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Cosa sai di Valle Giulia?
di
Rinaldo Battaglia *
A Roma il 1° marzo 1968 avvenne la prima vera rivolta studentesca, tanto da essere riconosciuta per alcuni come il ‘battesimo del ’68 italiano’ e per altri ‘l’inizio della strategia della tensione’.
Come cosa fu? E come ci si arrivò?
Il nostro Paese storicamente visse tra il 1958 e il 1963 un vero e proprio il boom economico: un rapido e fiducioso miglioramento del tenore medio di vita e l'avvio di una nuova forma di migrazione per cercare lavoro non più verso l'estero (America, Australia soprattutto, in particolare dopo la tragedia di Marcinelle anche per il suo impatto mediatico) ma verso le zone più industrializzate del nostro Paese.
Erano gli anni della Fiat 500, dell'acquisto di elettrodomestici, del frigo Ignis, della radio Minerva e di nuovi servizi, prima mai posseduti, erano gli anni in cui anche milioni di italiani scoprirono la traduzione nella nostra lingua della parola 'ferie', prima poco conosciuta e usata. La nazionalizzazione dell'energia elettrica aveva permesso di portare la luce anche nelle zone rurali che prima ne erano prive e che ospitavano il 60% della popolazione italiana.
A casa mia, sulle colline di Lonigo, arrivò nel 1965. Avevo 4 anni allora, mi sembra 2.000 anni fa. E l’arrivo dell’elettricità ‘permessa a tutti’ portò nelle famiglie il più importante elettrodomestico: la lavatrice. A quel tempo – si racconta – esisteva una regola: se avessi voluto sposare una ragazza sarebbe bastata prometterle la lavatrice. La lavatrice liberò automaticamente milioni di di ore lavoro femminile, ore che vennero assorbite dalle piccole fabbrichette o dai minuscoli laboratori installati nelle cantine o nelle ex stalle. Fu uno sfogo di migliaia di nuove imprese e risorse per quelle già vive che poterono così crescere. Fu tutto un crescendo, a ritmi vertiginosi.
Ma questo nuovo e generalizzato benessere economico si scontrò subito con la vera realtà del “Mondo Paese”, i cui equilibri sociali non erano cresciuti di pari passo e non si erano per nulla adattati, con la medesima forza e velocità. L'empasse politica ed istituzionale provocò, come mai successo prima in Italia, proteste di piazza da parte della 'gente comune'. E le proteste e le manifestazioni furono sin da subito vivaci, forti, intense. Di certo condizionate, se non ispirate, anche da quello che avveniva fuori dai nostri confini nazionali sull'esempio del 'maggio francese', delle barricate in Germania Occidentale, o della “Primavera di Praga” in Cecoslovacchia. E lì le proteste e le manifestazioni avevano già da anni un forte, marcato carattere politico (le prime proteste americane iniziarono già nel 1966 contro la guerra nel Vietnam, partendo dall'Università di Berkeley).
Anche da noi il passo fu breve: gli studenti iniziarono non solo a manifestare ma anche ad occupare, per la prima volta, gli atenei nazionali. La prima fu la facoltà di Sociologia a Trento e la prima motivazione 'il caro-tasse', considerate elevati e maggiori rispetto alle Università europee. Ma ovviamente quella era sola la punta dell'iceberg. Il Sessantotto in Europa (e '69, inizio anno '70 da noi) vide la nascita così di vari movimenti anticonformisti tesi alla socializzazione (soprattutto nelle università) e dei primi movimenti femministi o di difesa dei diritti dei più deboli.
Erano gli anni della musica di Bob Dylan e Joan Baez, erano gli anni in cui fiorirono altri nuovi vocaboli: “uguaglianza”, “sciopero”, “riscatto sociale”, “pacifismo”, “partecipazione” quasi di sapore lontano, quasi da Francia del 1789. In breve, agli studenti in lotta, si affiancarono i lavoratori (e viceversa) ‘nell’autunno caldo’ del freddo 1969, cercando questi ultimi un riscatto economico e sociale e rifiutando un sistema aziendale che da sempre 'viveva per il profitto e solo per il senso di fare profitto'.
