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08 febbraio 2026
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Il fuoco amico non lo è
di Rinaldo Battaglia *

Si racconta che i ‘marines’ dopo un bombardamento su un paese del Vietnam trovarono, tra le macerie di una vecchia casa, scritto in inglese, su un muro cadente, la frase “Il fuoco amico non lo è.” E tutti capirono – o almeno chi volle capire - che quella era una firma per accusare la provenienza delle bombe che avevano lì distrutto ed ucciso. Chissà quanto tempo prima e chissà quante vite umane.

Ma in guerra credo che per chi muoia poco importa sapere se, chi ti ha ucciso, sia stato un tuo nemico, un alleato o persino un tuo commilitone. Sei morto e la tua unica vita rimane finita e sprecata. Se alla vita dai un valore.

Di stragi, successe durante la guerra, anche in Italia ne abbiano un numero infinito ed alcune ‘causate’ anche da bombe lanciate dagli Alleati per ‘liberarci’ dal nazifascismo. Qualcuno le ha definite ‘bombe amiche’. Non so che cosa ne pensassero in merito i 184 bambini uccisi il 20 ottobre 1944 a Milano, nel quartiere di Gorla, oltre alla loro preside, i 14 insegnanti, i 4 bidelli e l’assistente sanitaria, causa le bombe lanciate dai 36 bombardieri del 451° Bomb Group partiti da Foggia.

E potremmo continuare ancora.

Lo stesso successe anche dalle mie parti venete, l’8 febbraio 1944 a Padova, dopo che per altre volte la città era stata già colpita (soprattutto nel dicembre del 1943).

La notte dell’8 febbraio fu terribile. Ma pochi lo sanno e perché pochi ne hanno parlato. Lo storico Fabio Bordignon, che molto si è interessato alla vicenda – uno dei pochissimi - già nel 2011 in alcune sue ricerche descriveva quella tragedia: “Le sirene antiaeree svegliano, poco dopo la mezzanotte, la città oscurata e dormiente. Adulti, bambini e vecchi scendono dai letti e si rivestono in fretta; pronti a uscire di casa, chi per andare in aperta campagna e chi per riparare in luoghi ritenuti sicuri, i rifugi. Sotto le strade e le piazze cittadine sono state ricavate numerose strutture per ospitare la popolazione, alcuni rifugi però stati creati adattando porte e bastioni delle mura cinquecentesche. In realtà la sicurezza garantita da queste strutture, sia antiche che moderne, non è assoluta. Molti abitanti della zona di barriera Trento, delle case popolari di via Citolo da Perugia, dell'asse di via Beato Pellegrino e della zona fuori le mura accorrono verso il rifugio del "Raggio di Sole" così chiamato perché limitrofo all'omonima scuola, nata per la cura dei ragazzi "deboli". In realtà, il rifugio altro non è che la parte interna e sotterranea del torrione Impossibile, uno dei primi costruiti della cerchia di mura cinquecentesche. Una galleria a forma di T, con scarsissima illuminazione e il cui unico arredo è costituito dalle panche in legno lungo le pareti. Alcuni entrano dal giardino della scuola, altri passano su due ponticelli di legno che, scavalcando la fossa delle mura, portano a due ingressi ricavati nello spessore murario. Qualcuno si porta dietro i pochi oggetti di valore, gelosamente nascosti sotto i cappotti; altri invece arrivano con qualcosa da mangiare. Nessuno sa quanto durerà il bombardamento. Centinaia di persone trovano posto nella galleria sotterranea, sperando che il suono del cessato allarme giunga al più presto”.

E subito iniziò l’inferno a cadere dal cielo, sganciato da 38 vecchi bimotori inglesi Wellington, quelli che venivano “usati quasi esclusivamente per i voli notturni perché troppo facilmente intercettabili di giorno”. Erano vecchi ma in grado di ‘regalare’ ben 72 tonnellate di morte in poco tempo.

