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Nel nome di Cristo: fuoco!
di
Rinaldo Battaglia *
Dieter Hildebrandt, soldato - classe 1927 - della Hitlerjugend che a 16 anni venne mandato contro i carri armati sovietici e poi diventato un maestro dello studio delle manipolazioni delle masse (oltreché affermato drammaturgo) un giorno, paragonando la nostra generazione a San Tommaso, disse che “noi crediamo soltanto a ciň che vediamo. Perciň, da quando c'č la televisione, crediamo a tutto”. E se i media e la Tv non parlano di alcune cose, noi a queste non crediamo e neanche cerchiamo di conoscerle. Soprattutto in Italia e soprattutto oggi.
E, inconsciamente, cosě rinunciamo al valore aggiunto che quella conoscenza ci potrebbe arrecare.
Soprattutto in Italia e soprattutto oggi. Repetita iuvant.
In questi giorni di un anno fa, ho rivelato una notizia allora non uscita (almeno che io sappia) sui giornali di casa nostra in merito alla decisione del Presidente argentino Javier Miley, che ha finalmente, finalmente deciso di 'declassificare' a breve tutti i file della "Rat-line". In altre parole ha autorizzato che vengano messi alla luce documenti storici, riguardanti chi ha aiutato molti criminali a sfuggire alla legge e a vivere beati sulle ricchezze acquisite sul sangue e sulla morte di milioni di altri esseri umani. Durante e dopo la Shoah e non solo la Shoah. Parliamo di oltre 5.000 fascicoli argentini, di 30.000 fascisti e nazisti interessati e di almeno 12.000 conti bancari intestati a loro nome.
Ho riscontrato in queste mie segnalazioni e articoli anche una certa sorpresa perché, se si parla di Rat-line, non si puň non arrivare (o, meglio, partire) dal Vaticano e dalla Chiesa di Roma ai tempi di Pio XII. Poco se ne parla, poco si sa di tutto questo.
Eppure, ci si sorprende ancora a distanza di 70/80 anni.
Č un argomento ancora tabů. Meglio non toccarlo, meglio lasciar perdere e lasciar vivere nella totale ignoranza storica il pubblico in sala… Verrebbe da dire.
Oggi, per meglio capire cos’č il tabů e l’ignoranza storica di cui siamo da sempre schiavi, vi parlo di un alto prelato, un presbitero appartenente all'ordine cattolico romano dei frati minori conventuali. E della sua tunica francescana.
Era ungherese e quindi non di casa nostra, ma quel nome merita la massima conoscenza e massimo disprezzo, almeno in onore di chi solo a sentirne il suono tremava dal terrore. Era ungherese ma i legami con la Chiesa di Roma a quel tempo erano importanti, non certo sottili. Colpevolmente non certo sottili.
Mi riferisco ad András Kun.
Era nato il 9 novembre 1911 a Nyírbátor, un piccolo paese di periferia oggi sul confine verso la Romania e la Slovacchia, ai tempi di Francesco Giuseppe. La sua era una famiglia ungherese convintamente cattolica, che investě molto sugli studi ecclesiastici del figlio. András frequentň cosě negli anni 30, per un lungo periodo, un seminario a Roma e fu ordinato sacerdote in un monastero francescano proprio da noi. E qui da noi resterŕ fino al 1943.
Era vissuto quindi tra le mura di un monastero negli anni del ‘Dio Patria & Famiglia’, dei Patti Lateranensi, delle encicliche di Pio XI e soprattutto Pio XII. Era ungherese, ma allevato per 20 anni in Italia, nel regno di Mussolini e della dottrina fascista.
Difficile capire veramente cosa gli sia stato insegnato e quali i suoi riferimenti educativi, ma i risultati saranno stravolgenti e le sue azioni di certo criminali, disumane ed inaccettabili.
