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Caso Navalny: ad ovest indignazione selettiva
di
Laurent Luboya
La morte di Alexei Navalny, con il presunto avvelenamento, sta suscitando indignazione un po’ ovunque negli Stati Uniti e nell’Europa democratica.
Se l’ipotesi dell’avvelenamento sarà confermata, non si potrà che condannare un simile atto criminale.
Tuttavia, trovo cinico e beffardo che coloro che oggi si indignano dimentichino i crimini che hanno commesso – e che continuano a commettere – contro altri popoli.
Basti ricordare alcuni casi emblematici:
- Patrice Lumumba, primo ministro del Congo belga, fu assassinato nel 1961 con il coinvolgimento di interessi belgi e statunitensi. Il suo corpo venne smembrato e sciolto nell’acido. Aveva appena 35 anni.
- Ruben Um Nyobè, dirigente camerunese, fu ucciso dall’esercito francese; il suo corpo venne trascinato ed esposto come monito per chiunque si opponesse all’ordine coloniale.
- Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, fu assassinato nel 1987 in un contesto di forti tensioni geopolitiche e interessi internazionali legati anche alla Francia e agli Stati Uniti.
- E ancora, nel 2011 il mondo ha assistito in diretta all’uccisione del colonnello Muammar Gheddafi durante l’intervento militare della NATO in Libia.
La domanda che sorge è: perché ci indigniamo per alcuni casi e su altri cala il silenzio?
Ci indigniamo per Navalny, ma spesso chiudiamo gli occhi di fronte alle responsabilità storiche delle potenze occidentali in Africa, in Medio Oriente e in America Latina.
Per quanto ne so, la Russia contemporanea – così come l’Unione Sovietica in passato – non ha costruito in Africa una rete sistematica di eliminazione di leader politici paragonabile a quella delle ex potenze coloniali europee. Gli assassinii politici attribuiti a Mosca hanno riguardato soprattutto oppositori interni o dissidenti.
Anche in Italia la storia è segnata da ombre e misteri: l’uccisione di Enrico Mattei, il sequestro e assassinio di Aldo Moro, e le stragi segnate dall’ombra di apparati deviati dello Stato e di interferenze straniere.
Oggi, come possiamo ignorare che alcuni capi di Stato africani non allineati vivano nel timore di essere destabilizzati o eliminati? Non risulta che leader come Emmanuel Macron, Donald Trump o Giorgia Meloni vivano sotto la costante minaccia di essere assassinati da servizi russi o cinesi.
Questo non significa giustificare eventuali crimini commessi altrove. Significa però rifiutare un’indignazione selettiva.
Forse dovremmo riflettere con maggiore onestà sulle pratiche violente e sulle responsabilità storiche del sistema occidentale nella conduzione della politica internazionale, invece di concentrare l’attenzione esclusivamente su Vladimir Putin come se fosse l’unico attore responsabile di metodi brutali nella storia contemporanea.
 
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