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Il colosso di Rodi
di
Rinaldo Battaglia *
Il 27 febbraio 1945, a Rodi, veniva fucilato dai nazisti Francesco Besso. Non aveva ancora 24 anni, classe di ferro 1921.
La leggenda narra che a Rodi nel III secolo a.C. esistesse un'enorme statua di bronzo dedicata al dio solare Elio, situata probabilmente all’entrata del porto. Venne chiamata il ‘Colosso di Rodi’ ed era una delle cosiddette sette meraviglie del mondo antico.
Secondo studi recenti sembra tuttavia che il colosso non si sarebbe trovato all'accesso del porto, come porta di ingresso per le navi, ma invece collocato su un pilastro all'interno dell’acropoli di Rodi, in una posizione sopraelevata sulla collinetta subito antistante al porto, in modo che fungesse da faro.
Non vi è certezza però che questa fosse la realtà.
È realtà invece quel che successe a Rodi dopo l’8 settembre 1943, come sono stati reali gli eroi che vestivano le divise del nostro esercito: veri ‘colossi’ a Rodi e veri ‘fari’ su quel mondo sfortunato.
E Francesco Besso fu uno di quegli eroi, tra Samos e Rodi, uno di quei colossi e un faro nella resistenza al fascismo del Duce e al nazismo di Hitler, suo compare di merende e di morte.
Francesco era nato a Vignale Monferrato ma di fatto fu milanese di adozione.
Chiamato alla guerra, venne subito mandato in Grecia, nell’isola di Rodi, come sergente del 27º Raggruppamento Artiglieria. E qui visse la resa dell’8 settembre 1943, che a Rodi si colorò anche da farsa oltrechè da vera tragedia.
Come noto, la comunicazione all’esercito dell’armistizio di Cassibile fu gestita dal governo Badoglio con vigliaccheria e falsità. Pensate che il Comandante Italiano di Rodi, il grande Ammiraglio Inigo Campioni, venne informato dell’armistizio non per radio tramite il discorso delle ore 19:45, bensì da una telefonata alla moglie, che ogni sera era solito fare verso le 21:00.
Forse la radio era fuori uso, il telefono no.
Dalla moglie che, ingenuamente, gli chiedeva quando sarebbe tornato a casa (visto che la guerra per gli italiani era lì finita, a suo dire), il Comandante Inigo Campioni capì come mai nell’aeroporto i tedeschi stavano cannoneggiando le nostre truppe. Non era una 'querelle' interna, esagerata, tra soldati alleati ma di divise diversamente colorate, magari dopo una sbronza estiva, tra una birra e l’altra.
Era l’8 settembre!
Quando la difesa di Rodi fallì – come a Cefalonia – i pochi soldati italiani che riuscirono a salvarsi furono presi subito prigionieri e incarcerati quasi tutti nelle isole di Leros e Samos. Solo alcuni vennero trattenuti a Rodi per i lavori manuali nell’isola, come schiavi del Terzo Reich in quanto ‘traditori’, al pari degli IMI nei lager di Germania.
La Storia racconta che a seguito di questa epica resistenza nel pieno rispetto dell’Armistizio di Badoglio, dopo la resa di Rodi, il Comandante Campioni verrà arrestato dai nazisti (come da copione, secondo il piano Achse) e consegnato agli uomini di Mussolini, con l’accusa di Alto Tradimento.
L’Ammiraglio d’Armata, Medaglia di Bronzo al Valor Militare nel 1917, Croce dal Merito di Guerra nel 1918, Governatore del Dodecaneso, militare tutto d’un pezzo, molto rispettato dai suoi uomini, fu condannato a morte e per precisa richiesta del Duce “fucilato al petto” a Parma il 24 maggio 1944, come traditore della Patria.
Di quale Patria, onestamente non l’ho ancora ben capito.
Chi fosse poi il vero Alto Traditore, tra Mussolini e Campioni, altrettanto.
Campioni aveva giurato fedeltà al Re d’Italia e alla Marina e mantenuto fede alle scelte – giuste o sbagliate che fossero – del suo legittimo governo.
Mussolini, sfiduciato peraltro dai suoi e decaduto il 25 luglio ‘43 – il Re del suo paese lo fece persino arrestare – fece strade diverse, opposte. E al momento di vedere le carte fuggì, come un ladro, vestito da soldato tedesco.
