ha paura della storia. Ha paura della giustizia.


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