Secondo un affermato storico, poeta e giornalista ungherese Rezső Szirmai (ripreso anche di recente in “ Book Review: Fascist Souls by Rezső Szirmai, su christopheradam.ca, 11 marzo 2019), peraltro suo contemporaneo, András Kun giŕ prima dell’8 settembre 1943 venne espulso dal monastero e spedito a Budapest, a quel tempo nelle mani dei nazisti. E qui passň dalla teoria alla pratica. Era un prelato, era un uomo della Chiesa, con tanto di tunica sempre addosso. Si era formato nella Roma papale e trovň la sua via, appena ritornato a Budapest, iscrivendosi al partito filo-nazista ungherese delle Croci Frecciate. Poi fu tutto un crescendo, sia in prediche contro gli ebrei e a favore della Shoah che di azioni criminali in aiuto ai nazisti.
Piů testimoni in sede processuale, provarono che giŕ nell’ottobre 1944 avesse partecipato in prima persona alla distribuzione e all’uso di armi contro ‘i nemici’, ossia gli ebrei, le razze inferiori, gli oppositori del nazismo, comunisti in primis ma non solo.
Rezső Szirmai riporterŕ, nei suoi libri, frasi e discorsi di András Kun di questo tenore:
"La propaganda ha inculcato in noi la convinzione che dietro i bolscevichi si nascondano gli ebrei. Durante le battaglie piů selvagge ne sono rimasto convinto e quando ho avuto davanti gli ebrei, li ho picchiati".
O analoghe parole, urlate nelle varie prediche o incontri, dentro o fuori le chiese. Ben diverse dai fatti e dalle azioni di Raoul Gustav Wallenberg o di Giorgio Perlasca o del nostro Nunzio apostolico in Ungheria, Angelo Rotta. Il grande e santo uomo Angelo Rotta, di certo un esempio opposto di ‘essere Chiesa’.
Ma non solo: nel momento peggiore della Shoah in Ungheria András Kun divenne addirittura il comandante di uno dei piů criminali ‘squadroni della morte’ legati sempre al Partito delle Croci Frecciate (Nemzeti Számonkérő szék), soprattutto dall'ottobre 1944 al febbraio 1945.
Qualcuno anni dopo dirŕ che il prelato András Kun si scagliava “contro tutti gli ebrei della cittŕ di Budapest nel miglior stile dell'Inquisizione cattolica del Medioevo”.
Non solo. Scriveva ancora Rezső Szirmai:
“Il suo squadrone iniziň a massacrare gli ebrei ancora in cittŕ, non solo nel ghetto di Budapest ma anche in ospedali, case di riposo e alloggi messi a disposizione dagli Stati neutrali come la Svizzera o la Svezia. Mentre lo faceva, Kun continuň a indossare la tonaca francescana, portando una pistola nella fondina e una fascia delle Croci Frecciate al braccio. Il suo ordine di solito era: "Nel nome di Cristo: fuoco!"
Pensate: "Nel nome di Cristo: fuoco!".
Il Vangelo abusato e profanato.
In tunica francescana, come un nuovo Tomás de Torquemada.
Fin prima di morire (nel 1966), Rezső Szirmai ha sempre riportato un aspetto terrificante del prelato András Kun, prendendo spunto da un suo incontro che ebbe a Budapest in quel periodo e dalle sue tremende parole: "Ho sempre voluto ridurre la miseria e la sofferenza umana. Per questo ho combattuto contro gli ebrei. Loro sono i signori del capitale. Gli ebrei sono sempre stati quelli che camminavano sul lato soleggiato della strada”.
“Gli ebrei sono sempre stati quelli che camminavano sul lato soleggiato della strada”. Dove avrŕ imparato quei dogmi il giovane prelato András Kun?
Di certo una formazione morale ed una educazione cristiana ben diversa quella avuta dal Nunzio apostolico Angelo Rotta, cresciuto nella scuola di Pio X, 40 anni prima. Ben prima del fascio, del duce, del papa di Hitler.
