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05 febbraio 2026
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Caso Epstein: a Londra terremoto nelle alte sfere
di Paolo Mossetti

Dopo mesi di “nothing to see here" sugli Epstein files, di sistematica minimizzazione delle loro implicazioni, di repressione di qualsiasi curiosità sul mondo che disvelavano (anche in Italia, da parte delle 40, 50 firme che si conoscono tutte tra loro che per mesi hanno commentato ogni gossip su una rapporteur Onu, e con Aldo Cazzullo che l'altroieri ci diceva che l'unica rivelazione è sulla figura di Bill Gates: «un uomo normale come tutti gli altri»), arrivano le prime onde sismiche dello scandalo, anche fuori dagli Stati Uniti.

Nella casa reale norvegese, tra i partiti sovranisti filorussi, nell'immagine di miti anni Novanta come Noam Chomsky, nella galassia di Steve Bannon e a Windsor, tanto per citare qualche caso.

È nel partito laburista inglese, in particolare, già da tempo in crisi, che si avvicina lo strapiombo, con la parabola ignominiosa di Lord Peter Mandelson. Diplomatico negli Stati Uniti, ex ministro, stratega, figura-chiave dell'epoca blairiana, soprannominato il "principe delle tenebre", oracolo "riformista" intervistato innumerevoli volte dalla nostra stampa, nemico giurato di Jeremy Corbyn, ora dovrà affrontare un'indagine penale a causa delle email: nessuno nel suo ruolo è stato accusato di un reato tanto grave negli ultimi decenni.

Mandelson avrebbe inoltrato al miliardario suprematista, già condannato per sfruttamento di minori, piani fiscali riservati del governo britannico, soffiate sui futuri tassi di interesse della Bce (altro che «legge del mercato») e gli avrebbe chiesto consiglio su come sabotare la politica redistributiva del suo stesso partito. Parliamo di oltre dieci anni fa, all'indomani della peggiore crisi economica dal dopoguerra.

I documenti d'archivio ci dicono che nella vita romanzesca di Mandelson, che si vantava pubblicamente di lavorare «ogni giorno» per far fuori la segreteria Corbyn, accusandola di antisemitismo e vicinanza a regimi autoritari, ci fossero frequenti viaggi a Mosca e San Pietroburgo, raccontati in una corrispondenza a dir poco disinvolta con Epstein come «rave» con «modelle appetitose» e massaggi. L'uomo della serietà al governo, baluardo contro i populismi, si comportava da proto-influencer, con un pessimo senso dell'opportunità, con confessioni scritte che farebbero rabbrividire qualsiasi istituzione soprasseduta da un Luigi Di Maio.

Si sentiva «sporco» a stare nello stesso partito di Corbyn, ma nel 2012 Mandelson si faceva scrivere da Epstein: «sono deluso da quella che sembra una strada a senso unico… “Jeffrey posso avere”, “Jeffrey puoi dare”, “Jeffrey puoi organizzare”… “puoi chiamare, puoi sistemare…”». Nel 2010, riporta Bbc, dopo essere stato già condannato e schedato per sfruttamento di minori, Epstein aveva difficoltà a ottenere un visto per entrare in Russia e cercare ragazze da sfruttare. A quel punto Mandelson gli promise un aiuto a ottenerlo, senza riuscirci.

Insomma «la spia del KGB» aveva problemi a ottenere un visto russo, ma a soccorrerlo ci pensa il faro dei moderati competenti.

Di fronte a questo curriculum, Keir Starmer, che aveva messo Mandelson in un ruolo decisivo nell'America di Trump e che doveva a lui, come già detto, il sabotaggio di Corbyn, ha appena detto in Parlamento di sapere della frequentazione e di non immaginare che una persona così competente fosse uno spione internazionale. Ha chiesto scusa a tutti quasi balbettando, mentre i suoi stessi compagni di partito lo stanno scaricando. Mandelson è stato cacciato dal Labour e dalla Camera dei Lord, ma sembra troppo tardi per fermare un Nigel Farage col vento in poppa nei sondaggi.

Intanto persiste un ceto medio riflessivo che per mesi ha deriso chi protestava contro il silenzio sul caso Epstein. È innegabile che nei milioni di pagine, detriti, frammenti pubblicati venerdì dal dipartimento di Giustizia statunitense siano contenuti i nomi di decine di persone ricche e famose che non hanno violato alcuna legge, e che molte accuse e insinuazioni scioccanti arrivino da immagini create con l'AI e inverosimili segnalazioni anonime (forse la Casa Bianca punta a screditare con questo "dump" l'intera storia e chi vi scava, e a farci pestare merdoni).

Ma se il «non è successo nulla» del pappagorgismo a difesa dello status quo è prevedibile, da parte di un progressismo che vorrebbe colmare la distanza tra legalità formale e legittimità percepita, un maggiore interesse era giusto aspettarselo. Soprattutto per non lasciare in mano agli avvelenatori di pozzi professionali l'intera narrazione, come sta succedendo ora.

Facile inquadrare il legame tra Mandelson e Epstein come il più stereotipico di un'aristocrazia politica che si crede onnipotente sin dal college, ma c'è anche, o soprattutto, il segno dell'eredità politica e culturale del New Labour, di quel clima di pragmatismo post-ideologico e di fiducia mista a sottomissione al capitale finanziario: un mondo inevitabilmente rilassato sugli ultraricchi e sulle sorti progressive del networking, pronto a giustificare la retorica dei benefattori in nome di una presunta efficienza. Con un'alternativa socialista fuori dal quadro, ovviamente anche la stampa si è dovuta adeguare.

Una mentalità che sopravvive ancora oggi nel Labour di Starmer, che però ha quel problemino di non avere né il carisma di Tony Blair degli anni d'oro né la destra in condizioni pietose come trent'anni fa. Una Gran Bretagna sempre più umiliata dall'egemone statunitense si ritrova così con una leadership senza bussola etica, che non solo ha affossato qualunque possibilità di svolta a sinistra e di cambiamento dello status quo, ma sta per gettare una luce squallida su tutto il passato che si credeva vincente.


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