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L'uomo al comando
di Gabriele Germani
Chi tiene il timone dell'Occidente collettivo durante questa fase di decadenza economica, demografica e culturale?
E perché esiste tanta confusione su fini e orizzonti?
E quali prospettive si aprono oggi per noi tutti come comunità e come singoli?
Lo scandalo Epstein ha aperto il vaso di Pandora del potere. Mai come oggi è chiara la fitta rete di intrighi che governa le nostre società. Ci hanno raccontato per decenni che il mondo era troppo complesso per essere analizzato con un solo metro di analisi, ma tutto era in realtà abbastanza semplice.
Chi detiene il potere tende a tenere dei comportamenti esterni ai valori della comunità, perché questo ne costituisce la natura stessa del privilegio (almeno da un punto di vista psicologico).
Cito sempre Clastres nei suoi studi sull'Amazzonia (che per la verità oggi mi convincono anche poco), ma soprattutto penso all'iconografia sacra delle società euroasiatiche lungo la fascia temperata (eh lo so, sono ripetitivo).
Il buon clima e la presenza di animali e vegetali addomesticabili favoriscono la vita comunitaria, che agilmente evolve in vita urbana che a sua volta porta alla formazione di organizzazioni di gruppo: questa almeno la tesi classica.
Poi scopriamo che lungo il fiume Indo c'erano città probabilmente gestite in modo collegiale e meno aggressivo, da gruppi di mercanti, ma per ora navighiamo ancora a vista.
Lo strumento del potere per eccellenza è il sesso, molto più del denaro.
Talvolta, nella fase di transizione dalle società ""acefale"" a quelle strutturate chi deteneva il potere era solito tenere rapporti sessuali con i propri parenti, di solito matrimonio fratello-sorella (antico Egitto, Hawaii prima del contatto, Irlanda neolitica).
L'iconografia e il mito della regalità sono sempre animali: Romolo e Remo vengono adottati da una lupa, coreani e cinesi ci parlano di primi imperatori figli o mariti di orse, i troni leonini hanno riempito la Mesopotamia e i leader degli Sciti - pur essendo nomadi a cavallo - pensarono bene di rubare questi troni per segnalare il proprio potere agli altri.
Il potere per sua natura è fuori dalla comunità umana (si potrebbe discutere su cosa sia umano, ma andremmo per le lunghe).
La complessità sociale ci ha spinto a generare meccanismi di potere.
L'amore romantico creato dalla letteratura euroasiatica non fa altro che raccontarci storie di uomini che vivevano una dualità tra la moglie (non amata, ma necessaria alla riproduzione) e le amanti (amate, dedite all'arte, belle, ma impossibili per far famiglia). Un arco che va dal Portogallo al Giappone, dai romanzi ottocenteschi inglesi alle geishe ci racconta questa storia di imposizione di un ruolo sul femminile (ruolo che sappiamo essere storicamente dato, non perché non esiste l'amore in quanto tale, ma perché questo non si manifesta unicamente in questo modo).
Il bisogno di categorizzare e controllare è emerso anche in altre formule: dalla malattia mentale imposta come canone a comunità che avevano sistemi di gestione tradizionali, all'idea di orientamento e genere sessuale.
Nei romanzi cinesi medievali, i protagonisti vanno a letto la mattina con un uomo e la sera con una donna e nessuno inizia una lunga disquisizione sulla natura del proprio orientamento sessuale; in alcune comunità dell'Artico i bambini sceglievano se essere maschi o femmine poco prima della pubertà (e questo non condizionava la scelta del genere dei partner), ecc.
Anche l'idea del tempo è mutata radicalmente, così come il rapporto con la ricchezza.
Molte comunità prevedevano riti di distruzione della ricchezza accumulata in eccesso o l'obbligo della donazione.
Dico questo per pessimismo antropologico? No.
Il mio pensiero è che oggi possediamo tutti gli strumenti teorici e tecnologici per iniziare ad immaginare almeno uno scampolo di spazio di liberazione personale e politica.
Mai come in questi giorni mi sembra chiaro che il vero dramma che stiamo vivendo è il modo in cui questo malessere si ripiega su di noi, mi par chiaro leggendo Fromm e recuperando anche uno scampolo di Marcuse in "Eros e Civiltà".
Abbiamo perso la speranza perché non siamo in grado di amare noi stessi e di amare gli altri, in finale siamo diventati la civiltà della repressione fine a se stessa, del potere e dell'accumulazione.
Tutto questo nega la nostra natura di animali relazionali, il piacere di incontrare gli altri, di passarci del tempo insieme, di produrre qualcosa per la comunità (lavoro realizzato) e di riprodurci (generare la generazione successiva, passando un bagaglio di valori condivisi).
Il mio timore è che siamo a fine corsa come gruppo e che i nostri vampiri finanziari e sessuali i vari Epstein, Gates, Clinton o chi per loro, non siano che l'estremizzazione del mondo che abbiamo così tanto voluto, ahimè.
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