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20 marzo 2026
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L'altro eroe dei due mondi
di Rinaldo Battaglia *

‘Sventurata la terra che ha bisogno di eroi’ diceva Bertolt Brecht. E nell’immaginario collettivo la figura tipica dell’eroe risulta quella di Giuseppe Garibaldi, eroe addirittura ‘dei due mondi’. Non solo per quanto fatto per la sua Italia, ma che in Sud America.

Ma forse l’esempio migliore da ricordare risulta l’eroismo di uno sconosciuto tenente di vascello della ‘Marine nationale’ di Francia e Comandante del sommergibile ‘Curie’ nel corso della Grande Guerra. Talmente sconosciuto che a nessuno di noi il suo nome non dice nulla.

Eppure, è stato eroe di ben due Paesi allora in guerra. Pensate: di entrambi i due nemici, caso più unico che raro. Di nome faceva John Joseph Gabriel O'Byrne e oggi, 20 marzo, ricorrerebbe il triste anniversario della sua morte, avvenuta a Bresson nel lontano 1917, in piena guerra. Ben 108 anni fa.

Per il suo coraggio, la sua integrità morale, la sua dignità di uomo e di soldato dalla Francia, la sua patria, venne insignito, già prima della fine della guerra, della ‘Medaglia d'oro al valor militare’ e, poco dopo, della ‘Legione d'onore’: i massimi riconoscimenti allora possibili. E fino a qui nulla di travolgente. Era facile regalare medaglie in tempo di guerra, costavano meno del ‘cordiale’ offerto obbligatoriamente prima di ogni assolto.

Ma il particolare decisivo venne dopo. Durante la Grande Guerra, Francia e Austria erano ovviamente su fronti ed alleanze opposte. Erano nemici. Malgrado ciò, già durante gli anni feroci dei combattimenti all’arma bianca e delle morti all’assalto delle linee nemiche, l’Austria di Francesco Giuseppe riconobbe John Joseph Gabriel O'Byrne quale ‘eroe’.

In più occasioni sia il comandante in Capo della flotta austro-ungarica, l’ammiraglio Anton Haus, che il comandante dei sommergibili imperiali, capitano di corvetta Franz Ritter von Thierry esaltarono le sue gesta. Era stato un esempio di come - anche da nemici - si doveva vivere e combattere per la propria patria, sempre rispettando gli avversari come ‘uomini’ e come ‘soldati’.

Non solo. Essendosi il comandante John Joseph Gabriel O'Byrne sacrificato nella battaglia di Pola nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1914, quando Pola era ancora austriaca ma – come Trento e Trieste – a presto, un obbiettivo per la nostra Italia, anche il nostro paese col Regio Decreto del 17 gennaio 1924, gli conferì la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria. E questa venne consegnata alla moglie Marguerite e ai due figli, in quell’anno, tra i massimi onori in una cerimonia tenutasi solennemente a Tolone, nella sua terra natale.

Un eroe quindi per 2 o, meglio, 3 nazioni, ma fortemente divise allora su due fronti separati ed in guerra fra di loro. Due mondi separati ed opposti. Ma chi è stato allora John Joseph Gabriel O'Byrne da meritare tutto questo?

Era – dicevamo – francese, nato nel 1878, nel castello di Saint Géry a Rabastens (Tarn) da Elizabeth du Bourg, discendente di una delle più antiche e nobili famiglie di Tolosa e da Henry O'Byrne, un benestante di origine irlandese. Scelse sin da ragazzo la vita militare ed in particolare la Scuola Navale, molto affermata e selettiva allora in Francia. Fece carriera in fretta per le sue indubbie capacità, girando dapprima il Mediterraneo sulla nave da battaglia Charles-Martel e poi nel 1901 imbarcandosi sull'incrociatore Friant appartenente alla Squadra dell'Estremo Oriente (Escadre d'Extrême-Orient) inviato in Cina durante la 'rivolta dei Boxers', quando la popolazione del nord iniziava a ribellarsi contro i coloni europei. E via di questo passo. La svolta nel 1908 a 30 anni, quando traslocò nel settore sommergibili – il massimo allora nell’innovazione tecnologica e navale - come comandante in seconda sul sottomarino Gnôme, appartenente alla 3ª Flottiglia sommergibili di stanza a Biserta (Tunisia). Tre anni dopo, nel 1911, venne promosso al comando del sommergibile Anguille, appartenente alla stazione di Tolone.

Una carriera folgorante che gli permise di arrivare, nel novembre 1912, al comando del sommergibile Curie, appartenente alla 2ª Squadriglia della 1ª Armata navale, basata a Biserta. Per prestigio e struttura tecnica il numero 1 della flottiglia francese. Inevitabilmente allo scoppiare della Grande Guerra, anche il ‘Curie’ nel luglio/agosto 1914 venne impiegato e dedicato nel Mediterraneo alle azioni contro il naviglio austro-ungarico. E fu così che solo 4 mesi dopo il comandante O'Byrne passò alla Storia.

Nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1914 fu impegnato in un’azione rischiosa per ‘ forzare’ il porto di Pola - con Trieste il principale dell’Impero di Francesco Giuseppe - attaccando le corazzate ancorate all'interno della rada e sin da subito così impoverire totalmente la forza navale del nemico.

Il combattimento fu molto feroce con gravi danni inflitti alle navi in porto, colte di sorpresa ma anche molto feroce la risposta ricevuta. Il Curie venne più volte colpito, ma non doveva cadere nelle mani austriache per non ‘rivelare’ i suoi segreti, probabilmente molto più avanzati rispetto a quelli nemici.

