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05 febbraio 2026
tutti gli speciali

Il serpente
di Rinaldo Battaglia *

Fra i nostri campi di concentramento fascisti, prima dell'8 settembre 1943, quelli che fecero la parte del leone furono: Gonars e Visco in Friuli, Monigo e Chiesanuova nel Veneto, Fraschette di Alatri vicino a Frosinone e, in un secondo momento, Renicci di Anghiari nell’aretino, il più grande ed esteso campo di concentramento sull’attuale suolo italiano.

Sviluppatisi poi Arbe ossia Rab (per slavi e/o ebrei) e il campo di Mamula - sito nell'omonima isoletta nel profondo sud della costa dalmata, davanti a Lopud nelle Elafiti – o quello di Vodizze (Vodice) e Buccari (Bakar), anche nella vicina e più comoda Dalmazia, alcuni deportati slavi verranno riportati 'indietro'.

In questi campi saranno trattati peggio delle bestie. Arbe addirittura, stando allo studio di vari, importanti, storici, presentava una mortalità superiore a quella di Buchenwald e chi conosce le atrocità del lager ‘dei faggi’ può ben capire e davvero spaventarsi.

Perché ad Arbe l’alimentazione era peggio che nei lager nazisti. Pensate c’era persino una forte differenziazione tra ebrei e slavi. Ai primi si arrivava a poco meno dei 150 grammi di pane al giorno – l’influenza nazista forse lo richiedeva - ai secondi poco più della metà. Scrisse il deportato Franc Potocnik, ex-ufficiale di Marina jugoslava e dopo l’8 settembre ’43 tra i primi prigionieri di Rab ad unirsi ai partigiani di Tito, fino a diventarne poi comandante di un battaglione.

“Pane se ne riceveva di solito 70/80 grammi al giorno; la quantità non superò mai i 100 grammi…. Nella brodaglia nuotavano alcuni maccheroni oppure qualche grano di riso. Il resto era composto da cappucci, torsoli di verdure, barbabietole puzzolenti o zucche buone solo per maiali e invece della carne c’era soltanto qualche osso. La carne, se c’era, l’avevano mangiata quelli della cucina o gli ufficiali.”

In ogni guerra, in ogni lager, c’è chi vive e si arricchisce e chi invece muore di fame. La Storia si ripete sia nei lager nazisti, che in quelli comunisti di Stalin e Tito, e ovviamente da noi. Del resto cos’è la guerra se non un business?

Molto eloquenti le parole ancora del deportato Franc Potocnik: “L’amministrazione di Arbe era completamente corrotta e, perciò, la quantità di vitto diminuiva in modo disastroso. Ciò che non arrivava ai legittimi destinatari era oggetto di tutte le forme di mercanteggiamento. Così per il denaro: chi riceveva qualche modesta cifra dai parenti veniva regolarmente depredato di metà dell’importo se non dell’intero importo. Lo stesso dicasi per i pacchi dai familiari (quei pochi che avevano questa fortuna) che venivano consegnati con grande ritardo o non consegnati affatto.”

Non diverso altrove. E non era solo casualità o questione di ruberie, mai punite, ma anzi stimolate dalla Circolare 3C. Era una strategia politica, una ‘distruzione in massa’ di ‘masse umane’.

Il 27 luglio 1942 il padre francescano Odorico Badurina (che solo in data 2 luglio, con l’arrivo dei soldati per l’apertura del campo nella zona di Kampor vicina al suo convento, si era lamentato perché a Rab/Arbe ‘in convento si è insidiato il s.ten. Michele Tarallo col suo attendente…’.. trovandosi così con meno spazio per sé…) così annotava in ‘Cronaca del convento di Kampor’, il suo diario personale: ...”La gente dice che gli italiani vogliono distruggere gli internati con la fame”.

Il 12 ottobre 1942 evidenziava ancora che “secondo il cappellano militare don Luigi Stefani, il campo ospita attualmente circa 11.000 internati ..in questi giorni il cimitero ne ha accolti 114...” Ad Arbe risulterà dopo anche di peggio, ancora più terribile e disumano.