La politica non fu in grado di dare risposte, in Italia peggio che altrove. E la situazione già dal 1969 degenerò: le proteste si fecero più esagitate, la violenza dilagò ed iniziarono gli scontri di piazza tra manifestanti e la polizia, e tra i manifestanti stessi di orientamento politico diverso. Spuntarono le prime armi, le pistole P38, esplosero le prime bombe. Saranno chiamati gli ‘anni di piombo’.
La prima vera rivolta studentesca avvenne a Roma il 1° marzo 1968, quando gli studenti romani staccatisi dal gruppo riunitosi a piazza di Spagna (luogo del raduno della manifestazione) cercarono di occupare la sede della facoltà di Architettura di Valle Giulia, nei pressi dei Parioli e Villa Borghese, scontrandosi con le forze dell’ordine.
Alla fine degli scontri si contarono 478 feriti tra gli studenti, 148 tra le forze dell’ordine, 228 studenti fermati e 4 arrestati. Questi scontri - ricordati come la “battaglia di Valle Giulia” - videro, forse per la prima ed unica volta, insieme studenti di destra, che fecero scoppiare gli scontri, e di sinistra contro la polizia. Quello che, dalla marcia su Roma del 1922, in Italia nessuno era mai riuscito a mettere assieme, avvenne come conseguenza del Sessantotto.
Ma durò poco. La politica non poteva lasciare in autonomia queste proteste e queste manifestazioni. Ci furono più richiami dall'alto, sia da sinistra che da destra. Vari storici o studiosi (come Adalberto Baldoni, Gianni Flamini, Nicola Rao, Ugo Maria Tassinari, Luca Telese, Sergio Zavoli ad esempio - pur con alcune diversità di vedute) hanno sempre sostenuto che la “strategia della tensione” non è stata un 'unicum' isolato, ma un insieme di fatti, situazioni ed eventi.
E, peggio, sostennero convinti che una parte stessa dello Stato - in molti casi accertati - istigò, se non incentivò, alcuni soggetti, come sempre gli anelli più deboli della catena 'in protesta', a fare attentati e a seminare il pericolo, salvo poi proteggerli e alla fine scaricarli. Erano l’intelligence deviata, le lobby, i servizi segreti con le varie Gladio, i servitori dello Stato poco limpidi, le logge massoniche, i gruppi economici più o meno interessati o spaventati dai venti di cambiamento.
In questo contesto, in questa ‘land of confusion’, ognuno si inventò un nemico e cercò di darsi da fare per sopprimerlo. Nacquero così i primi gruppi extraparlamentari terroristici: a sinistra il gruppo “XXII ottobre”, a destra “Centro Studi Ordine Nuovo” più semplicemente chiamato solo come “Ordine Nuovo”. Ne nasceranno almeno un centinaio fra piccoli e grandi fino al 1980.
E non fu un caso che l’apripista di questo clima fosse stata proprio Roma, la capitale. Dove già da tempo si era sviluppata con velocità e senza tregua o ostacoli effettivi, una manovalanza violenta, con picchiatori quasi professionisti. Manovalanza in buona parte di derivazione missina, fiorita nel ricordo del Duce e nella nostalgia di quei tempi passati solo da un quarto di secolo, e trovatasi ai margini del progresso e dell’arricchimento economico generale.
A richiederla, sfruttarla, pagarla erano stati per primi ‘i palazzinari’. Roma – sfruttando bene anche le Olimpiadi del 1960 ed il turismo legato al Concilio Vaticano Secondo – non era solo ‘caput mundi’ ma la capitale anche dell'abusivismo edilizio. Erano in fretta cresciuti interi quartieri senza autorizzazione o concessione edilizia, ma anche i mancati pagamenti degli inquilini, non sempre in grado di far fronte alle nuove spese e alle attese del nuovo tenore di vita. Ed essendo tutto o quasi tutto abusivo non è che i palazzinari potessero rivolgersi alla giustizia: la nascita e lo sviluppo di bande specializzate di ‘picchiatori e spezzapollici’ fu un’evoluzione naturale delle cose. Quando c’è molta ‘domanda’, ci si attrezza sul lato ‘offerta’.
