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03 marzo 2026
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Mafia: vita e morte da boss
di Santina Sconza *

È morto Nitto Santapaola il capomafia catanese.

È morto a 87 anni nel carcere di Milano, condannato al 41 bis. E' stata disposta l'autopsia.

Nato a Catania al tondicello della plaia, frequentò l'oratorio dei salesiani del quartiere San Cristoforo. Era definito un ragazzo intelligente, un ragazzo che poteva diventare papa se non avesse scelto la strada del crimine.

Capomafia indiscusso di Cosa Nostra catanese, la sua figura è stata al centro di indagini per omicidi eccellenti, stragi di Stato e una lunga serie di processi che ne hanno decretato le plurime condanne all'ergastolo.

Un modo di agire diverso da quello di Totò Reina, un mafioso che frequentava i cavalieri del lavoro e i rappresentanti delle istituzioni come questore e prefetto.

Il suo percorso giudiziario è stato tuttavia lungo e travagliato, segnato da iniziali assoluzioni, coperture istituzionali e misteri. Scelse la vita di criminale pur venendo da una famiglia povera ma onesta, la sua ascesa fatta di armi e di sangue lo portò ad essere onorato e rispettato non solo dai suoi affiliati ma anche dai catanesi, soprattutto dalla borghesia massonica e dalle istituzioni.

Ascesa crollata poi anche grazie ai collaboratori di giustizia, i suoi crimini li ha pagati con il 41 bis, isolato dal mondo, da tutto, dal 1993 ad oggi ha vissuto la sua vita in carcere.

In solitudine ha dovuto piangere la moglie Carmela Minniti uccisa il 1º settembre 1995 a Catania da Giuseppe Ferone, un collaboratore di giustizia. L'assassino, ex affiliato, compì l'omicidio approfittando di un permesso premio durante la sua semilibertà, mirando a colpire direttamente la famiglia del boss.

A Catania si affermò che l'uccisione della moglie fu un messaggio a Nitto Santapaola che voleva pentirsi, si diceva che Carmela si fosse confidata con l'arcivescovo Luigi Bommarito che fece trapelare la notizia.

Nitto Santapaola una carriera da capomafia indiscusso a Catania, una carriera fatta a colpi di pistola, a spargimento di sangue, diventato potente stringe legami con i cavalieri di lavoro Rendo, Costanzo, Graci, foto lo ritraggono con il prefetto e il questore negli anni ottanta, dalla povertà ai potenti, fino al 41 bis, il carcere duro l'isolamento totale sia dal carcere che dal mondo esterno.

Nitto Santapaola ha compiuto molti omicidi, alcuni eclatanti come la "strage della circonvallazione" di Palermo del 16 giugno 1982, obiettivo dell'attentato era il boss catanese Alfio Ferlito, che veniva trasferito da Enna al carcere di Trapani e che morì nell'agguato insieme ai tre carabinieri della scorta Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti.

Questa strage costò a Santapaola la condanna in contumacia all'ergastolo come mandante, emessa durante il celebre Maxiprocesso di Palermo nel 1987.

Da un mitomane gli fu affibbiato il delitto del generale Dalla Chiesa, della moglie Setti Carraro, e dell'agente di scorta Domenico Russo ma Giovanni Falcone smontò la tesi, riuscì a dimostrare un suo interesse indiretto nell'attentato, legato agli stretti rapporti d'affari tra la mafia e potenti imprenditori etnei.

Condannato in primo grado all'ergastolo come mandante insieme alla "Cupola", Santapaola venne successivamente assolto in tutti gli altri gradi di giudizio "per non aver commesso il fatto".

L'omicidio più eclatante fu quello del giornalista Pippo Fava ucciso a Catania il 5 gennaio 1984.

Il giornalista nel suo giornale I Siciliani aveva osato denunciare apertamente i legami tra la mafia e i cosiddetti "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" (Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci).

Prove della collusione fotografie che ritraevano il boss catanese in compagnia di prefetti, questori e politici locali.

Solo diciannove anni dopo, a conclusione del processo "Orsa Maggiore 3", Santapaola fu condannato in via definitiva all'ergastolo come mandante.

Nitto Santapaola fu condannato all'ergastolo anche per la stragi di Capaci e via D'Amelio, come membro della Cupola regionale di Cosa Nostra diede l'autorizzazione a Totò Reina di compiere le stragi.

Fu condannato anche per l'omicidio dell'ispettore capo Giovanni Lizzio, il primo poliziotto ucciso a Catania, assassinato a il 27 luglio 1992 per fare un piacere a Totò Reina.

Il Capomafia di Catania viene arrestato nel 1993 grazie alla rivelazione dei pentiti: Antonino Calderone svelò a Falcone le dinamiche mafiose catanesi già nel 1987; Giuseppe Pulvirenti si arrese allo Stato nel 1994 esortando i gregari a deporre le armi; mentre Maurizio Avola ha delineato i contorni dell'omicidio Fava e i presunti intrecci tra la mafia, la massoneria e settori dell'imprenditoria e della politica nazionale.

Pe il magistrato Ignazio Fonzo: "La morte del boss, badate bene - sottolinea - non significa la fine della mafia, ma una sua trasformazione: ci sarà una lotta per la successione, anche se la mafia moderna tende a preferire "manager" discreti piuttosto che capi sanguinari: si consolida il passaggio da una mafia militare a una mafia degli affari, più insidiosa, che investe capitali illeciti nell'economia legale».

Vale la pena diventare criminale per trascorrere la vita in carcere dal 1993 al 2026.

Conviene scegliere la vita di capomafia, una moglie uccisa e i propri figli costretti a seguire la via mafiosa del padre? Conviene il crimine?

Sicuramente no, è meglio avere una vita onesta, trascorrere la vecchiaia insieme alla famiglia e godersi i nipoti.

* Coordinatrice Commissione Mafia e Antimafia dell'Osservatorio


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