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L'obbiettivo è il tuo cervello
di Andrea Battantier *
Ho fatto un sogno. Cammino per la città, sembra Pompei moderna nel 78 d.C.. Un solo, lunghissimo manifesto pubblicitario, con la stessa faccia che ti sorride e ti dice cosa devi amare, per cosa devi ridere, cosa devi dimenticare. Io sono annoiato, prima ancora che spaventato.
Perché la tirannia più perfetta non è quella che ti fa inginocchiare, ma quella che ti fa cambiare canale e ti convince che quello che vedi è l’unico spettacolo possibile.
Allora, sentendo che Andrea Pucci sarà co-conduttore a Sanremo 2026, mi viene una malinconia feroce.
Alzate il volume, signore e signori, perché lo spettacolo deve continuare, anche se lo spettacolo è che non c’è più nessuno spettacolo!
Non si controlla solo il ministero, la banca, il telegiornale. Ora tocca alla ninnananna nazionale, alla notte bianca dei fiori di plastica e delle note stonate.
Sanremo! L’ultima trincea! E invece no: arrivano i parà dell’intrattenimento, i cacicchi del cabaret, gli yes-man con il microfono a forma di clava.
L’obiettivo finale è sempre il tuo cervello. È il “pacchetto completo”! Ti danno anche la risata in riscossione coattiva! Questo è il premio: Andrea Pucci che ti fa l’occhiolino per due ore di fila mentre declama l’amor patrio tra una pubblicità dell’Eni e una coreografia con le divise dei Carabinieri!
Chiamatelo “edutainment” patriottico! Ti insegno a ridere dove e quando e per chi devo. E se non ridi, sei un radical chic, un rospo rosso, un nemico del popolo che non sa godersi le cose semplici.
Le cose semplici come un colossal mediatico da milioni di euro, organizzato dallo Stato, con gli inviti selezionati dal partito, e condotto da chi ha fatto la fedelissima caricatura del “volenteroso della nazione” per una decade. Che splendida, orribile, prevedibile coincidenza.
La verità è la prima vittima del potere. La seconda vittima è il cattivo gusto. La terza è l’alternativa. Il monopolio non è solo economico, è neuronale. Ti costruiscono un paesaggio familiare, una simpatia obbligatoria, un orizzonte di pensiero con le luci al neon e il playback.
È la soluzione finale al problema della diversità. Non la elimini. La assimili in un varietà. Controllare Sanremo nel 2026 è come controllare il sogno collettivo di una nazione che ha smesso di sognare ad occhi aperti e si accontenta di guardare la televisione a occhi semichiusi.
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Qui non si tratta di pensare male. Si tratta di guardare. E quello che si vede è un incrocio tra una parata militare e una puntata di “Striscia la notizia”, dove le ragazze in tubino non sono più il premio, ma l’avanspettacolo per un messaggio politico zuccheroso e penetrante. Il potere che diventa simpatica canaglia, il controllo che si fa battuta, l’ortodossia che balla il tip-tap.
Non chiamatela cultura. Chiamatela infrastruttura. L’intrattenimento di massa è l’infrastruttura del consenso. E quando un governo possiede sia l’hardware (le tv pubbliche) che il software (i conduttori, i copioni, i “personaggi”), allora hai il perfetto “Disneyland del Dovere”, dove ogni sorriso è un dovere civico e ogni applauso una standing ovation obbligatoria per lo spettacolo del potere.
È il fascismo dell’allegria! Devi essere felice! Devi essere leggero! Devi applaudire il ventriloquo mentre ti infila la mano dove non batte il sole e muove le tue labbra per farti cantare “Volare”!
E se ti lamenti, sei tu quello che rovina la festa. Sei tu il guastafeste, il complottista, l’amaro.
Provano a rubarci il diritto alla malinconia, alla rabbia, alla dissonanza. Andrea Pucci è un incubo umoristico! È la commedia dell’arte del nuovo regime, dove Arlecchino indossa una cravatta tricolore, Pantalone fa la manovra finanziaria sul palco, e Colombina è la libertà di stampa, ammanettata a un carro allegorico della Rai!
Ridono mentre svuotano il significato di tutto! Il loro slogan è: “NON PIANGETE, ORGANIZZIAMO NOI ANCHE LE VOSTRE RISATE”.
È la satira che diventa realtà, ma al contrario. Non è la realtà che viene satirizzata. È la satira che viene usata come schermo per la realtà. Il comico non è più chi sfida il potere. È il potere che si fa comico per sfidare la tua capacità di distinguere ancora la presa in giro dalla notizia. Ti inondano di zucchero satirico fino a farti venire il diabete dell’anima. E poi ti vendono l’insulina, che è sempre loro.
L’unica cosa più tragica di uno Stato che controlla la commedia, è una commedia che si fa Stato. È il trionfo del mediocre, dell’amico degli amici, del simpatico a comando.
È la morte del genio scomodo, della voce che non ha paura di non far ridere, ma di far pensare.
Hanno messo in sicurezza anche l’ultimo territorio selvaggio: l’irriverenza. L’hanno recintato, disinfestato, illuminato a giorno e ci hanno piazzato sopra un conduttore televisivo.
Tuttavia esiste una soluzione: Basta non guardarlo!
* Psicologo, Componente del Comitato Tecnico-Giuridico dell'Osservatorio
 
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