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Investire in ambiente e legalità, non in scenografie
di Raffaele Florio
Immaginare un “acquario enorme” in un’area industriale degradata come quella di Vibo Marina è poetico solo sulla carta. Ma la realtà è ben altra — e dimostra come questa proposta sia priva di fondamenta, visione e rispetto per i bisogni reali del territorio.
1. Il degrado e l’emergenza infrastrutturale prima di tutto
Chi conosce Vibo Marina sa che le priorità urgenti sono ben altre: acqua che manca, strade dissestate, reti fognarie che non funzionano, bagni pubblici inesistenti e il rischio di allagamenti persistente quando piove. Prima di pensare a una struttura da milioni — che potrebbe restare un “fantasma” come tanti altri progetti — la comunità deve ricevere servizi base degni di un centro turistico del XXI secolo.
2. Privilegiare attrazioni “instagrammabili” non risolve problemi strutturali
Un acquario può essere affascinante, certo. Ma è un’attrazione complementare, non una soluzione ai problemi che affliggono il territorio: nessun piano chiaro di mobilità o parcheggi è stato presentato per gestire gli afflussi di visitatori.
Non ci sono progetti seri per collegare il sito al sistema turistico costiero: spiagge, centri storici, trasporti.
Il contesto ambientale è fragile — vedere un acquario sorgere in un’area ancora piena di rifiuti e degrado rischia di essere un pugno in un occhio.
3. Si continua a ignorare la bonifica e la tutela ambientale
La zona dell’ex Italcementi è un simbolo del fallimento di decenni di progetti irrealizzati e di un territorio incapace finora di affrontare la bonifica dei suoli e l’eliminazione dei materiali pericolosi. In questo contesto, spendere quasi 8 milioni per un acquario senza prima mettere in sicurezza e restituire dignità ambientale alle aree industriali ex dismesse è un salto nel vuoto, un’offesa alla sostenibilità e alla salute pubblica.
4. Un acquario non crea sviluppo economico strutturale
Se davvero si vuole rilanciare Vibo Marina, servono progetti economici solidi: iniziative che portino lavoro stabile e qualificato; bonifiche che rendano i siti riutilizzabili; investimenti privati che non siano semplici “mosse simboliche”.
Puntare su un acquario, bello quanto si vuole, non affronta le cause profonde del declino economico e sociale delle marinate.
L’idea di un acquario quindi può sembrare suggestiva nei titoli di giornale, ma in un territorio con problemi strutturali e ambientali così evidenti è una distrazione pericolosa. Il rischio è che resti un miraggio mentre la gente continua a convivere con strade rotte, servizi mancanti e un paesaggio segnato dal degrado. Vibo Marina merita strategie serie, proficue e realistiche, non sogni da cartolina.
Ora, visto e considerato che la critica, da sola, rischia di trasformarsi in sfogo sterile, e visto e considerato che chi critica ha il dovere di indicare anche una direzione, è bene chiarirlo subito: il problema non è dire “no” a un acquario, ma dire “sì” a un’idea di sviluppo che abbia senso, radici e futuro.
Perché un territorio devastato non si salva con una scenografia. Si salva con una scelta politica.
L’alternativa possibile: un vero polo pubblico di rigenerazione costiera e lavoro.
Se davvero esistono risorse importanti da investire su Vibo Marina, allora la domanda giusta non è “che attrazione scenografica possiamo costruire?” ma: “Quale infrastruttura serve a risolvere problemi reali e creare sviluppo duraturo?”.
La risposta possibile, secondo me, è una sola: un grande Polo Pubblico di Rigenerazione Costiera, Bonifica e Economia del Mare.
1. Prima fase: bonifica vera e messa in sicurezza Non simbolica, non cosmetica. Rimozione materiali contaminanti. Analisi dei suoli. Messa in sicurezza idrogeologica. Demolizione delle strutture pericolanti.
Questa fase crea lavoro immediato, coinvolge imprese locali e restituisce dignità al territorio.
Senza bonifica, ogni altra idea è propaganda.
2. Seconda fase: Cantiere permanente sull’economia del mare
Invece di un acquario-vetrina, un centro operativo su: cantieristica leggera e refitting nautico, manutenzione imbarcazioni, tecnologie per la pesca sostenibile, lavorazione e trasformazione del pescato, formazione tecnica collegata agli istituti professionali.
Questo significa occupazione stabile, non stagionale.
3. Terza fase: Parco costiero pubblico
Un vero parco urbano sul mare: passeggiata attrezzata, piste ciclabili, aree verdi, spazi sportivi, piccoli padiglioni culturali.
Accessibile, gratuito, vissuto ogni giorno dai cittadini.
Non un monumento chiuso da biglietto.
4. Quarta fase: Centro di ricerca e monitoraggio ambientale
Non vasche con pesci in cattività, ma: laboratorio sullo stato del mare, osservatorio sull’erosione costiera, centro dati su biodiversità, collaborazione con università.
La vera tutela del mare è conoscerlo e proteggerlo, non esporlo come in un centro commerciale.
Perché questa alternativa è migliore dell’acquario?
Perché genera lavoro vero, migliora la qualità della vita, attrae investimenti produttivi, restituisce spazi pubblici e rafforza identità marittima autentica.
Un acquario è consumo.
Un polo produttivo è sviluppo.
Il punto non è essere “contro” un acquario o contro qualcosa a prescindere. Il punto è essere contro l’idea che basti un’attrazione per risolvere un disastro sociale, economico e urbano.
Vibo Marina ha bisogno di una ricostruzione profonda. E chi governa dovrebbe smettere di inseguire rendering suggestivi e iniziare a progettare futuro.
 
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