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Di padre in figlio
di
Rinaldo Battaglia *
“L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla”.
Credo che le parole di Papa Francesco siano più che mai eloquenti sul valore nell’educare, i figli nella vita, con l’esempio. E probabilmente se ai tempi di oggi si stanno perdendo i ‘veri valori’ molti molto è dipeso e tuttora dipende dall’educazione e dalla formazione che ognuno di noi ha ricevuto. Soprattutto all’interno della famiglia.
Per il 5 marzo il mio calendario storico mi ricorda un padre che divenne maestro con l’esempio per i figli. Insegnando loro il senso delle parole dignità, rispetto dell’altro, umanità. Anche a costo di perdere la vita stessa in un lager nazista e purtroppo essere anche in questo clonato da un figlio. Ed erano gli anni criminali del fascismo, gli anni dell’Uomo della Provvidenza, delle sue leggi sulla razza, dell’odio verso i diversi e non allineati al pensiero unico del regime. Gli anni criminali del Duce e del suo ‘dio, patria & famiglia’. Anni che oggi più di qualcuno sta cercando colpevolmente di ridimensionare, pulire, purificare nascondendo la profondità di quel male.
Si deve sapere che, a Milano, il 5 marzo 1981 – 45 anni fa - presenti le altre due figlie superstiti Graziella e Lucrezia, il Console Generale d’Israele ufficialmente onorò post portem quale ‘Giusti tra le nazioni’ un uomo della mia terra, veneta in primis (era nato a Pontecchio Polesine, nel rovigotto il 29 dicembre 1887) ma per ‘meriti’ poi successivi ‘operativo - diciamo così – nella Valle dell’Agno, dove da anni risiedo.
Quel grande uomo si chiamava Torquato Fraccon e meriterebbe maggiori pubblicità e maggiori meriti nella memoria collettiva.
Fu un grande uomo, coerente con le proprie idee e molto impegnato per salvaguardare le idee degli altri. Sin da ragazzo scelse la sua strada nel mondo cattolico con partecipazione attiva nella politica locale. Si racconta che già nel 1904, a 17 anni, avesse partecipato ai primi convegni della Democrazia cristiana, apripista allora del futuro Partito popolare italiano di don Sturzo. E fu lì che appena ritornato dalla Grande Guerra si iscrisse, diventandone un riferimento in zona.
Poco dopo entrò a lavorare in banca nel Credito Polesano a Rovigo, ma con l’arrivo del fascismo e del Duce, quell’Istituto – forse ritenuto a Roma troppo vicino al paese di Giacomo Matteotti - nel 1925 fu chiuso. Ma Torquato Fraccon venne subito riassunto, per ordine diretto dell’amministratore Secondo Piovesan che già lo apprezzava, alla Banca Cattolica del Veneto di Vicenza.
Era già diventato un uomo importante, stimato da molti per la professionalità e la correttezza ma anche temuto, per la sua coerenza e rettitudine intellettuale, dai nuovi gerarchi fascisti. In pochi anni venne così più volte minacciato e aggredito dalle camicie nere che spadroneggiavano, nel Veneto come in Italia. A Vicenza in breve entrò in contatto con gli intellettuali antifascisti (come Neri Pozza, Antonio Barolini e Antonio Giuriolo) che saranno determinanti, poi, nella Resistenza dopo l’8 settembre 1943.
E fu proprio dopo l’8 settembre che Torquato Fraccon divenne nel vicentino un riferimento per molti. Sia nell’opposizione politica (a Vicenza sarà uno dei leader del Comitato di liberazione nazionale provinciale in nome della parte cattolica, che poi troverà sfogo nella DC) che soprattutto nella salvezza e protezione di partigiani ricercati, prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia o di concentramento, perseguitati politici ed in particolare di ebrei. Aiutato continuamente dai partigiani di Valdagno e in primis dal loro comandante Gino Soldà, con cui strinse una forte e sincera amicizia. Era suo compito il trovare nascondigli, procurare falsi documenti d’identità e accompagnarli fino in Svizzera.
