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Il diritto ad avere diritti
di
Giuseppe Franco Arguto
«𝘐𝘭 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘶𝘵𝘰 𝘤𝘦𝘭𝘦𝘣𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘪𝘥𝘦𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘦 (𝘦 𝘴𝘶𝘭 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦, 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦, 𝘱𝘦𝘴𝘢 𝘥𝘢 𝘥𝘦𝘤𝘦𝘯𝘯𝘪 𝘭'𝘪𝘥𝘦𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘦𝘳𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘢 𝘴𝘢𝘭𝘷𝘦𝘻𝘻𝘢); 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘴𝘪 𝘦𝘴𝘱𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘨𝘭𝘰𝘣𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘮𝘱𝘪𝘤𝘤𝘪𝘰𝘭𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘭𝘰𝘤𝘢𝘭𝘦; 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘳𝘪𝘷𝘰𝘭𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘷𝘢𝘴𝘪𝘷𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘦𝘤𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘻𝘢; 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘪 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘮𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘯𝘰𝘷𝘦𝘤𝘦𝘯𝘵𝘦𝘴𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘦𝘨𝘶𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘪 𝘦̀ 𝘴𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘭 𝘥𝘪𝘭𝘢𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘶𝘨𝘶𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘻𝘦; 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘪 𝘴𝘪 𝘷𝘶𝘰𝘭𝘦 𝘳𝘦𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘵𝘳𝘢𝘮𝘰𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦 𝘯𝘢𝘳𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘶𝘯𝘪𝘴𝘤𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘦 𝘭𝘶𝘰𝘨𝘩𝘪: 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘮𝘶𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘵𝘰𝘳𝘯𝘢, 𝘧𝘰𝘳𝘵𝘦, 𝘭'𝘢𝘱𝘱𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘢𝘪 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘪 𝘧𝘰𝘯𝘥𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘭𝘪, 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘪𝘯 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘦 𝘪𝘯𝘦𝘥𝘪𝘵𝘦, 𝘪𝘯𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘪 𝘴𝘰𝘨𝘨𝘦𝘵𝘵𝘪, 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘶𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘶𝘯 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘭'𝘶𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘭𝘪𝘴𝘮𝘰, 𝘧𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘭𝘪𝘯𝘨𝘶𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘦, 𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘧𝘢 𝘴𝘤𝘰𝘱𝘳𝘪𝘳𝘦 𝘢𝘱𝘱𝘶𝘯𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘭𝘢 𝘷𝘦𝘳𝘢, 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦, 𝘥𝘳𝘢𝘮𝘮𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘯𝘢𝘳𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘦. 𝘐𝘭 «𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘢𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘪» 𝘤𝘰𝘯𝘯𝘰𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘥𝘪𝘮𝘦𝘯𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘶𝘮𝘢𝘯𝘰 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘥𝘪𝘨𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘯𝘦 𝘴𝘢𝘭𝘥𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘪𝘥𝘪𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘵𝘰𝘵𝘢𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰.» (dal Prologo p.7)
In questo brano Rodotà coglie con lucidità una contraddizione che continua a segnare il nostro tempo: mentre si è proclamata per anni la “fine delle ideologie”, si è imposto come naturale e indiscutibile proprio un assetto ideologico, quello del mercato elevato a criterio unico di verità, efficienza e salvezza. Dentro questo scenario, l’eguaglianza promessa dal Novecento si è incrinata, le disuguaglianze si sono allargate, e le grandi narrazioni comuni si sono dissolte senza essere sostituite da un principio condiviso di giustizia.
È precisamente in questo vuoto che Rodotà rimette al centro i diritti fondamentali, non come ornamento giuridico, non come lessico retorico, ma come lingua universale capace di restituire dignità all’umano in un mondo frammentato, tecnicizzato e diseguale. Il “diritto di avere diritti” diventa allora qualcosa di più di una formula, è il nome stesso della soglia minima sotto la quale una persona cessa di essere riconosciuta come fine e torna a essere trattata come mezzo, scarto o funzione. Per questo Rodotà lega i diritti alla dignità, perché senza quella base, la democrazia si svuota e resta solo la procedura, magari impeccabile nella forma, ma mutilata nella sostanza.
Stefano Rodotà è stato una delle figure più autorevoli del pensiero giuridico e costituzionale italiano. Giurista di altissimo profilo, parlamentare e intellettuale pubblico, ha ricoperto anche un ruolo istituzionale di primo piano come primo Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Non si tratta di un dettaglio secondario: proprio in quella funzione Rodotà ha mostrato quanto la democrazia contemporanea non possa più essere pensata soltanto nei termini classici delle libertà formali, ma debba misurarsi con i nuovi poteri che investono la persona, il corpo, l’informazione, la tecnica e la sorveglianza.
Nel panorama della democrazia intesa in senso giurisprudenziale, Rodotà ha avuto un’importanza decisiva perché ha contribuito a spostare l’asse del discorso costituzionale: dalla semplice garanzia astratta dei diritti alla loro effettiva esigibilità nella vita concreta. In lui, il diritto non è mai ridotto a meccanismo neutro, ma resta legato alla dignità, all’eguaglianza sostanziale e alla tutela dei soggetti più esposti. È per questo che la sua lezione continua a essere preziosa, perché ci ricorda che una democrazia è autentica solo se rende realmente possibile, per tutti, il diritto di avere diritti.
 
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