 |
NO, una scelta non ideologica
di
Roberto Rizzardi
Quando manifesto il mio sostegno al NO immancabilmente spunta fuori qualche maestrino che mi invita a "spiegare" le ragioni della mia scelta, confidando che il mio NO sia aprioristico e per partito preso antigovernativo, e che dunque non sappia come argomentare la mia presa di posizione.
Ebbene premesso che ogni azione, in linea generale, può avere finalità esplicite ed altre non dichiarate, ma non per questo meno effettive, io non sono contrario a questa riforma in quanto proposta ed elaborata da questo governo, ma lo sono proprio nel merito, anche se alla fine ritengo che un governo portatore della visione tipica di una destra tendenzialmente autoritaria non possa fare altro che produrre pessime architetture normative come quella su cui andremo ad esprimere un voto.
Partiamo dall'intento di separare le carriere, un obiettivo velleitario e specioso che non trova motivazioni nella pratica giudiziaria, un evento già statisticamente contenuto e reso virtualmente effettivo dalla riforma Cartabia.
Oltre al fatto che non sono documentati "cascami" abitudinari dei pochi PM passati alla funzione giudicante, la separazione apre alla possibilità di trattare il ramo inquirente in modo distinto, e date le note suggestioni (ampiamente discrezionali) giustizialiste e le ansie di controllo della parte politica che ha promosso la riforma, non ritengo assurdo che si tenti in seguito di staccare la Procura dal corpo della Magistratura per farla divenire una funzione sottoposta al controllo politico, oppure farla diventare, come negli USA, una funzione agita da figure elettive che devono la loro permanenza nell'incarico alla consonanza con un elettorato forcaiolo o con un esecutivo autoritario, piuttosto che alla legge.
Lasciando poi perdere tutte le altre presunte "convenienze" di questa riforma, rimane il fatto che la cifra principale del provvedimento consiste in una frammentazione delle istanze organizzative, gestionali e disciplinari di un potere definito costituzionalmente autonomo e indipendente, e quando si divide poi diviene meno arduo controllare, come è ampiamente dimostrato.
Due distinti CSM e un'Alta Corte Disciplinare (unica? Come mai non separata pure essa?) comportano una perdita di coerenza operativa che diviene un vero e proprio bacio della morte per "autonomia e indipendenza", e la suprema furbata (ma mi verrebbe da dire maligno sabotaggio) discende dalle modalità di individuazione dei componenti di quei tre organi direttivi, con la componente togata pescata a caso tra i magistrati, le cui sensibilità politiche non vengono minimamente contenute dalla riforma, e quella laica sorteggiata da un elenco redatto da un Parlamento che, intuitivamente, esprimerà una spiccata consonanza con la maggioranza del momento.
Anche la costituzione dell'Alta Corte Disciplinare puzza come il pesce della settimana scorsa, dato che l'obiettivo di "rendere il giudizio disciplinare più terzo e indipendente dalle dinamiche interne alla magistratura" è ridicolo, se l'organo è formato da magistrati, meno se, in seguito, la sua composizione verrà variata con sapienza, per così dire, ponendo le basi del definitivo asservimento di un potere (non più) autonomo a quello esecutivo e la cosa, qualunque sia il colore di quell'esecutivo, è pericolosissima.
Mi si dirà che sto facendo un processo alle intenzioni. E' così in effetti, ed é giusto farlo a mio avviso, perché la parte politica che ci governa, storicamente brilla per la sua perfidia e perché mettere le mani nella nostra legge fondamentale necessita dei giusti tempi e dell'assenza di ogni furbizia e superficialità, cose che invece trasudano copiosamente da questa cosiddetta riforma.
Volete qualche supporto a questa ultima considerazione?
Eccovi serviti! A ulteriore dimostrazione dei reali intenti della compagine governativa, laddove non bastassero le numerose ed improvvide "voci dal sen fuggite" fornite con la tipica e ridicola dabbenaggine di ministri, sottosegretari e parlamentari assortiti, ecco cosa proponeva nel 2020 la deputata Bartolozzi, quella che definisce i giudici "plotoni d'esecuzione".
 
Dossier
Guantanamo e Abu Ghraib
|
|