Soprattutto si impegnò per salvare gli ebrei ricercati dai delatori e dai fascisti del prefetto Menna di Padova o a Vicenza da Neos Dinale o dal seniore Silvio Toniolo.
Anni dopo dirà la figlia Graziella (da ‘Torquato Fraccon e il figlio Franco’, in AA.VV., La Resistenza vicentina e padovana, Edizioni Cinque Lune, Roma 1968, pp. 174-175):
”Quando Mussolini, (…), inizia la persecuzione contro gli ebrei, si prodiga ad assisterli in tutti modi. Si propone di farli espatriare o di fornire loro carta d’identità e tessere annonarie. Il professore Reikenbach, ebreo e già insegnante al liceo di Rovigo, è ricercato dai tedeschi; con la moglie e quattro bambine raggiunge papà, che subito trova loro un rifugio. Nei giorni successivi papà provvede al loro espatrio clandestino, organizzando in quell’occasione il primo anello di un servizio, che divenne poi continuativo.
Mio padre si è subito schierato in difesa degli ebrei: da Rovigo venne il prof. Reichenbach e si è presentato in banca con la moglie e le figlie per chiedere aiuto. (…) Reichenbach (…), professore al Liceo di Rovigo, era molto amico di papà. A Rovigo c’era un gruppo di professionisti antifascisti, a cui mio padre era legato: erano chiamati gli ‘scariolanti’ ed erano guidati dal poeta Diego Valeri: avevano l’abitudine di passare la sera assieme e di parlare liberamente di politica. Grazie all’aiuto di papà il prof. Giulio Reichenbach poté fuggire in Svizzera con la famiglia e salvarsi. Egli poi, divenuto insegnante universitario a Padova e rabbino, fece conoscere l’opera di mio padre all’istituto Yad Vashem di Gerusalemme, che volle premiare in mio padre tutti i Vicentini, come Rina Miotti Maistri, Aldina Quattrin Rossi, Michelangelo Dal’Armellina, Gino Massignan, Gino Soldà, Angelina Peronato, Michele Peroni e tanti altri che in quei momenti barbari lavorarono per salvare gli ebrei. I vicentini non hanno sulla coscienza “l’olocausto”.
In un’intervista del grande storico Benito Gramola (in ‘Cattolici nella Resistenza. Fraccon e Farina’, La Serenissima, Vicenza 2005, pp. 94-99), 60 anni dopo, Graziella Fraccon ricorderà anche la testimonianza di Gino Massignan, altro importante partigiano vicentino e uno dei pochi sopravvissuto a Mauthausen:
“Entrai in relazione con Torquato Fraccon nel novembre 1943 per la sistemazione di alcuni ebrei. Egli se ne interessò immediatamente ed organizzò il loro espatrio in Svizzera. La sera stabilita ci trovammo alla stazione di Vicenza dove impartì ai partenti le ultime istruzioni salutandoli affettuosamente. Ebbi subito l’impressione di un uomo che agiva con uno spirito di carità quale non avevo conosciuto prima di Lui in altri.”
In quell’occasione, Fraccon aveva inizialmente affidato una ventina di ebrei bulgari ad una ‘guida’ che si era impegnata contro denaro (molto denaro) a portarli in Svizzera. Non fidandosi appieno, però, ricorse ancora una volta all’amico Gino Soldà e il ‘salvataggio’
riuscì perfettamente.
Ma poteva durare?
Il 7 gennaio 1944 Torquato venne arrestato dai fascisti della RSI, interrogato nella caserma Capparozzo e poi trasferito al carcere dei Paolotti di Padova e a seguire in quello di Santa Maria Maggiore di Venezia. Venne stranamente rilasciato (contro promessa di abbandonare l’attività politica e non solo quella) nel marzo ’44. Pochi giorni dopo era già in contatto col Comitato di liberazione nazionale regionale e soprattutto ancora col ‘suo’ battaglione autonomo Valdagno di Gino Soldà. Non solo: a giugno fu tra i fondatori, del foglio clandestino della Democrazia cristiana «Il Momento» e vero fulcro del movimento cattolico, tra l’ammirazione di molti.