Ma proseguiamo. Nei primi mesi del 1945 quando l’agonia del nazifascismo era evidente anche in Ungheria, il prelato András Kun arrivň agli eccessi dell’odio e delle atrocitŕ. Sempre in tunica e sempre armato di pistola, uccideva per dare l’esempio e “con una serie di accese aringhe tra patriottiche e di taglio mistico, incoraggiava i suoi uomini come se fossero in una sorta di crociata per essere combattuta”.
“Nel gennaio 1945 Kun ordinň l'arresto dello scrittore ebreo Ernő Ligeti e della sua famiglia. Insieme alla sua squadra della morte torturň brutalmente la moglie ed il figlio di Ligeti. La famiglia al completo fu poi portata al quartier generale delle Croci Frecciate per l'interrogatorio; furono lasciati nudi e legati insieme e verso la mezzanotte affrontarono il plotone d'esecuzione. Ernő Ligeti e sua moglie furono uccisi sul posto mentre il figlio Károly sopravvisse a quattro proiettili, si riprese dalle ferite e in seguito emigrň dall'Ungheria” (da Book Review: Fascist Souls by Rezső Szirmai).
“Il 12 gennaio 1945 la squadra di Kun fece irruzione nell'ospedale di Buda Chevra Kadisha, dove furono fucilati sommariamente 149 pazienti e i medici ebrei. In un'altra irruzione, nell'ospedale San Giovanni, furono uccise tra le 80 e le 100 persone. La squadra fu anche protagonista nel rapimento dagli alloggi protetti di circa 500 ebrei che furono messi in fila lungo il Danubio e fucilati. In un'altra occasione gli uomini al comando di Kun fecero irruzione in un sanatorio, dove 100 pazienti ebrei furono uccisi a colpi di arma da fuoco”.
Come noto, i sovietici arrivarono a Budapest solo il 13 febbraio 1945, ma il prelato András Kun giŕ da mesi, restando nelle retrovie, aveva continuato la sua ‘attivitŕ’ – sempre in tunica francescana - contribuendo alle ultime azioni, prima della fuga dei nazisti. Alla fine di dicembre 1944 fecero saltare in aria il ponte ferroviario di collegamento meridionale, il 15 gennaio il ponte Miklós Horthy, il 16 il ponte Ferenc József e gli ultimi due il 18 gennaio. Operazioni strategiche che costarono molte vite civili ma rallentarono la presa della cittŕ agli uomini dell’Armata Rossa.
András Kun aveva giŕ capito tutto e da mesi portato il suo suo quartier generale al XII quartiere, a Buda, usando sui civili qualsiasi tipo di atrocitŕ.
Torture ed esecuzioni sommarie erano il suo ‘pane quotidiano’. Torture ed esecuzioni sommarie, ma mai nessun richiamo ufficiale da Roma o dai suoi superiori della Chiesa. Anzi.
A muoversi furono invece i suoi colleghi, i ‘criminali fascisti della Croce Frecciata’, soprattutto quando András Kun iniziň ad attaccare gli ebrei posti sotto la protezione dei paesi neutrali (Svizzera e in particolare la Svezia di Raoul Gustav Wallenberg). Furono troppi i richiami che gli altri comandanti delle Croci Frecciate fecero direttamente al loro duce, Ferenc Szálasi , il loro comandante supremo delle forze armate. Se non si fermava András Kun era pressochč impossibile poi gestire la resa imminente verso i vincitori.
Il 18 gennaio 1945 pertanto Szálasi ordinň, ad una sua fidata pattuglia di polizia, di catturarlo – vivo o morto - direttamente nel suo quartier generale. Era comandata dal tenente colonnello Rezső Mindák, braccio destro di Ferenc Szálas. Ma Kun non si fece trovare impreparato: imprigionň i poliziotti, gli massacro di botte e come un pacco postale, mezzi morti, li rimandň tutti al mittente. Rezső Mindák compreso, sebbene piů morto che vivo.