“Una, una sola bomba cade sul rifugio – scriveva Fabio Bordignon - penetra lo spessore dell'antico terrapieno, rompe la volta in mattoni ed esplode. La deflagrazione, in un ambiente chiuso, è devastante. La volta del torrione si stacca dal resto della struttura, ma non crolla, le schegge e la tremenda onda d'urto uccidono circa 200 persone. Chi sopravvive si ritrova al buio, assordato dall'esplosione e circondato dai lamenti disperati dei feriti; chi non è ferito cerca familiari e amici seduti accanto fino a poco prima. È molto difficile uscire dal rifugio, non si sa dove andare e altre bombe potrebbero ancora cadere”.

I soccorsi, i primi soccorsi, arriveranno varie ore dopo, passata la paura generale e dopo che si erano allontanati anche gli ultimi Wellington. Per primi arrivano i volontari dell'UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) e subito dopo i primi civili, alla disperata ricerca dei propri familiari e cari. Ore e ore di ricerche, ore e ore necessarie per estrarre tutte le vittime. Molte non saranno mai riconosciute, perché troppo ‘distrutte’. E prima erano state per davvero donne, uomini, bambini. Ora solo un ricordo e in qualche caso nemmeno quello.

Ma arrivò anche l’ordine dei fascisti di Padova del prefetto Federico Menna - uno dei peggiori e più assassini tra gli antisemiti nella Shoah di casa nostra – di non parlare, di tenere nascosta la ‘vicenda’, di non lasciare traccia nella stampa perché la notizia ‘non era utile ai fini del regime’. Qualcuno avrebbe potuto dubitare della capacità di vittoria della RSI e dell’efficienza dei soci del Terzo Reich. Si può morire bombardati ma senza far rumore. Perché il rumore stona.

Il parroco di zona, don Luigi Rondin, andò però controcorrente e più volte parlò di quanto aveva visto e annotato nel suo diario: "Dalle ore 2:30 alle 5 del mattino ha luogo il terzo bombardamento della città di Padova. Fu veramente terroristico. Si svolse in tutte le direzioni della città e del suburbio [...] Furono colpiti e distrutti rifugi con strage di ricoverati: nel rifugio così detto al "Raggio di Sole" le vittime ammontarono tra 200 e 300: un vero carnaio. Furono raccolte oltre alle vittime diciotto casse di resti umani".

A distanza di 80 anni nemmeno oggi si sa il numero di quelle vittime, figuriamoci i loro nomi. E’ scritto nei documenti quasi sempre: oltre 200. Basta così, tanto verrebbe da dire ‘vita più, vita meno’.

Saranno i parenti anni dopo a cercare di capire e fare memoria – tra il silenzio dei potenti di prima e di quelli dopo il 25 aprile (dove non era comodo parlare dei morti delle bombe alleate) – perché almeno il ricordo dei loro cari restasse salvaguardato. Almeno il diritto di ricordare. Oggi con questo scopo esiste perduto il ‘Comitato Mura’ - che ha sede proprio al ‘torrione Impossibile’ – che con impegno coordina e organizza (insieme al Comune di Padova e alla Parrocchia della Natività) azioni ed iniziative per la memoria di quel maledetto e nascosto 8 febbraio 1944.

Nel 2011 Fabio Bordignon con coraggio ricostruì per bene quella tragedia, basandosi su testimonianze dei superstiti e su specifiche ricerche storiche presso la RAF e venne persino – strano a dirsi - realizzato un servizio mandato in onda da una tv locale (Tg di Telenuovo) anche qui supportato da testimonianze dei superstiti. Oltre non si potè andare perché altrimenti …si sarebbe saputo. E far conoscere conveniva e conviene?

In “Le Rose di Atacama” Luis Sepulveda scriveva che “in un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chissà chi, aveva inciso con l'aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: «Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia».

Non solo di molte vite perdute ad Auschwitz abbiamo perso la memoria, anche non lontano da casa mia, anche in quell’8 febbraio di oltre 80 anni fa. Anche a Padova di molte persone nessuno racconterà la loro storia. Talvolta chi muore non ha nemmeno il diritto di far rumore.

8 febbraio 2026 – 82 anni dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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