E anche su questo fronte l’intera classe politica non comprese il pericolo e l’uragano che stava arrivando sul nostro paese. Dalla “Strategia della tensione” alle prime “bombe”, infatti, il passo fu alquanto breve e consequenziale.
Il 12 dicembre 1969 alle ore 16.37, all’interno della locale sede della Banca Nazionale del Lavoro, di Piazza Fontana, a Milano, una bomba causò 16 morti e 88 feriti.
Nello stesso giorno scoppiarono o furono trovati inesplosi nel giro di 80 minuti altri 4 ordigni a Milano (vicino alla Scala, presso la locale Banca Commerciale) e a Roma (ancora una sede della BNL colpita, l’Altare della Patria e il terzo fece crollare il tetto dell’Ara Pacis. Fortunatamente procurando solo feriti leggeri). Anni dopo si scoprirà che gli esecutori materiali erano uomini di Ordine Nuovo, capitanati da Franco Freda e Giovanni Ventura.
Da quella data ognuno in Italia si rese conto che l’ordine e la sicurezza erano veramente a rischio e parallelamente lo Stato con le sue istituzioni 'malate' fece la sua orrida parte, mischiando le carte, confondendo colpevoli ed innocenti. Il caso del Questore capo di Milano, Marcello Guida, chiamato per competenza a seguire e dirigere l’inchiesta della strage ne fu solo uno squallido esempio. Marcello Guida era stato l’uomo di fiducia di Mussolini nel 1938-1939 a Ventotene e bene usò la sua esperienza di scuola di matrice fascista e i suoi pregiudizi politici, passando ovviamente tra le sue evidenti, forti carenze professionali.
I casi di Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli furono solo i suoi errori più eclatanti: i due anarchici, politicamente deboli, furono subito incolpati, a pochissimi giorni di distanza, di aver collocato la bomba nella banca di Piazza Fontana. Deviando in maniera marcata le indagini dalla pista neofascista. Le indagini iniziali, le più decisive di solito. Poco dopo la strage di Piazza Fontana, Sandro Pertini, comandante della Resistenza e allora Presidente della Camera dei deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e, incontrando Marcello Guida, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano, ricordando forse proprio la sua attività nel ventennio fascista. Fu un gesto che ruppe il protocollo e che ebbe un forte rilievo mediatico.
Ma per tutti quel 12 dicembre cambiò la vita. Gli italiani comuni, la 'gente della strada', da quel venerdì di morte conobbero la parola “neo-fascismo” ossia il 'continuum' di quello che sulla carta li avevano sempre venduto come sconfitto, deceduto e sepolto. Eppure, 3 giorni dopo, lunedì 15 dicembre 1969 a Milano, in una giornata oltremodo scura, punteggiata da poche e fredde gocce di pioggia, 300.000 persone assieparono la piazza e lo stesso sagrato del Duomo. In 300.000 vollero dare l'ultimo saluto alle vittime della Strage di Piazza Fontana. Una folla immensa, in un silenzio assordante, urlò tutta la propria rabbia per un massacro senza precedenti. Ma quelle 'urla del silenzio' manifestarono, anche ai sordi, la propria totale e ferma opposizione contro ogni attacco alla giovane democrazia italiana.
In quella piazza non ci furono bandiere politiche, non si sentirono slogan di partito. L'unico suono udibile era quello del volo dei piccioni, pochi peraltro perché anche loro erano in lutto. Solo una scritta emergeva lucida, in quella piazza così maestosa, e sembrava quasi non muoversi perché era saldamente legata a terra dal dolore e dall'incredulità della Milano 'per bene' e di tutto il Paese intero: “Milano s’inchina alle vittime innocenti e prega pace”.
Ma quella non era una frase di rito o una scritta qualsiasi. Era invece un muro, come quello del Palazzo Sforzesco, invalicabile per i nemici ed eretto per separare la democrazia dal più criminale regime mai avuto nella nostra Storia, quello fascista tenuto a battesimo da Mussolini proprio a Milano il 26 marzo di 50 anni prima. Ed erano passati solo 21 mesi da quel ‘lontano’ 1° marzo 1968, dal giorno della battaglia di Valle Giulia.
1° marzo 2026 – 58 anni dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024
e da 'L'inferno è vuoto' - Ed. AliRibelli - 2023
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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