Una sopravvissuta, allora nell’estate ’42 giovane ragazza - Branka Sercer, slovena di Zurge, villaggio distrutto come Podhum – confermò in più occasioni che nel campo, sotto il comando del t.col. Vincenzo Cuiulli – detto 'il serpente' – vi era un ‘commercio di bambini, quasi neonati’ presi dalle loro mamme e venduti a famiglie ricche italiane, come ‘adottati’. Molte guardie ne erano informate e ‘collaboravano’. E qualcuno i soldi dagli ‘acquirenti’ di certo li prendeva.

Branka parlò di almeno 30 bambini ‘scomparsi’.

Crimine su crimine. Fascisti italiani o nazisti tedeschi? No. non aveva davvero torto Umberto Rosin, col suo ‘gli italiani sono peggio dei tedeschi’. Da vergognarsi ancora oggi di esser figli di quell’Italia, vergognarsi di discendere da bestie così criminali e senza scrupoli. Che altro? Da vergognarsi che oggi in Italia ci sia qualcuno che lo esalti o che scriva necrologi ‘sempre nei nostri cuori’.

Ad Arbe comandava il t. col. dei Carabinieri Reali Vincenzo Cuiuli detto ‘il serpente’, un nome, una certezza. "Il serpente", chissà come mai vero?

Il campo venne reso operativo da fine luglio 1942 e lì furono deportati in 14/15 mesi probabilmente sui 15 mila prigionieri, tra sloveni, croati ed ebrei diventando il più esteso e popolato campo di concentramento italiano per slavi. Ma altri documenti proverebbero che nel dicembre 1942 si raggiunsero il numero di ben 21.000 ‘internati’. Le persone decedute tra le 4 e le 5 mila.

“Il serpente” era modenese (nato l’8 luglio 1895) e verrà ucciso dopo l’8 settembre 1943. Non fu mai verificato e documentato, ma l’ipotesi più accettata, rimane quella (tramandataci da fonti slave) che sia stato immediatamente arrestato dagli insorti slavi del campo, processato nello stesso campo di Arbe dinanzi ad una corte e condannato alla pena capitale. Tradotto sulla terra ferma nella cittadina di Crikvenica e qui consegnato al locale comando partigiano titino e forse - si dice - prima di esser giustiziato, abbia preferito suicidarsi, tagliandosi le vene.

Probabilmente il 13 settembre (o forse il giorno 17). Il 19 settembre la salma sarebbe stata poi trasportata sull’isola di Arbe e tumulata fuori dal recinto del cimitero. Secondo invece un'altra versione, da fonti italiane, Cujuli “sarebbe stato catturato dai partigiani, seviziato e fucilato tra il 10 e il 12 Settembre 1943”, forse poi infoibato. In ogni caso, nessuno avrà rimpianti, neanche cercandoli.

Un sopravvissuto Joze Jurancic un ex-maestro elementare, scrisse nel 1995 in ‘Kmecki Glas’ una raccolta di Lubiana sul campo di Rab/Arbe, che Cuiuli ‘arrivava di corsa al campo minacciando a destra e a manca con la pistola e la frusta per cani. Sfogava la sua isterica rabbia a vuoto, mentre gli internati erano rintanati nelle baracche e sotto le tende’.

Rab o Buchenwald? Arbe o Bergen-Belsen? Lager fascisti o nazisti? Cimiteri di Mussolini o di Hitler? Dove le differenze?

Anche l’altro deportato Franc Potocnik (l’ex ufficiale della regia marina jugoslava) non mancò di descrivere il suo sadismo: ‘Tutte le sue inclinazioni criminali miravano a rendere quanto più dura possibile la vita degli internati già di per sé allo stremo delle forze e a instaurare nel campo un regime tale da cancellare negli internati ogni traccia di dignità umana, ridurli allo stato di animali e poi sopprimerli senza pietà. Suscitava odio e rigetto profondi anche fra i suoi stessi uomini’.

Il t.col. dei Carabinieri Reali, grande fascistone, uomo di fiducia di Mussolini oppure un gerarca delle S.S., figlio di Himmler o Hitler? Fascista o nazista?

