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Governo Meloni razzista sia con i migranti che con gli emigrati italiani
di
Alessandro Negrini *
C’è qualcosa che, da emigrante, fa davvero ribollire il sangue.
Non è solo il dolore sottile, quotidiano, di sapere che il Paese in cui sei nato è governato da un manipolo di politici che la Costituzione - quella che oggi vogliono cambiare - l’hanno sempre odiata. Perché quella Costituzione è nata proprio per impedire all’Italia di tornare a somigliare ai loro progenitori politici.
Questo, già di per sé, è un pugno nello stomaco ogni mattina.
Ma c’è qualcosa di ancora più intollerabile: scoprire che le nostre vite, le nostre partenze, le nostre biografie di emigrati diventano improvvisamente materia da propaganda, slogan beceri da talk show, carne viva da usare per vendere una riforma che tanto anelava il piduista Licio Gelli.
Ed è qui che entra in scena Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio: cioè la più stretta collaboratrice politica del ministro. Non una commentatrice televisiva. Non un’opinionista. Ma una delle persone che questa riforma costituzionale sulla magistratura l’ha materialmente scritta insieme al ministro Nordio.
In televisione ha spiegato, con grande enfasi ed urlando, che se vincerà il Sì torneranno in Italia - i cervelli emigrati all’estero.
Nello stesso intervento Bartolozzi è andata oltre, rivelando la sera ciò che negano la mattina: Ha anche gridato che bisogna votare Sì “per togliere di mezzo la magistratura”, descritta come un “plotone di esecuzione”.
Giusi Bartolozzi, indagata per falsa testimonianza nell’affare Almasri, ha anche detto che, se vincessero i No, fuggirebbe dall’Italia: rischiando l’arresto per pericolo di fuga. In pratica, l’unico rischio per noi all’estero sarebbe ritrovarci Bartolozzi… da latitante.
Se è difficile scegliere quale di queste frasi sia la più inaudita, e tuttavia tutte rivelanti, è la prima affermazione che - da cittadino che è emigrato, mi colpisce. Perché questo governo nero ti ricorda che le strade che hai scelto, le distanze che hai attraversato, le radici che hai lasciato spezzate, sono diventate merce di propaganda. Ti osserva da lontano, e ti dice: “Torni solo se serve al mio comizio”.
Bisogna dirlo con chiarezza: questo governo non è razzista solo con i migranti - lasciati morire nel Mediterraneo o deportati come bestiame nei lager costruiti in Albania. È razzista anche con un’altra categoria di italiani: noi.
Noi, italiani residenti all’estero.
Perché il razzismo non è solo quello che alza muri contro chi arriva. È anche quello che trasforma in volantino da propaganda la vita di chi è stato costretto ad andarsene.
A questo razzismo utilitaristico si aggiunge un’altra beffa: gli italiani residenti in Italia ma fuori sede non avranno nemmeno diritto di voto, esclusi dal dibattito sulle regole che li riguardano.
Non mi sono mai considerato un “cervello in fuga”. Mi sono semplicemente trovato a vivere gran parte della mia vita fuori dall’Italia. Nel mio caso provai a entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Non fu possibile. Avevo 25 anni, un anno oltre il limite previsto.
In Italia si può essere troppo vecchi perfino per cominciare.
Così la mia vita è accaduta altrove, tra città e paesi diversi, seguendo la scia dei miei mille viaggi; e la mia carriera di cineasta è sbocciata infine oltre i confini del Paese in cui sono nato, in Irlanda.
Ma ben oltre a me e alla mia storia, vi sono ragioni precise per cui centinaia di migliaia di italiani sono partiti. La mancanza di lavoro. I tagli sistematici alle università. Un sistema di istruzione reso progressivamente tra i più classisti d’Europa. Un mondo delle professioni precarizzato fino all’umiliazione.
Così, a un certo punto, milioni di famiglie italiane hanno iniziato a farsi la stessa domanda: ma allora cosa hanno studiato a fare i nostri figli?
Forse è anche per questo che oggi mi sento, nel senso più letterale, apolide.
Non nel senso burocratico. Nel senso umano.
La mia patria è l’essere umano.
Per questo è insopportabile vedere milioni di storie complesse - partenze, radici strappate, vite ricostruite altrove - ridotte a uno slogan elettorale.
Quando una dirigente del Ministero della Giustizia spiega con serafica sicurezza che, se vincerà il Sì al referendum, torneranno in Italia i cervelli emigrati all’estero, la violenza simbolica è evidente.
Come se le nostre biografie fossero volantini da distribuire ai comizi.
E allora bisogna dirlo con chiarezza.
Non osate usare le nostre vite.
Non osate usare le nostre biografie - fatte di distanze, di scelte dure, di identità ricostruite altrove - come argomento di propaganda per vendere questa riforma.
Perché la domanda che nasce spontanea è un’altra.
Perché dovremmo tornare? Perché dovremmo tornare a essere pienamente cittadini residenti di un Paese il cui governo non ha nemmeno pudore a mentire sulle ragioni per le quali tanti italiani sono emigrati, e al contempo pezzi di manifesti propagandistici da usare in televisione?
Che si torni o non si torni è una decisione personale, quasi intima.
Ma una cosa è certa.
Il governo di fatto su tanti aspetti agisce in maniera antitetica alla Costituzione come nessuno mai prima nella storia della Repubblica.
Anche per questo voteremo No.
Perché la Costituzione è il loro bersaglio. Lo dicono loro stessi.
E voteremo No, perché quando un Paese smette di riconoscerci come suoi cittadini, questa Costituzione è l’ultima casa che ci resta.
* Componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio
 
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