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03 marzo 2026
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Slogan al posto dei pensieri
di Raffale Florio

Siamo diventati il Paese delle etichette automatiche.

Se provi a dire che in Ucraina esistono anche gruppi estremisti, sei un agente del Cremlino.

Se ti indigni per i civili massacrati a Gaza, allora sei un fan di Hamas.

Se fai notare che certe operazioni americane puzzano di forzatura giuridica, ecco che diventi un amante dei tiranni.

Se racconti che in una piazza c’erano migliaia di persone tranquille, per qualcuno sei già col casco in mano pronto a devastare una banca. Se dici che una reazione militare era prevedibile, ti appendono addosso la foto dell’ayatollah.

È sempre così: o stai con noi o sei il male.

E magari se esprimi un voto contrario a una riforma, non è perché la ritieni sbagliata, ma perché “odi” chi l’ha proposta. Non sia mai che uno possa dissentire senza avere un feticcio o un nemico personale.

Facciamo allora un esperimento mentale, visto che vi piacciono le semplificazioni brutali.

Immaginate che una potenza straniera decida di radere al suolo un quartiere di Roma per eliminare un leader politico italiano che considerate pericoloso. Direste che è una mossa lungimirante? Applaudireste parlando di “intervento necessario”? E se nell’operazione saltassero in aria decine di bambini? Direste che è il prezzo inevitabile della stabilità?

No, vero? Perché quando la bomba cade vicino a casa, improvvisamente le categorie morali tornano complesse.

Ma nel dibattito pubblico la complessità è bandita. Si ragiona per tifoserie, per meme, per slogan. Non esistono più sfumature, solo curve da stadio. E chi prova a ragionare viene schiacciato tra due cori che urlano più forte.

Nel frattempo, a furia di applausi, trasformiamo in colonna sonora nazionale parole che scambiano la dipendenza per amore, la fusione per sentimento, il “senza di te non esisto” per poesia. Poi ci stupiamo quando qualcuno prende alla lettera quell’idea malata di possesso e tragedia.

Il livello è questo: slogan al posto dei pensieri, insulti al posto degli argomenti, appartenenza al posto della coscienza.

E la domanda resta lì, sospesa: ma non vi siete stancati?


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Dossier diritti

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