Il comandante O'Byrne decise così di porre in salvo tutto il suo equipaggio e poi auto-affondarsi col sommergibile, cercando - solo dopo aver raggiunto l’obbiettivo - una via di salvezza. Così avvenne, ma a costo di essere più volte e gravemente ferito. Era notte, era inverno, rimase in acqua per almeno un’ora – forse di più – congelandosi. Venne tratto in salvo dall'equipaggio della nave austriaca, da battaglia, ‘Viribus Unitis’ e fatto prigioniero.

Sin da subito gli stessi austriaci, da un lato, lo onorarono per la sua condotta e, dall’altra parte, cercarono in tutti i modi di salvargli la vita. Trasportato in un ospedale di Graz (aveva 36 anni), venne operato e curato, ma le condizioni risultarono subito critiche, in particolare causa una ferita ad un polmone, aggravata dalla lunga permanenza nell'acqua gelida.

Sei mesi dopo, nel giugno 1915 – quando la guerra si era allargata con l’entrata anche dell’Italia e già raggiunto livelli di atrocità prima impensabili - le autorità militari austriache permisero ugualmente alla moglie di venire, attraverso la neutrale Svizzera, a prendersi cura del marito, permettendole di vederlo due ore al giorno. Non solo: lo fecero ricoverare successivamente in un ospedale svizzero, sapendo bene che così avrebbe potuto facilmente anche ‘scappare’ nella sua Francia. Non gli fu posto alcun divieto e anzi facilitato il rimpatrio già nel gennaio 1917, quando oramai la Francia e l’Austria si stavano dissanguandosi da due anni e mezzo.

Le ferite non permisero al comandante John J. G. O'Byrne di sopravvivere e due mesi dopo morì, assistito amorevolmente dalla moglie Marguerite. Aveva compiuto, il mese prima, 39 anni.

Il nome di O'Byrne prese molta forza anche dopo la Guerra e anche in Austria, malgrado la sconfitta militare e lo smembramento dell’Impero. A guerra finita, il sommergibile Curie venne infatti restituito alla Francia. Era stato, anch'esso, importante anche per la storia navale imperiale: il 31 gennaio 1915 era stato ugualmente recuperato dagli austriaci e dopo opportune riparazioni e molte modifiche – pur con un ruolo alquanto marginale e poco significativo – usato all’interno della loro flotta, con il nome di U-14.

In Francia invece, la ‘Marine nationale’, già prima della vittoria del novembre 1918, aveva onorato non solo John O'Byrne, ma anche il suo braccio destro nel Curie, il comandante in seconda Pierre Chailley, dando il loro nome a due sommergibili costruiti in quell’anno.

Nel 1924 poi il turno dell’Italia, con la menzionata Medaglia d’oro con queste motivazioni: «Comandante del sommergibile francese CURIE, tentava, con atto di incredibile audacia, l'attacco alle maggiori navi austriache chiuse nella munita Piazza Marittima di Pola. Iniziata l'ardua impresa, aveva già oltrepassato la prima linea di ostruzioni, ma fu arrestato dalla seconda, nella quale il battello rimase impigliato coi timoni e le eliche. Per cinque ore il comandante si prodigò in duro ed angoscioso lavoro per liberare la propria nave dalla stretta mortale, finché, esaurita l'energia elettrica, ordinò il ritorno a galla ad evitare l'inutile sacrificio della vita dei suoi uomini.

Fatto segno al fuoco della fucileria e delle artiglierie, O'Byrne di null'altro si curò se non di far salvo l'equipaggio, abbandonandone per ultimo il sommergibile e provocandone poi l'affondamento. 19 - 20 dicembre 1914».

‘Sventurata la terra che ha bisogno di eroi’ diceva Bertolt Brecht, ma quello era ancora un tempo in cui prima di esser ‘soldati’, si era ‘uomini’.

Esistevano leggi di onore, esistevano regole di rispetto che andavano oltre la divisa e la bandiera. La Prima Guerra Mondiale ha stravolto il mondo, uccidendo o eliminando 37 milioni di vite (si dice che i morti furono 16/17 milioni e oltre 20 tra grandi feriti, mutilati o dispersi) ma peggio ancora verrà dopo, con la Seconda Guerra Mondiale, quando si cancelleranno certi codici di condotta e di umanità, prima – anche in guerra – presenti.

Arriverà infatti la stagione dei grandi dittatori – tutti nati in quel macello – senza regole e onore, in cui il soldato nemico non valeva nulla, andava odiato a prescindere solo per il fatto che era nemico cioè inferiore. Arriveranno altre guerre con invasioni non dichiarate, crimini sui civili usati ai fini militari proprio perchè civili e non militari. Scomparirà anche questa differenza sottile, tra chi porta una divisa e chi invece resta all’interno della propria abitazione, magari ad accudire i figli.

Manzoni - che aveva esaltato talvolta le doti militari di Napoleone - scriveva che ‘quel che vien dopo non sempre è progresso’. E anche oggi, guardandoci attorno ce ne rendiamo conto.

‘Sventurata la terra che ha bisogno di eroi’ per salvare dalla guerra le loro nazioni; sventurata l’epoca in cui si fa una guerra per ‘redimere’ le questioni di terra, non vedendone altre soluzioni.

Quel che vien dopo non sempre è progresso.

20 marzo 2026 - 109 anni dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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