Chi fu il vero Alto Traditore tra Campioni e il Duce è quindi tutto da vedersi.
È la storia a dirlo. Il resto sono chiacchiere elettorali, che puntano alla pancia e non al cervello del votante. Anche se molte città dopo oltre 75 anni mantengono tuttora la cittadinanza onoraria al Duce, e non ricordo città, molti monumenti o piazze in onore all’Ammiraglio Campioni. Ma di certo sarà colpa della mia visione particolare del concetto di coerenza, di tradimento e di onore, ovviamente.
L’Ammiraglio Campioni, come il Gen. Antonio Gandin a Cefalonia, fucilato con la sua Aqui sempre il giorno 24, ma di settembre dell’anno precedente. A Cefalonia i nazisti del Fuhrer, al poligono di Parma i fascisti del Duce.
Vedete differenze?
Francesco Besso, rimasto quindi a Rodi, nelle pause del lavoro e all’interno del campo in cui era imprigionato, non si arrese e – da buon disegnatore, anche satirico, quale era - si impegnò in un'attività di propaganda antinazista e antifascista tra i suoi commilitoni prigionieri. Deridere il Duce ed il Fuhrer gli era facile e così tra una battuta ed un disegno dava conforto e speranza ai suoi commilitoni, legati al medesimo destino. Erano di fatto IMI, avevano rifiutato di ritornare sotto le forche di Mussolini, volevano la libertà del loro paese, come i partigiani sui monti e le colline del Nord Italia. Qualcuno la chiamò ‘l’Altra Resistenza’.
Ma inevitabilmente il gioco venne scoperto dai nazisti. Deridere il Fuhrer era una bestemmia per i tedeschi e una strada certa verso la condanna a morte.
E Francesco lo fece da eroe, da ‘patriota’ come è diventato di moda ora dire. O da ‘colosso’ di Rodi e da ‘faro’ di luce per i suoi amici.
Prima dell'esecuzione in quel maledetto 27 febbraio 1945 non si fermò e prese ancora per il sedere i carnefici con la svastica. Come da prassi gli chiesero se volesse esprimere un ultimo desiderio prima della morte. Decisa la risposta, quasi in codice:
"Certo, vorrei che mi faceste vedere un po' di pane".
E tutti i suoi compagni di sventura a Rodi capirono che per pane intendeva non solo l’alimento che tacitasse la fame fisica, ma soprattutto la libertà degna dell’uomo in quanto uomo.
Morì così con la massima dignità, concetto incomprensibile per il nazismo tedesco e il fascismo di casa nostra.
Oggi al suo paese natale, a Vignale (provincia di Alessandria) gli è intitolata la scuola media. A Rovereto, una lapide lo ricorda per bene e segnala a tutti come, nel dopoguerra, venne onorato con la Medaglia d'oro al valor militare.
Forse il Colosso di Rodi è leggenda, ma la vita di questi ragazzi - nati ed allevati nel fascismo di Mussolini - indicano agli italiani, oggi, cosa vuol dire essere ‘patrioti’ veramente.
Da anni, alcuni dei discendenti dei ‘figli della lupa’, anche a livello di leader di partito, insistono fortemente per dedicare vie o piazze a Giorgio Almirante. A Roma, e di recente anche – guarda caso - nel Comune di Alessandria, ci sono proposte allo stato avanzato. Già risultano vie a lui dedicate in Sud Italia, come a Carini, Mazzara del Vallo, Castellamare del Golfo, Castelvetrano. Ma anche a casa mia, a Noventa Vicentina dal 2016. A Tione nel Trentino vi è una via a Italo Balbo, nel Casertano a Vairano Patenora una a Giuseppe Bottai, altre due colonne portanti del fascismo nel ventennio. Per non parlare di ex-idroscali, porticcioli di mare, mausolei e via discorrendo.
Mi chiedo quando sostituiremo i nomi delle vie dedicate agli uomini di Mussolini con uno di questi ‘veri eroi italiani’, bene rappresentati da Francesco Besso.
Credo che meritino di più. È la Storia a dirlo.
27 febbraio 2026 – 81 anni dopo -
alcuni riferimenti storici sono liberamente tratti dal mio ’La colpa di esser minoranza’ - ed. AliRibelli – 2020
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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