Il suo duce capě il messaggio e rimandň altri dieci poliziotti: i migliori, i piů esperti e i piů violenti. Vennero anche questi imprigionati, pestati a sangue ma non restituiti, né vivi e né morti. Alla fine, altri sessanta agenti di polizia circondarono il quartier generale lasciando un ultimatum: se Kun e i suoi principali collaboratori non fossero usciti entro dieci minuti, sarebbe stato lanciato un attacco per prendere l'edificio e nessuno di loro, nessuno sarebbe uscito vivo. Gli uomini di Kun – forse stanchi di quanto male fino allora fatto o impauriti dalle minacce - preferirono prendere il loro ‘capo prelato’ e la sua tunica francescana e consegnare il tutto agli assedianti.
Era il 19 gennaio 1945.
András Kun venne subito processato dai suoi colleghi del Partito delle Croci Frecciate (Nemzeti Számonkérő szék). Fu accusato delle violenze sui poliziotti del 18 e 19 gennaio e personalmente di avere ucciso almeno 27 persone (sui 3.000 omicidi causati dal suo squadrone della morte) e condannato a morte. Ma chissŕ come mai e per conto di chi, il prelato András Kun fu graziato dallo stesso Ferenc Szálasi che commutň la sentenza in 15 anni di carcere. Ma il carcere lo vide poco, perché il 13 febbraio i sovietici - arrivati nel centro di Budapest - liberarono tutti i prigionieri nelle varie carceri, considerandoli tutti nemici dei nazisti.
Un bello scherzo del destino, vero?
Il demonio, del resto, non muore mai. Il prelato András Kun riuscě subito a far perdere le tracce. C’č chi raccontň che essendo capace di parlar bene il rumeno si nascose tra i soldati rumeni, quelli impegnati da Stalin nell'assedio di Budapest, e in mezzo a questi poi riuscě ad arrivare ad Arad. Ma il 3 agosto 1945 mentre stava tentando di arrivare in Italia – forse lo aspettava la Rat-line del vescovo Alois Hudal – alla frontiera tra Romania e Ungheria venne bloccato e riconosciuto da alcune guardie ungheresi. Anche il demonio talvolta fallisce.
Il 30 agosto era giŕ a Budapest, sotto processo e con giudici ora ben diversi. Un tribunale del popolo ungherese, figlio dell'occupazione sovietica, lo ritenne colpevole per 500 omicidi e venne cosě impiccato per crimini di guerra a Budapest il 19 settembre 1945.
Il giorno dell'esecuzione rilasciň un'intervista proprio a Reszső Szirmai dove ammise solo di aver picchiato gli ebrei, ma “negň di averne uccisi e affermň di essere stato condannato ingiustamente: si considerava una vittima ancor piů di qualsiasi altro ebreo assassinato durante l'Olocausto”.
E cosě fině la vita terrena del prelato András Kun, allevato a Roma in tenera etŕ ai tempi del fascismo e sempre ben vestito della tunica francescana, simbolo di pace, giustizia e veritŕ. E forse per la pace, la giustizia e la veritŕ anche la sua vita andrebbe conosciuta maggiormente.
Oggi ci rimane solo la sua tunica.
Forse vederla qualche volta servirebbe perché “noi crediamo soltanto a ciň che vediamo” e credere che, in ogni parte del mondo ed in ogni tempo, esistano il bene ed il male ci č fortemente utile per tenere gli occhi, la mente ed il cuore sempre vigili e funzionanti. Quella tunica risulta attualmente esposta nel museo Casa del Terrore a Budapest. A ricordo di quel suo grido osceno e basfemo:"Nel nome di Cristo: fuoco!".
27 febbraio 2026 – 81 anni dopo – liberamente tratto dal mio 'Mi chiamo fuori' - Amazon - 2025
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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