Anni dopo il suo ‘collaboratore’ Michele Peroni così lo descriverà: «Mi stupii come una persona dall’aspetto così pacato, vorrei dire austero, potesse essere venuto lassù tra i monti in mezzo a noi partigiani, che della vita normale sembrava avessimo perduto la fisionomia. Mi fu detto il suo nome e mi ricordai allora di tanti particolari che mi erano stati confidati e che lo indicavano come un eroe da leggenda, un carbonaro che cospirava attivamente per tutti noi, per l’Italia».
Era spesso presente ad incontri di formazione o di organizzazione per meglio gestire la strategia e l’azione antifascista in clandestinità. Inevitabilmente i fascisti gli giurarono la morte: all’alba del 26 ottobre 1944 la sua casa fu circondata e con la moglie Isabella Ghirardato e i 3 figli (Graziella, Franco, Letizia) tutti arrestati immediatamente e incarcerati. Le tre donne al San Biagio a Vicenza, il figlio Franco (20 anni, compiuti due giorni prima, il 24 ottobre) alla caserma Sasso e Torquato Fraccon nella caserma San Michele e poi interrogato, con violenza e torture, nella sede dell’Ufficio politico investigativo.
Non riuscirono ad ottenere nessuna informazione né dal padre né dal figlio: vennero entrambi spediti nel campo di concentramento di Gries (Bolzano) e da lì nel lager di Mauthausen, il ‘cimitero degli italiani’. Franco (matricola 115.500 ) – strano destino - morirà il giorno antecedente la liberazione del lager il 4 maggio 1945, il padre 4 giorni dopo. Morirono in ogni caso ugualmente da uomini ‘liberi’ e ‘vincitori’ del criminale fascismo del Duce.
Nel 1955, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha conferito a Torquato e Franco Fraccon, padre e figlio, una medaglia d’oro alla memoria per quanto realizzato durante la Shoah di casa nostra.
Franco, il figlio, già nel 1943 a 19 anni era riferimento nella Gioventù italiana di Azione cattolica di Vicenza e stretto collaborazione di don Vincenzo Borsato, il delegato diocesano studenti. Poi iscrittosi alla Facoltà di Medicina a Padova, proseguì coerentemente la militanza nell’Azione cattolica attraverso la Fuci. Dopo l’armistizio anziché aderire alla chiamata di leva di Graziani per la classe 1924, il 9 novembre 1943 raggiunse in montagna, a Valli di Pasubio, don Mario Bolfe, professore di religione al liceo frequentato e vicino alla Fuci femminile.
Qui col padre e col cappellano don Michele Carlotto si attivarono a ‘salvare’ chi aveva bisogno, ebrei e non ebrei che fossero. Molti documenti contraffatti erano frutto delle sue mani e della sua grande passione per la fotografia. In breve anche la sorella Graziella, di poco più grande di Franco, degna altra figlia di Torquato Fraccon, lo raggiunse in montagna, tra i partigiani.
A Franco, l’11 giugno 1947, due anni dopo la sua morte a Mauthausen, l’Università di Padova ritenne di conferirgli la laurea honoris causa in Medicina, per quando da ‘medico di uomini’ seppe ‘curare’ in quella sua breve esistenza, in cui bene mise in pratica i valori ricevuti dal padre Torquato.
Il padre, invece , il 31 maggio del 1978, 23 anni dopo la sua morte, fu riconosciuto dallo Yad Vashem come ‘Giusto tra le Nazioni’, la massima riconoscenza possibile per un ‘non ebreo’. La massima riconoscenza come uomo, padre ed educatore. Educatore di certo ‘positivo’.
“L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla”.
Teniamolo bene a mente.
5 marzo 2026 – 45 anni dopo - liberamente tratto da l mio 'L'ultimo viaggi da Vò ad Auschwitz'- Ed. Ali Ribelli - 2024
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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