Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
09 marzo 2026
tutti gli speciali

Cuba promemoria vivente di quel che Washington non perdona
di Giuseppe Franco Arguto

𝘓𝘢 𝘊𝘢𝘴𝘢 𝘉𝘪𝘢𝘯𝘤𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘮𝘢𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘦𝘵𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘭’𝘪𝘯𝘴𝘰𝘱𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦, 𝘱𝘶𝘳 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘪𝘵𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘨𝘯𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘵𝘦𝘤𝘩𝘦𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘧𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘱𝘰𝘵𝘦𝘯𝘵𝘦.

Cuba, per gli Stati Uniti, non è mai stata soltanto un’isola da contenere, ma è stata, fin dall’inizio, una colpa simbolica: la colpa di essersi sottratta al giogo imperialista, di avere detto che il cortile di casa dell’impero non era più disponibile a farsi piantagione geopolitica, casinò tropicale, dependance disciplinata del capitale nordamericano. Il primo vero “sintomo di guerra” non fu solo militare, ma fu psicologico, culturale, strategico, il rifiuto di tollerare una sovranità che smetteva di obbedire.

Da allora, ogni gesto di autonomia cubana è stato trattato dalla Casa Bianca non come una divergenza politica, ma come un’eresia da punire; l’embargo, infatti, non è una semplice misura diplomatica, piuttosto è una pedagogia del castigo, un messaggio indirizzato a Cuba e, insieme, a tutti gli altri. Insomma, sta a significare che chi rompe la liturgia del mercato, chi sottrae un pezzo di mondo alla teologia liberal-capitalista, deve essere strangolato abbastanza a lungo da diventare un monito.

Il fatto che l’architettura sanzionatoria statunitense poggi ancora oggi su un impianto normativo vastissimo, dal Trading With the Enemy Act alla Helms-Burton (Nota), fino alle regole OFAC tuttora operative, mostra che non siamo davanti a un residuo del passato, ma a una tecnologia viva di coercizione.

Non difendo Cuba per partito preso, né santifico la sua storia, né fingo che non vi siano contraddizioni interne; il punto è capire perché l’impero liberal-capitalista reagisca con tanta ostinazione proprio contro chi, pur piccolo, osa sottrarsi alla sua grammatica. Perché l’imperialismo americano non sopporta soltanto i nemici armati, sopporta ancora meno gli esempi disobbedienti: ciò che va neutralizzato non è solo un governo, ma la possibilità che un popolo, dentro condizioni estreme, continui a esistere fuori dall’ordine desiderato da Washington.

Quando Trump, nel 2025, ha ripristinato Cuba nella lista degli “Stati sponsor del terrorismo”, ha irrigidito le restrizioni sulle rimesse, ha riattivato la “Cuba Restricted List” e ha ribadito il sostegno all’embargo contro perfino le richieste internazionali di cessazione, quindi non ha fatto altro che dichiarare apertamente questa logica: la fame come politica estera, la scarsità come dispositivo di pressione, l’asfissia economica come surrogato della guerra aperta.

A noi l'esempio di Cuba serve per comprendere appieno che l’imperialismo statunitense non difende la “libertà”, ma difende la libertà del capitale di essere universale, la libertà del dollaro di fare da clero monetario, la libertà del mercato di presentarsi come natura. Quando un paese resiste, viene narrato come fallimento; se fatica a respirare sotto embargo, la colpa viene fatta ricadere interamente su di lui; se non crolla, allora lo si accusa di ostinazione ideologica. È il vecchio trucco del carnefice che si proclama medico: ti stringo il collo e poi dichiaro che il tuo problema è respirare male.

Non a caso, nel 2025 una relatrice speciale delle Nazioni Unite, Alena Douhan, ha affermato che le sanzioni statunitensi aggravano in modo sostanziale la situazione umanitaria cubana, incidendo su cibo, sanità, istruzione e accesso alla valuta forte, e non si conformano a un ampio numero di norme internazionali. Nello stesso anno, l’Assemblea generale dell’ONU ha di nuovo chiesto la fine dell’embargo, con 165 voti a favore, 7 contrari e 12 astensioni: non un dettaglio, ma la misura di un isolamento politico di Washington su questo punto.

A colpire, però, è un altro fatto, più profondo e quasi scandaloso per l’immaginario occidentale: Cuba, mentre viene soffocata, continua a praticare solidarietà. Non la solidarietà da palco, da vertice, da fondazione filantropica che si fotografa mentre dona; ma una solidarietà concreta, organizzata, costosa, fatta di medici, di brigate, di presenza nei luoghi dove il dolore è meno redditizio e dunque meno visibile.

