Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
19 febbraio 2026
tutti gli speciali

Problemi a Berlino
di Rossella Ahmad

A me poi dispiace prendermela continuamente con la Germania. Sembra quasi che mi piaccia sparare sulla croce rossa, ma vi assicuro che non è così.

Il problema della Germania sono in realtà due: una coda di paglia grossa come un condominio e la rivoltella perennemente puntata alla sua tempia. E la mano che la punta è a tel Aviv.

In questa condizione disperata, la Germania si muove come un elefante in una cristalleria. Sfascia tutto nel tentativo sempre frustrato di saldare il suo infinito debito con la storia - ma, come fosse una nemesi, della storia si trova sempre al lato sbagliato - e soprattutto per impedire che il cecchino faccia fuoco.

La Berlinale, ad esempio.

Una tragedia di uomini ridicoli la scorsa edizione. La vittoria di "No other Land" , raccolta cruda di immagini della colonizzazione di Masafer Yatta, Cisgiordania occupata, fece cadere dalla seggiola il sindaco di Berlino e gran parte dell'arco parlamentare tedesco, i quali si dissociarono e definirono "inaccettabile" la vittoria del docufilm. Il trionfo dell'antisemitismo, così dissero.

L'apice del degrado fu raggiunto dal ministro della cultura Claudia Roth che, fotografata nell'atto di applaudire, si giustificò dicendo che il suo encomio era riservato al solo Yuval, protagonista israeliano, e non a Basel, palestinese.

La leggenda narra che questa storia venga utilizzata ancora oggi per sollazzare le serate dei colonizzatori della Palestina nei peggiori bar di Yafa occupata.

E non è una leggenda, purtroppo per i tedeschi. Si ride molto di loro, nella knesset ed oltre.

L'edizione della Berlinale di quest'anno era cominciata con la medesima propensione alla farsa allorché il presidente di giuria, Wim Wenders, aveva declinato la sua versione dello strumento cinematografico: in tempi di genocidio, il cinema doveva smetterla di interessarsi alla politica e cominciare a parlare di vita reale.

Ho difficoltà a pensare ad un ragionamento più sgangherato di questo da parte di un esponente della cultura - il cosiddetto ceto semi-colto, e mai definizione fu più azzeccata.

Cosa è infatti la politica se non arte che attiene alla polis, alla città -stato, alla comunità, alla cosa pubblica? E quando mai è accaduto che un genocidio abbia così pesantemente influito sulla vita e sulle emozioni degli abitanti di questo pianeta? Contenitori vuoti di una narrativa tossica.

Anche a questo giro però gli è andata male: oltre 80 attuali ed ex partecipanti alla Berlinale hanno condannato in una lettera aperta sia il silenzio del Festival del Cinema su Gaza, sia la censura imposta agli artisti che “si oppongono al genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi a Gaza e al ruolo chiave dello Stato tedesco nel renderlo possibile”. Tra essi Tilda Swinton e Javier Bardem.

Il cinema è inseparabile dalla politica perché è inseparabile dalla realtà. A meno che non lo si consideri come mero intrattenimento e, in tal caso, quale è il senso dei festival e delle manifestazioni culturali ad esso collegati?

Lo ha ben chiarito la scrittrice indiana Arundhati Roi, nell'atto di rifiutare l'invito al festival : è inconcepibile un'arte che non sia politica. È scioccante e disgustoso un mondo della cultura che non si sollevi contro il più grande crimine del nostro tempo.

VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA


per approfondire...

Dossier diritti

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale