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L'ammazzasentenze
di Raffaele Florio
Corrado Carnevale è stato uno dei magistrati più potenti della storia giudiziaria italiana. Non per incarichi politici, non per visibilità mediatica, ma per una funzione tecnica che, negli anni Ottanta e Novanta, valeva quanto un’arma: presidente della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, cioè l’ufficio che decideva in via definitiva sui processi più delicati del Paese.
In pratica, Carnevale era l’uomo che diceva l’ultima parola.
La Cassazione non giudica i fatti, ma controlla se i processi sono stati celebrati correttamente. Ed è proprio dentro questo spazio che Carnevale costruì il suo potere: una interpretazione rigidissima, quasi maniacale, delle regole procedurali. Ogni errore formale, anche minimo, diventava motivo per annullare una sentenza.
Tra la fine degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta, sotto la sua presidenza, furono cancellate decine e decine di condanne per mafia, traffico di droga, omicidi, associazione mafiosa, sequestri di persona. Molti imputati eccellenti tornarono liberi grazie a vizi di forma: notifiche sbagliate, date errate, firme mancanti, incompetenza territoriale, difetti di motivazione.
È in quel periodo che nasce il soprannome: “l’ammazzasentenze”. Non un’invenzione giornalistica, ma una definizione che circolava negli uffici giudiziari.
Carnevale non nascondeva la propria linea: per lui la legalità coincideva con il rispetto assoluto delle regole procedurali. Se una regola era violata, il processo era nullo, indipendentemente dalla gravità dei reati o dall’evidenza delle responsabilità.
Il problema, però, è che questa rigidità produceva un effetto sistemico: i grandi boss avevano squadre di avvocati capaci di individuare ogni minima imperfezione. I piccoli imputati no. Così il formalismo diventava, di fatto, un moltiplicatore di impunità per la criminalità organizzata.
Il caso simbolo è il Maxiprocesso di Palermo.
Nel 1992, dopo anni di istruttoria condotta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la Cassazione confermò le condanne definitive a centinaia di mafiosi. Ma quella sentenza storica arrivò solo perché Falcone riuscì a impedire che il ricorso finisse nella sezione presieduta da Carnevale. Fu una battaglia interna durissima, consumata nei palazzi della giustizia.
Se il Maxiprocesso fosse arrivato sulla scrivania di Carnevale, molti magistrati dell’epoca sono convinti che sarebbe stato smontato pezzo per pezzo.
Non è un’opinione qualsiasi: è un convincimento espresso pubblicamente da protagonisti di quella stagione.
Nel 1993 Carnevale viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, avrebbe garantito sistematicamente l’annullamento di sentenze favorevoli ai clan, offrendo una sponda giudiziaria agli interessi di Cosa Nostra.
Nel processo vengono ascoltati collaboratori di giustizia, tra cui Tommaso Buscetta, che parla di un “canale giudiziario” a disposizione della mafia in Cassazione.
Carnevale viene condannato in primo grado, poi assolto in appello e definitivamente assolto in Cassazione. Per lo Stato italiano, giuridicamente, è innocente.
Ma resta un dato storico: nessun altro magistrato nella storia repubblicana è stato associato a un numero così elevato di annullamenti di condanne mafiose.
Dopo l’inchiesta, Carnevale viene di fatto estromesso dai ruoli centrali della Cassazione.
Non tornerà mai più a esercitare quel potere.
I rapporti diretti con la mafia non sono mai stati provati oltre ogni ragionevole dubbio. Non sono emerse tangenti, pizzini, intercettazioni, incontri segreti documentati. Ma il suo orientamento giurisprudenziale ha prodotto, oggettivamente, un vantaggio enorme per Cosa Nostra.
Ed è questo il nodo vero.
Carnevale non è ricordato come un magistrato corrotto in senso classico. È ricordato come l’uomo che ha incarnato una concezione della giustizia che, nei fatti, ha favorito la criminalità organizzata più di qualunque altro funzionario pubblico.
La sua storia dimostra una verità scomoda: si può danneggiare un Paese anche senza violare formalmente la legge. Basta applicarla in modo cieco, selettivo, astratto, ignorando le conseguenze.
Corrado Carnevale muore da uomo libero.
Ma lascia dietro di sé una scia di sentenze cancellate, di boss tornati in strada, di processi svuotati.
Ed è per questo che il suo nome, comunque lo si giudichi, resterà legato per sempre a una delle stagioni più oscure della giustizia italiana.
 
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