Differenze? Buoni i nostri e cattivi i loro? O ‘Prima gli Italiani’ anche in questo caso?

Già all’alba del 9 settembre, alcuni deportati di Arbe/Rab presero il comando del campo e con molti altri, pochi giorni, dopo si diressero verso a nord.

Concordarono col vice di Cuiuli, il nostro ten. Nanni, totalmente diverso dal suo capo, la resa dei nostri soldati in cambio del ‘salva-condotto’ affinché questi – i nostri – tutti potessero uscire dal campo e ritornare verso casa, senza altro spargimento di sangue o possibili, inevitabili, vendette.

E così avvenne per quasi tutti entro il giorno 11, gli ultimi entro il 13 settembre, dopo aver ammainato nel cortile del piazzale del campo la bandiera italiana, col massimo degli onori militari, col massimo rispetto sia dalla parte dei vinti che dei vincitori.

I nostri soldati, privi di ordini e totalmente abbandonati dal gen. Gambara – subentrato al gen. Roatta nei mesi precedenti - e dagli Alti Comandi, si dispersero come meglio poterono: una parte si imbarcò su alcuni battelli e pescherecci diretti verso nord, forse per raggiungere Fiume o Trieste; altri cercarono la strada per rientrare in Italia con mezzi di fortuna, talvolta – strano a credersi, ma furono provati vari casi, come nella zona di Pisino, verso metà settembre – anche aiutati da famiglie slave, avendone capito la nuova situazione militare. Come era avvenuto in Russia per le nostre truppe solo 8/9 mesi prima.

A Pisino addirittura venne, verso il 20 settembre (non ci sono date precise), bloccato dalla Resistenza slava un treno di passaggio, carico di vagoni di soldati italiani, destinati come IMI ai lager della Germania. I nazisti che scortavano il treno furono uccisi e i prigionieri italiani lasciati ed aiutati alla fuga. Si parla di 400 uomini, forse 600.

In quel momento gli italiani erano vittime e non carnefici, in quel momento gli italiani erano diventati ‘nemici’ dei nemici degli slavi. Pagine bianche su pagine nere: difficile dividere sempre con esattezza il confine tra vittima e carnefice in base alla divisa o alla nazionalità. Difficile distinguere a priori gli uomini dalle bestie.

Gran parte, però, dei soldati di Arbe/Rab e di molti altri Battaglioni della Seconda Armata, venne intercettata dai tedeschi nell’operazione ’Nubifragio’ (la ‘Wolkenbruch’) del mese successivo e finì inevitabilmente subito nei lager del Terzo Reich. Anche per sfuggire ai nazisti, alcuni di loro presero la strada dei ‘boschi’.

E soprattutto dopo il 23 settembre – quando il Fuhrer tenne a battesimo la Repubblica di Salò – tra Mussolini e Hitler, in 40.000 scelsero convintamente di entrare e combattere per le brigate partigiane jugoslave o in quelle italiane “Garibaldi” e “Italia”. 40.000 ex-soldati, ossia un 6-7% della forza militare italiana di quel momento. Uno su 15, almeno. Numeri pesantissimi. E ci sarebbe da chiedersi sempre, quali fossero le cause e i perché di quelle scelte. Cosa aveva portato loro a quella soluzione ’estrema’ ? Cosa c’era di peggio che unirsi al nemico di ieri?

La Garibaldi nell’ottobre ‘44 darà, persino, il suo forte contributo alla liberazione di Belgrado, la capitale e città simbolo della Resistenza slava contro il nazi-fascismo.

Anzichè passare tra le brigate nere, preferirono sparare loro contro. Per un’Italia diversa da quella di prima, senza più Fuhrer o Duce o altri uomini della Provvidenza.

Molti di loro moriranno, molti di loro saranno presi prigionieri nel corso della guerra e spediti anche loro nei lager di Hitler, a far compagnia agli altri IMI.

Il prossimo 10 febbraio sarà il Giorno del Ricordo, se 'ricordo e memoria' devono essere, che ricordo e memoria siano.

5 febbraio 2026 - 81 anni dopo - liberamente tratto da ‘A Podhum io scrivevo sui muri’ - Ed AliRibelli - 2022

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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