La Brigata Internazionale Henry Reeve, riconosciuta dalla PAHO/OMS con il premio Dr Lee Jong-wook per la salute pubblica, è uno dei simboli più netti di questa etica materiale; durante l’emergenza Ebola, l’OMS accolse pubblicamente l’impegno cubano, e fonti PAHO ricordano l’invio di centinaia di medici in Africa occidentale su richiesta delle Nazioni Unite e dell’OMS.

Mentre la macchina sanzionatoria statunitense continua a colpire anche i programmi di cooperazione medica cubani, accusandoli di essere strumento di sfruttamento, resta il dato politico che brucia: un paese sottoposto a pressione permanente continua a esportare cura invece che dominio. Non dimentichiamo la presenza di medici cubani in Italia durante l'esperienza del Covid.

Per questo i cubani, al di là di ogni giudizio che ognuno può dare sul loro sistema politico, appaiono tosti e fieri. Non perché siano immuni dal dolore, ma perché non hanno trasformato l’assedio in resa morale. Le sanzioni hanno aggravato la crisi energetica, ostacolato i flussi di carburante, complicato le rimesse e contribuito a una situazione sociale durissima, che oggi si vede nei blackout, nelle carenze, nell’emigrazione record; eppure proprio dentro questa strettoia continua a emergere una forma di tenacia collettiva che l’Occidente fatica a lèggere, perché non entra nel suo dizionario morale.

Un popolo può essere stremato senza essere domato; può essere povero senza essere servile; può essere criticabile senza meritare il cappio. Persino Reuters, raccontando i blackout recenti, lega il peggioramento della crisi energetica alle strette statunitensi sulle forniture di petrolio e alle pressioni esercitate su altri paesi perché interrompano i rifornimenti.

Cuba, oggi, non andrebbe letta come reliquia ideologica, né come santino rivoluzionario, ma come una domanda ancora aperta: che cosa fa l’impero quando qualcuno non si allinea al suo edonismo liberal-capitalista, a quella religione del consumo che chiama “democrazia” ciò che in realtà è compatibilità con il mercato?

La risposta è davanti a noi da decenni: strangola, isola, moralizza, accusa, sanziona, e intanto pretende di apparire come il garante del bene. Ma Cuba, nel bene e nel male, continua a mandare al mondo un’altra risposta: si può restare in piedi anche sotto assedio; si può condividere perfino quando si ha poco; si può essere bersaglio e non diventare eco del bersaglio.

È sicuramente questo che Washington non ha mai sopportato davvero, non l’isola in sé, ma l’insopportabile esistenza di un popolo che, pur colpito, non si consegna alla catechesi del più forte e prepotente. gfa 𝘕𝘖𝘛𝘈: 𝘱𝘦𝘳 𝘛𝘳𝘢𝘥𝘪𝘯𝘨 𝘞𝘪𝘵𝘩 𝘵𝘩𝘦 𝘌𝘯𝘦𝘮𝘺 𝘈𝘤𝘵 𝘴𝘪 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘯𝘥𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘶𝘯𝘪𝘵𝘦𝘯𝘴𝘦, 𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘪𝘤𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘯𝘪𝘵𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘣𝘢𝘴𝘪 𝘨𝘪𝘶𝘳𝘪𝘥𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘳𝘤𝘪, 𝘣𝘦𝘯𝘪 𝘦 𝘵𝘳𝘢𝘯𝘴𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘊𝘶𝘣𝘢. 𝘓𝘢 𝘏𝘦𝘭𝘮𝘴-𝘉𝘶𝘳𝘵𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘥𝘦𝘭 1996 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘪𝘳𝘳𝘪𝘨𝘪𝘥𝘪𝘵𝘰 𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘰𝘭𝘪𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘭’𝘦𝘮𝘣𝘢𝘳𝘨𝘰, 𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘯𝘥𝘰𝘭𝘰 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘭𝘦 𝘥𝘢 𝘳𝘦𝘷𝘰𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘦 𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘵𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘯𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘦𝘧𝘧𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘰𝘭𝘵𝘳𝘦 𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘜𝘯𝘪𝘵𝘪. 𝘐𝘯 𝘣𝘳𝘦𝘷𝘦: 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘦̀ 𝘶𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘱𝘪𝘭𝘢𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘭𝘦𝘨𝘢𝘭𝘪 𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘢𝘳𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘢𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪; 𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘤𝘰𝘯𝘥𝘢 𝘯𝘦 𝘦̀ 𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘳𝘢𝘻𝘻𝘢 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘦 𝘭𝘦𝘨𝘪𝘴𝘭𝘢𝘵𝘪𝘷𝘢. Fonti principali consultate: Reuters; U.S. Department of the Treasury-OFAC; PAHO/OMS; OMS; Assemblea generale ONU.


per approfondire...

Dossier diritti

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale